«Energia, sanità, lavoro e sicurezza. Così al governo cambieremo l’Italia»
La segretaria del Pd: «Io a Palazzo Chigi? Ovviamente sento la responsabilità. Prima il programma, poi le primarie. Non faremo più alla destra il favore di dividerci»
Ernesto Menicucci
È appena uscita dalla Camera, per il “rompete le righe” agostano del Parlamento, e sta salendo in auto per un appuntamento privato. Tra uno spostamento e l’altro, Elena Ethel Schlein, per tutti Elly, segretaria del Pd, risponde al telefono al Messaggero. Un’ora e dieci di chiacchierata, che si conclude con una battuta.
Segretaria, lo sa che tra qualche giorno diventerà la più longeva, come giorni consecutivi – superando Bersani; come giorni complessivi in testa resta Renzi, ma con due round al Nazareno – alla guida del Pd? Come ci è riuscita, in un partito in cui lo sport nazionale sembrava quello di eleggere un leader per poi “crocifiggerlo in sala mensa”?
«Davvero? Non lo sapevo... Ce l’abbiamo fatta perché abbiamo riportato il partito dove la nostra gente se lo aspetta: al fianco di lavoratrici e lavoratori davanti alle fabbriche, davanti ai luoghi di cura che sono in sofferenza; l’abbiamo riportato a battersi per la giustizia sociale, per la questione salariale, per la sanità pubblica, la scuola pubblica, per riuscire a migliorare la qualità del lavoro e dell’impresa. Oggi abbiamo una comunità che è affiatata, che capisce questa grande sfida unitaria per portare la sinistra al governo del Paese».
Con Elly Schlein premier?
«Ho sempre detto che faremo un accordo a chi prende un voto in più o faremo le primarie. In ogni caso la mia disponibilità c’è tutta, perché sentiamo la responsabilità, come prima forza d’opposizione del Paese, di dare il nostro contributo».
Di strada ne ha fatta molta.
«Dopo la sconfitta del 2022 c’era chi ci dava per spacciati, c’era chi scommetteva su scissioni o sulla fine del Pd. Siamo cresciuti in tutte le tornate elettorali, siamo cresciuti dai sondaggi del 2023, che ci davano al minimo storico del Pd al 14%, fino al 24% delle Europee. Al contempo abbiamo anche lavorato per costruire un’alleanza progressista che nel 2022 non c’era, perché sia con i Cinquestelle che con i moderati non ci si parlava più: oggi governiamo insieme e bene Regioni e città».
Le istanze dei riformisti?
«Io penso alle priorità del Partito democratico e, quando le ho delineate, già abbiamo puntato su temi su cui è possibile costruire convergenze con tutte le forze di opposizione: sanità pubblica, scuola, ricerca e università, lavoro dignitoso. Poi le politiche industriali per guidare le grandi transizioni, digitale ed ecologica. Anche il tema climatico va affrontato: il governo non ha messo un euro sul cambiamento climatico e lascia da sole le città a fare quello che possono. La quinta, perché devono starci sulle dita di una mano, sono i diritti della democrazia, su cui abbiamo fatto tante cose insieme, tra cui vincere un referendum che dicevano che sarebbe stato impossibile vincere».
La crisi migratoria e umanitaria di Ceuta, in Spagna, ha infuocato il dibattito estivo. Che idea se n’è fatta?
«Che intanto è una grave crisi umanitaria nella quale hanno perso la vita più di cento persone, risolta in 48 ore nelle quali Sanchez ha fatto più rimpatri di Meloni in quattro anni. Il governo ha risposto con delle buffonate propagandistiche, litigando con le cartine geografiche: Ceuta è un’exclave spagnola, dalla quale non si può circolare liberamente nella penisola spagnola, figuriamoci in Europa. La chiusura di Schengen è un precedente pericoloso per l’Europa e il nostro Paese. Pensi se facessero così gli altri Paesi con noi, visto che in Italia nel primo anno di Meloni sono arrivati 157 mila migranti».
Però 22 Paesi europei si sono schierati con l’Italia. Sanchez è esente da critiche?
«C’è stata una disinformazione di contenuti social, che cioè si potesse passare liberamente le frontiere e passare in Spagna. Sanchez non c’entra, c’è stato un vertice dei ministri europei da cui è emersa solidarietà alla Spagna».
Fosse lei al governo, cosa farebbe sul fronte migratorio?
«Quello che avevo già fatto da europarlamentare: modificare le regole di Dublino, per dire che chi entra in Italia entra in Europa e ogni Paese deve fare la sua parte sull’accoglienza. Il governo italiano ha mollato questa battaglia».
Ma la revisione di Dublino è stata affondata anche dai veti di diversi Paesi europei, specie del Nord e dell’Est...
«In ogni caso l’Italia ha rinunciato, andando poi a spendere milioni per le prigioni in Albania, un modello illegale che ha fallito, per centri rimasti vuoti oltretutto: 536 persone in due anni».
Sul fronte della sicurezza cosa farebbe da premier?
«Intanto riportare in Italia gli 800 milioni spesi per l’Albania e assumere più forze di polizia: mancano 22 mila tra poliziotti e carabinieri, per aumentare i presidi nelle città. La sicurezza è un bene comune dei cittadini e chi ha la responsabilità di garantirla è il governo, senza scaricare sui sindaci. Invece da noi, a fronte di sei decreti sicurezza, i reati nel 2023 e 2024 sono aumentati e la risposta del governo è solo propagandistica».
Va bene, ma la sua ricetta?
