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Baretta: Europei di nuoto e atletica, sport e non solo

17 Agosto 2026

Articolo di Pier Paolo Baretta su "Riformismo e Solidarieta'"

Appassionanti, come sono quasi sempre le competizioni sportive internazionali, gli europei di nuoto e di atletica 2026, appena conclusi rispettivamente a Parigi e a Birmingham, hanno offerto uno spettacolo straordinario, sportivo e non solo. Medaglie, record, bella gioventù e tantissima passione.

In particolare, per l’Italia, i risultati sono stati straordinari in entrambe le competizioni. Ma se guardiamo oltre l’aspetto sportivo – o se preferite, guardiamo allo sport come test rappresentativo – emergono alcune considerazioni di carattere più generale.

La prima: l’Europa sportiva è davvero un continente “allargato”. A Parigi hanno nuotato 52 Paesi: (https://europeanaquatics.org/). A Birmingham hanno corso, saltato, lanciato 49! Molto oltre i 27 che compongono attualmente l’Unione Europea; praticamente un terzo del mondo. C’erano Israele, Svizzera, Turchia, Azerbaigian, Cipro… realtà ben lontane da una prospettiva politica o sociale europea, che gareggiano insieme per il particolare modello organizzativo scelto dalle federazioni sportive, largo fino al punto da comprendere anche la squadra degli “atleti neutrali” (russi e bielorussi), ammessi ai campionati senza bandiera e inni nazionali a causa delle sanzioni sportive internazionali.

Quante diverse velocità si confrontano in vasca e in pista! Culture, costumi, istituzioni. Pil, reddito, occupazione. Ogni paese esprime delle eccellenze e tra loro competono alla pari…Non si può negare che sia un bel vedere e non si può non pensare al potenziale straordinario che tutto ciò rappresenta in un mondo frantumato e senza un ordine globale. L’Europa sportiva funziona da aggregatore. Oltre i confini politici (solo a pochi, in questi giorni, è passato per la mente che la Gran Bretagna, sede degli europei, non fa più parte dell’Unione europea) e tradizionalmente geografici (ma quali sono le nuove mappe del mondo globale?),  l’Europa sportiva ha saputo esprimere il protagonismo di un mondo più vasto, che ha capacità e bisogno di stare insieme.

La seconda: questa Europa allargata è intrinsecamente multietnica. Molti paesi presentano in gara un numero importante di atleti di origine chiaramente non europea, o nati in famiglie che dentro i confini – geografici e non – dell’Europa stessa si sono spostate da paese a paese. Ne hanno beneficiato praticamente tutti e in particolare i paesi più capaci di fare inclusione.

Per citare solo l’Italia, tra i vincenti ci sono figli di coppie miste (è il caso di Sara Curtis, oro e record mondiale) e di famiglie immigrate europee (è il caso di Dariya Derkach, oro nel salto triplo arrivata in Italia a nove anni). Ma anche atleti provenienti da un altro continente, che in Europa hanno scelto di vivere (come Andy Diaz Hernandez, campione europeo e mondiale del salto triplo). È un fenomeno ormai inarrestabile che produce una mescolanza travolgente di fisicità, colori, personalità.

Guardando le gare, ma anche ascoltando le interviste dei campioni, l’impressione è di un fortissimo arricchimento in qualità per tutti, con buona pace delle controversie e delle polemiche internazionali, in questi giorni particolarmente infuocate, con addirittura l’inutile e pericolosa sospensione di Schengen da parte del nostro governo.

Ne consegue – ed è la terza considerazione – che, allo stadio o in piscina, vincono il cameratismo e, direi, proprio la fratellanza. Questo è stato il segno distintivo dei rapporti in gara e, in generale, anche di quelli tra il pubblico. Uno stile, un approccio che non offusca la competizione, ma la inserisce in una cornice più grande, quasi in un’impresa comune.

Infine, la quarta considerazione. A ogni vittoria gli atleti mettono giustamente sulle spalle, con orgoglio, la loro bandiera nazionale e a ogni premiazione viene suonato l’inno nazionale del vincente.  Tutti in piedi lo ascoltano con rispetto e i connazionali, commossi, lo cantano… Io pure (al riparo dal caldo!) ho goduto delle vittorie italiane e ascoltato (e canticchiato!) volentieri l’inno di Mameli.

Al tempo stesso, l’Europa unita è ormai una realtà consolidata; la simbologia dei giochi non viene rappresentata come sarebbe necessario e coerente. L’identità collettiva continentale è un patrimonio già vissuto e condiviso e mi sono chiesto perché gli atleti vincitori (almeno quelli che fanno parte dell’Unione!) non possano sventolare anche una bandiera europea assieme a quella nazionale. E perché il pubblico non si possa riconoscersi “fratello” ascoltando oltre all’inno nazionale anche quello europeo. È probabile che – per gli equilibri che governano i rapporti tra gli stati e le federazioni sportive nazionali – il simbolo europeo non avrebbe potuto campeggiare al centro dello stadio di Birmingham: la Gran Bretagna certo non avrebbe fatto sventolare la corona di stelle in campo azzurro…

Ma i gesti simbolo, senza attenuare la competizione tra paesi e la ricchezza delle identità nazionali, potrebbero esaltare l’unità complessiva di un continente plurale e offrire al grande pubblico che segue lo sport l’immagine e la prospettiva di un traguardo ormai indispensabile.

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