Le celebrazioni dell’11 settembre 2001 hanno riacceso la memoria, ancora viva, di quella tragedia. Oggi, a 25 anni di distanza e alla luce degli avvenimenti successivi, ci rendiamo ancor meglio conto della portata storica di quell’evento. Quant’è cambiato il mondo da quelle immagini entrate all’improvviso e di prepotenza nella nostra vita di un normale mercoledì di settembre? Tantissimo! Ma, soprattutto, in maniera irreversibile. Basta considerare le dimensione e la portata delle quattro grandi crisi che sono esplose in questo periodo. Quelle economico finanziarie (si pensi solo al 2008 e alla instabilità che ne è seguita). Sanitarie (il Covid!). Ambientali (un crescendo: da Vaia al Nepal). E, infine, la pace spezzata (con una guerra – quella russo ucraina – che dura ormai di più della seconda guerra mondiale).
C’è un filo che collega il tutto e che ci conduce alla complessità contemporanea: il fatto che sono saltate tutte le regole sulle quali avevamo fondato la nostra convivenza e impostato il futuro delle prossime generazioni. Dopo i disastri del Novecento l’umanità aveva avviato un processo di autocoscienza collettiva che – sotto la parola d’ordine: “mai più; mai più!” – aveva portato a una assunzione collettiva di responsabilità che si è tradotta nella costruzione di organismi e relazioni internazionali (l’Onu, Bretton Woods, la UE, le varie aree di libero scambio, l’Ilo, il Fmi, il Wto, ecc). Un impianto riconosciuto dall’insieme della comunità internazionale e supportato da una miriade di trattati e accordi. Sui temi della pace (oltre 2200, per 140 processi di composizione dei conflitti: da Dyton a Oslo agli accordi di Abramo, oltre a tanti accordi locali); della deterrenza nucleare (dalla serie “New START-STrategic Arms Reduction Treaty,” l’ultimo non rinnovato del 2015 a “JCPOA-Joint Comprehensive Plan of Action” sul nucleare iraniano); della cooperazione e commercio globale (oltre 800 accordi, da Seattle ‘99 al Mercosur); del clima (Kyoto 1997 e Parigi 2015). E così via.
A tutti noi sono noti i limiti e le ambiguità di questi processi. L’Onu si è dimostrata decisiva nel tenere gli equilibri, ma solo fino a che tra gli Stati più forti è prevalsa la volontà di non esasperare i conflitti. La UE ha svolto un compito storico egregio (moneta unica, costituzione, libero scambio di persone…), ma non ha saputo superare il meccanismo della unanimità nelle decisioni, sicché ogni allargamento è diventato un problema, anziché una risorsa. Il Fmi ha favorito uno sviluppo diseguale. L’abolizione nel novembre del 1999 (simbolicamente a cavallo del cambio di secolo) del “Glass-Steagall Act”, che garantiva, dal 1936, la separazione tra banca d’affari e banca di investimento ha dato il via alla speculazione finanziaria. Con l’ingresso della Cina nel Wto, l’esasperata competizione economica globale ha aumentato la ricchezza, ma anche le disuguaglianze a danno dei più poveri e del clima (in vent’anni sono morte 606.000 persone e 4,1 miliardi di persone sono state coinvolte da fenomeni naturali anomali, con circa 250-300 miliardi di dollari di danni all’anno).
Eppure – fa rabbrividire dirlo di fronte a questi dati – dobbiamo riconoscere che, nonostante tutte queste e altre contraddizioni, e con alti e bassi, la direzione di marcia verso una convivenza pacifica e una crescita sembrava garantita e i popoli dimostravano fiducia nel futuro e nella democrazia. Quello che tutti quei trattati e accordi ci dicono è che il tentativo di evitare la catastrofe o il disordine era considerato, in un mondo sempre più globalizzato, un impegno prioritario dei governi e delle istituzioni. In tutti i campi. Prevaleva, cioè, per convinzione o per costrizione, l’idea che solo con la cooperazione si sopravvive e si migliora la qualità del vivere. Non è più così!
