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Sereni: salvare la sanita' pubblica e' una scelta politica

05 Novembre 2026

Oggi ho partecipato a L’aria che tira, su La7, per discutere della legge di bilancio e del futuro della sanità pubblica. Ho posto una domanda semplice: perché va bene misurare la spesa militare in rapporto al PIL e non dovrebbe andare bene fare lo stesso con la spesa sanitaria?

Il Governo rivendica l’aumento delle risorse in termini assoluti, ma il problema è capire se quei soldi siano sufficienti a rispondere ai bisogni delle persone. Aumentano i costi dell’energia, ci sono i contratti del personale da rinnovare e, fortunatamente, il progresso scientifico e tecnologico mette a disposizione nuove cure, che richiedono però investimenti adeguati. Contare i miliardi senza considerare tutto questo non restituisce la realtà delle difficoltà che vivono cittadini e operatori sanitari.

Voglio essere chiara anche sulle nostre responsabilità: il definanziamento della sanità non è cominciato con questo Governo. Anche il centrosinistra, nel passato, ha commesso degli errori. Oggi, però, siamo davanti a una crisi strutturale del Servizio sanitario nazionale, che richiede un cambio di direzione. Lo sanno le famiglie, gli anziani non autosufficienti, i ragazzi che hanno problemi di salute mentale e tutte le persone che faticano a ottenere una visita o una prestazione.

Il nostro impegno è portare gradualmente la spesa sanitaria al 7% del PIL quando il centrosinistra tornerà al governo. Vogliamo investire nella salute e sostenere una vera difesa comune europea: la corsa al riarmo dei singoli Stati non costruisce l’autonomia strategica dell’Europa.

Non possiamo continuare a scaricare le responsabilità sulle Regioni. È giusto discutere di come vengono spese le risorse, ma prima bisogna garantire quelle necessarie. Se lo Stato chiede alle Regioni di assicurare i livelli essenziali di assistenza, deve metterle nelle condizioni di farlo. Altrimenti le alternative sono tagliare i servizi o aumentare le tasse. In entrambi i casi, a pagare sono i cittadini. È questo l’allarme che arriva da amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra.

Intanto avanza una privatizzazione strisciante: chi non trova una risposta nel pubblico si rivolge al privato, se può permetterselo. E il personale sanitario lascia le strutture pubbliche perché è pagato troppo poco e sottoposto a turni e carichi di lavoro insostenibili.

Il Servizio sanitario nazionale è un patrimonio di tutta la Repubblica. Per difenderlo dobbiamo investire nelle persone che ci lavorano e rafforzare l’assistenza sul territorio, a partire dalle case della comunità, che hanno bisogno di personale per funzionare.

Noi stiamo dalla parte della sanità pubblica. Vogliamo salvarla e cambiarla, perché risponda meglio ai bisogni delle persone. Non possiamo accettare un futuro con una sanità pubblica per i poveri e una sanità privata per chi può permettersela.

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