Gentile direttore, nei giorni scorsi il Suo giornale ha dato ampio spazio a un articolo di Lina Lucci nel quale l’autrice, chiamandomi personalmente in causa (Corriere del Mezzogiorno del 31 ottobre 2026), chiede di sapere come il Comune di Napoli abbia speso le proprie risorse in questi cinque anni.
Ogni anno il Consiglio Comunale ha discusso e votato i bilanci di previsione e i consuntivi. Sono documenti pubblici, già a disposizione di tutti (e il Corriere ne ha puntualmente dato conto). Colgo, però, volentieri l’occasione per riproporre qui alcuni dati che, evidentemente, sono sfuggiti all’autrice. Innanzi tutto, il punto di partenza. Quando siamo arrivati, il bilancio del Comune segnava «rosso» per 5,2 miliardi, tra debiti e crediti ormai inesigibili, e un disavanzo di 2,2 miliardi. Come sia stato possibile accumulare un tale disastro amministrativo, mettendo in ginocchio la città, è una responsabilità che non può essere dimenticata.
È stato quindi necessario un accordo con la Corte dei Conti e un piano di riequilibrio che si chiuderà nel 2032 (anche se puntiamo a uscirne prima): circa 300 milioni sono impegnati ogni anno nel risanamento e sottratti, così, alla spesa corrente. Ci è venuto in aiuto il Patto per Napoli: un contributo statale di 1,231 miliardi di euro distribuito in vent’anni. Finora ne abbiamo ricevuto circa un terzo, in quote di circa 100 milioni l’anno. Ma dal 2026 la quota annuale si riduce a circa 46 milioni e il peso maggiore del risanamento si sposta sul nostro bilancio. Comunque, con l’aiuto dello Stato, e molto col nostro impegno, abbiamo dimezzato il debito, ridotto il disavanzo e, molto importante, ridotto anche i tempi di pagamento dei fornitori (oggi sono 52 giorni!). Abbiamo anche ereditato circa 2,2 miliardi di entrate non riscosse (per Tari, Imu, multe e altro). Stiamo recuperando – siamo a 350 milioni – ma la strada è lunga: nel frattempo, proprio a causa della mancata riscossione, la legge ci obbliga ad accantonare circa 300 milioni l’anno, che non possiamo spendere.
A questo si aggiungono 260 milioni di stipendi per circa 5.500 dipendenti (e siamo sotto organico!), mentre i costi per energia e forniture aumentano per tutti, come ben sanno soprattutto le famiglie. Quindi, in sostanza, su un bilancio corrente di circa 1,5 miliardi di euro, buona parte se ne va in debito, accantonamenti e spese fisse. Non servono grandi analisi finanziarie per capire che, con questo peso storico ancora sui nostri conti, le risorse disponibili non sono sufficienti per fare tutto ciò che vorremmo. Ecco perché uscire al più presto dal disavanzo è decisivo!
Con ciò che resta destiniamo quasi 400 milioni ai servizi gestiti dalle società partecipate (igiene urbana, trasporti, servizio idrico e multiservizi). Limitandomi poi alle voci principali, ogni anno finanziamo le municipalità (circa 10 milioni) e investiamo nel welfare (circa 40/50 milioni); nella scuola (oltre 40 milioni); nella manutenzione del patrimonio (circa 30 milioni); nello sport e nei giovani (circa 16 milioni); nella tutela dell’ambiente (circa 10 milioni); nel turismo e nella cultura (15/20 milioni); nella sicurezza (10 milioni).
Una grande città non vive solo di spesa corrente: ha bisogno di investimenti. Con i fondi del Pnrr (circa 1,7 miliardi) abbiamo rimesso in moto la città. L’elenco è lungo ed è disponibile nel dettaglio sul sito del Comune e nelle mie relazioni sul bilancio. Ricordo qui la metropolitana (con la stazione di Capodichino, Napoli è la prima città che collega direttamente aeroporto, stazione e porto); il tram; la mobilità sostenibile, il rifacimento del fondo stradale. E poi la rigenerazione urbana: le Vele, Taverna del Ferro, Ponticelli, Croce di Piperno, Toscanella, per un totale di 1.064 nuovi alloggi. Senza dimenticare l’Albergo dei poveri; il Molo san Vincenzo; Castel dell’Ovo e la pavimentazione del lungo mare; la Villa comunale; il ritorno alla balneabilità a san Giovanni a Teduccio e Bagnoli.
Abbiamo inoltre chiesto e ottenuto dalla Banca Europea degli investimenti un mutuo di 40 milioni, che insieme a risparmi e vecchi mutui ci consente di investire altri 100 milioni, di cui 23 per migliorare le difficili condizioni delle case popolari. La creazione di un Osservatorio economico del Comune, che non c’era, ci consente ora di monitorare l’andamento della spesa e i bisogni a cui rispondere.
Tutto ciò riducendo al minimo le tasse ai napoletani. All’inizio, abbiamo aumentato l’addizionale Irpef dello 0,2%, ma da quattro anni non aumentiamo la Tari e copriamo i maggiori costi con il bilancio comunale: un’ulteriore spesa direttamente a favore dei cittadini, poco conosciuta, ma da tenere a mente. Le altre due imposte – la tassa di imbarco e quella di soggiorno – gravano sostanzialmente sugli ospiti, e la seconda è ancora più bassa che nelle altre grandi città turistiche.
Spero di aver risposto. Non è tutto, ovviamente, ma credo basti per dare una idea del lavoro fatto, delle difficoltà affrontate e dei risultati raggiunti, o in via di realizzazione. Non tutto è risolto, lo sappiamo bene. Abbiamo scosso Napoli da una pericolosa stagnazione e avviato il risanamento e la crescita, ma è anche emerso con chiarezza quanto lavoro resti da fare. Napoli è una città straordinaria, in cui convivono benessere e disagio; modernità e sacche di arretratezza. Dove problemi e potenzialità si alternano e si sovrappongono. La responsabilità di tutti noi è fare in modo che le opportunità prevalgano sulle difficoltà. Le critiche sono le benvenute, ma alle polemiche preferiamo la collaborazione per il bene dei cittadini.
Senza il patto per Napoli, il Pnrr, i piani di sviluppo – economici, urbani e sociali – avviati in questi 5 anni, Napoli sarebbe fuori gioco. Invece oggi ha un’indubbia attrattività internazionale e prospettive di crescita che ci spingono a impegnarci ancora di più per superare i problemi, soprattutto sociali, che restano. Tra non molto si voterà. Diciamo pure che tutto questo (e non è poco!) non è che l’inizio.