Il ritorno ai nazionalismi e alla forza come principio regolatore delle relazioni prevale ormai nell’atteggiamento delle grandi potenze. Diciamola come va detta: un’ondata di “destra” (nel senso storico, ideologico e culturale del termine), di imperialismo e di neo colonialismo sta invadendo il mondo. Il punto, per noi, più che l’esistenza di fondamentalismi totalitari protagonisti di questo nuovo corso, è che le democrazie liberali lo suffragano col libero voto, come è accaduto nei giorni scorsi in Sassonia. E come era accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump. Sembra, quasi, che la parabola iniziata con l’11 settembre 2001 stia arrivando a compimento e ci metta di fronte a un passaggio storico decisivo.
Nulla è, e sarà, come prima.
Eppure, non siamo al capolinea, alla “fine della storia”. Al contrario: proprio perché siamo convinti che non si torna indietro, che la rottura degli schemi conosciuti è irreversibile, vuol dire che siamo entrati in un’epoca “fondativa”. Ciò significa che dobbiamo costruire nuovi paradigmi; nuovi modelli (quali?), nuove regole (decise da chi?), nuovi poteri (conquistati come?). E non è detto, come la storia dimostra, che l’esito scontato sia uno solo e il peggiore! La costruzione di un nuovo ordine mondiale è lo straordinario compito assegnato alle persone di buona volontà di oggi e di domani. Dobbiamo avere coscienza che siamo solo agli inizi e che sarà un processo non semplice, né breve, né pacifico. Opporsi “all’andazzo” e costruire un mondo fondato sulla convivenza pacifica e solidale non è un’utopia, ma una impellente necessità.
Non si parte da zero. Rifondare non significa negare la storia e la memoria. Sono i nuovi demiurghi che rinunciano a quanto di buono abbiamo imparato ed esaltano quanto di cattivo abbiamo vissuto nel lungo cammino dell’umanità. Aggiungo che siamo aiutati dalle straordinarie opportunità di cui oggi l’umanità dispone, come mai prima. Le risorse tecnologiche e i mezzi di produzione consentono, già adesso, ma ancora di più in futuro, di affrontare e vincere molte sfide. La tecnologia digitale può permettere di abbassare la fatica e ampliare gli spazi di libertà. La scienza ci offre inedite soluzioni per affrontare insieme la fame, la salute e il clima. I mezzi di comunicazione e di trasporto fanno sì che il mondo sia davvero un villaggio, un’unica grande metropoli.
La via distruttiva della forza e del dominio è fondata sulla convinzione che l’interesse di ciascuno e delle comunità sia alternativo a quello altrui. Non è solo un errore morale, è anche un errore politico ed economico. La demografia ci dice che la popolazione mondiale cresce, che i paesi più poveri sono i più prolifici e quelli ricchi i più vecchi. Non ci sarà nazionalismo, controllo delle frontiere, guerre militari o di religione che cambino questa realtà: viviamo a contatto di gomito in uno spazio limitato! In un equilibrio fondato sulla forza la conseguenza non potrà che essere un conflitto crescente e devastante. Impensabile ripetere l’Olocausto, o la schiavitù o la gestione Belga del Congo. Al tempo stesso è ingestibile per tutti (ricchi e poveri) una migrazione di massa.
Non resta che una strada: una crescita diffusa ed equilibrata in tutto il pianeta. Nello scenario da villaggio globale la convenienza generale è che in ogni quartiere del mondo si diffondano salute, istruzione, casa, reddito. Migliorare la vita di tutti, a cominciare da chi sta peggio e preme su chi sta meglio è, dunque, vantaggioso anche per i più agiati. È una regola semplice ed è la sola strada per governare davvero fenomeni complessi quali il riconoscimento e la valorizzazione delle identità dentro un processo di dialogo e rispetto reciproco. Per dirla provocatoriamente: nella dimensione economico sociale contemporanea solidarietà e convenienza, altruismo ed egoismo finiscono per coincidere.
Solo una visione ottusamente ideologica o tardo moralista non vuole vedere che promuovere un piano di sviluppo globale è la strategia giusta per dare un nuovo ordine al disordine attuale. Se la politica esiste ancora – o vuole esistere ancora – sa quel che deve fare!