La polemica sul velo. «Non c’è contraddizione nel difendere il diritto a indossare il velo e contrastarne l’imposizione. La vera contraddizione è in un Governo che invoca la libertà femminile e tace sulle parole di Tajani...»
Domani arriverà in Consiglio dei ministri il provvedimento sulla scuola, già annunciato dalla premier Giorgia Meloni, che mira a limitare al 30 per cento il numero degli alunni stranieri per classe e vietare il burqa e il niqab nelle aule. Pura propaganda in vista della campagna elettorale o solo “buon senso”, come ripete il centrodestra? «Il rischio di “scuole ghetto” si contrasta assicurando il diritto allo studio, non contrapponendo alunni italiani e stranieri. Il compito della politica è mettere ogni scuola nelle condizioni di accogliere e insegnare», dice al Dubbio Michela Di Biase, capogruppo del Partito democratico in Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.
In un’intervista al Corriere della Sera in merito al provvedimento, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha parlato di «fuga dei bianchi», paventando «il rischio di scivolare verso l’Alabama degli anni ’50 con le scuole ghetto». Per questo, dice, trova «senza costrutto le polemiche della sinistra». Come risponde?
Trovo inaccettabile che un ministro dell’Istruzione parli di “fuga dei bianchi” invece di affrontare i problemi della scuola. L’integrazione non si realizza con gli slogan: servono risorse, insegnanti e strumenti adeguati, soprattutto dove le difficoltà sono maggiori. Il Governo dovrebbe spiegare come intende garantire a tutti una didattica di qualità, anziché liquidare le critiche come polemiche. La scuola pubblica deve ridurre le disuguaglianze, non trasformare la provenienza dei bambini in un problema.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo monito per una scuola inclusiva e aperta a tutti, ha parlato di ghetti. Stesso concetto, ma con un significato contrario?
Mattarella ha ricordato che la scuola è un pilastro della democrazia e deve restare aperta a tutti. Il rischio di scuole ghetto si contrasta assicurando il diritto allo studio, non contrapponendo alunni italiani e stranieri. Un limite alla presenza di studenti stranieri è già previsto dal 2010; le difficoltà riguardano soprattutto alcune realtà urbane e richiedono interventi mirati nella didattica e nell’edilizia scolastica. Il compito della politica è mettere ogni scuola nelle condizioni di accogliere e insegnare.
Il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, considera la questione del numero massimo di alunni stranieri nelle classi «fondata e condivisibile» dal punto di vista didattico, anche se di difficile soluzione. Qual è la posizione e la “ricetta” del Pd in merito?
Il tema didattico esiste, ma il criterio deve essere la competenza linguistica, non il passaporto. Uno studente straniero che parla italiano non ha le stesse esigenze di un bambino appena arrivato. Servono docenti specializzati nell’italiano come seconda lingua, mediatori culturali e classi con numeri adeguati. Vanno considerate anche le famiglie: mandare un bambino in una scuola lontana può essere un ostacolo, specie con più figli e trasporti insufficienti. Non possiamo scaricare su di loro le difficoltà del sistema: l’integrazione si costruisce investendo nella scuola.
Il provvedimento prevede anche il divieto di velo integrale nelle scuole. Come giudica questa iniziativa?
Bisogna anzitutto chiarire la dimensione del fenomeno e distinguere l’hijab dal velo integrale. La normativa italiana prevede già limiti ai mezzi che impediscono il riconoscimento nei luoghi pubblici. Ma la domanda decisiva è quale risultato produca un nuovo divieto. Se una ragazza è costretta a indossare il velo integrale, la scuola deve offrirle sostegno e strumenti per scegliere liberamente. Se invece il divieto la allontana dalle lezioni, rischia di privarla proprio delle opportunità necessarie alla sua autonomia. La priorità è contrastare le costrizioni senza compromettere il diritto allo studio.
Il velo è considerato un strumento di oppressione, simbolo della privazione dei diritti a cui sono sottoposte le donne nei regimi come quello iraniano. Eppure, come dimostrano le testimonianze di donne musulmane che indossa volontariamente l’hijab, c’è chi ne rivendica l’uso come gesto di libertà, autenticamente femminista. Una contraddizione, apparentemente, con cui sembra che la sinistra e lo stesso femminismo fatichi a fare i conti in Occidente.
Non c’è contraddizione nel difendere il diritto di una donna a indossare il velo e, allo stesso tempo, contrastare chi vuole imporglielo. Il principio è uno solo: la libertà delle donne di scegliere. La vera contraddizione è quella di un Governo che invoca la libertà femminile quando parla di velo, mentre Tajani ripropone una visione patriarcale e Vannacci si permette battute volgari sul corpo delle donne. E Giorgia Meloni, davanti a tutto questo, non ha nulla da dire? La libertà delle donne non può essere difesa a intermittenza, secondo la convenienza politica. Il corpo delle donne appartiene alle donne, non alla politica, non alla religione e nemmeno ai vaneggiamenti di Vannacci.