«I pilastri sono due: repressione e prevenzione. Perché accanto ai presidi delle forze dell’ordine servono quelli sociali, educativi, culturali».
La sicurezza, a sinistra, è stata sottovalutata?
«Non mi esprimo per il passato, ma da quando guido il Pd ci siamo sempre occupati di questo tema. Abbiamo fatto il primo grande evento con tutti i nostri sindaci a Bologna su questo».
Un governo a guida Schlein confermerà gli aiuti militari all’Ucraina?
«Da settembre lavoreremo al programma, ma in politica estera abbiamo forti convergenze. La condanna alla guerra illegale di Trump e Netanyahu in Iran, le mozioni su Gaza che sono scaturite in una piazza da 300 mila persone, il riconoscimento dello Stato di Palestina. Lo sa che dalla tregua in Iran muore comunque un bambino al giorno a Gaza?».
Ok, e l’Ucraina?
«Ci sono delle differenze, ma saremo in grado di fare sintesi anche su questo. Il Pd non ha mai fatto mancare il suo apporto al popolo ucraino, contro l’invasione criminale di Putin. Serve anche uno sforzo diplomatico e politico dell’Ue, che finora è mancato. Ci vorrebbe un negoziatore europeo».
Idee?
«Serve una figura delle istituzioni europee o scelta comunque dai 27 Stati membri, che sarebbe più forte di una decisione in formati intergovernativi. L’Europa è un progetto di pace, dopo le due guerre mondiali, non può ricadere in preda ai nazionalismi».
Stop anche all’unanimità?
«Con l’unanimità non si gestisce neanche un condominio... Serve un salto in avanti sull’integrazione, come ricorda spesso il presidente Mattarella. Altrimenti l’Europa verrà messa al margine dalle superpotenze. Bisogna cercare di colmare il gap sull’Ia: noi, con il Nobel Parisi, abbiamo proposto un Cern europeo. Lo dice anche Papa Leone nella sua ultima enciclica: non si può concentrare il potere sempre in meno mani, l’Ia non può dominare l’essere umano. Facciamo un modello europeo, o saremo dipendenti da quello cinese o da quello degli amici di Trump. L’autonomia strategica è anche una questione di sicurezza nazionale».
Un treno che l’Ue ha perso?
«Siamo in ritardo, certo. Ma sul terreno delle applicazioni industriali si può fare molto».
La difesa?
«Contrari alla corsa al riarmo di 27 singoli Stati, ma favorevoli a costruire una vera difesa europea. Abbiamo ribadito anche la contrarietà all’aumento al 5% del Pil della spesa militare».
Benzina alle stelle, cosa fare?
«Il taglio di 17 centesimi non è neppure sufficiente a far tornare il prezzo sotto i due euro. Bisogna attivare il meccanismo delle accise mobili, che significa restituire agli italiani l’extra gettito Iva che entra nelle casse dello Stato per i rincari dei carburanti dai maggiori ricavi».
Quali altre priorità?
«Dopo quattro anni di governo Meloni abbiamo le bollette più alte d’Europa. Altri Paesi europei che cinque o sei anni fa stavano come noi hanno fatto passi da gigante sullo sviluppo dell’energia pulita e rinnovabile e questo ha ridotto il peso del gas sulla bolletta. Bisogna semplificare i processi autorizzativi per nuovi impianti, coinvolgere i territori e condividere i benefici. Se fai un impianto, una quota dell’energia che produce vada alle piccole e medie imprese del territorio e che alle famiglie arrivi lo sconto in bolletta».
Che altro?
«Sanità pubblica e salario minimo, immediatamente. Ci sono sei milioni di italiani, cresciuti di un milione e mezzo tra il 2023 e il 2024, che rinunciano a curarsi perché le liste sono troppo lunghe o non se lo possono permettere. Ma questa destra vuole una sanità a misura del portafoglio delle persone, noi difendiamo la sanità di Tina Anselmi, che cura chi da solo non ci riesce. Il salario minimo esiste in 22 Paesi europei, ha aiutato a reggere il colpo dell’inflazione che ha rubato potere d’acquisto alle famiglie italiane. Dato Istat: negli ultimi quattro anni gli stipendi degli italiani hanno perso nove punti percentuali e i beni alimentari, quando si va a fare la spesa, costano il 25% in più. Questo è il Paese dopo quattro anni di governo Meloni: crescita zero, calo della produzione industriale da tre anni consecutivi, salari tra i bassi d’Europa, le bollette tra le più care. La fotografia di un fallimento».
Non vi sarà difficile vincere le elezioni...
«Ce la metteremo tutta perché dopo vent’anni abbiamo la possibilità di vincere le prossime elezioni e cambiare il Paese. Questo è l’obiettivo. Farlo con un’alleanza progressista è un’occasione che non possiamo perdere».
La sinistra, quando sembra avere buone chance di vincere, finisce per perdere. La “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto nel ’94, la “non vittoria” di Bersani nel 2013. Cosa state facendo perché questo non si ripeta?
«Non faremo più il favore alla destra di dividerci. Sono tre anni che lavoro in maniera testardamente unitaria, non perché ce lo abbia scritto il medico, ma perché ce lo chiede la nostra gente, che vuole un’alternativa a questa destra. Ma non partiamo da zero: abbiamo fatto tante proposte comuni, come quella sul congedo paritario, cinque mesi al 100% anche per i padri. E anche sulla riforma della Rai».
Quindi Elly Schlein, se fosse premier, non “sceglierà” i direttori di Tg1, Tg2 eccetera?
«Giorgia Meloni è l’ultima presidente del Consiglio ad aver lottizzato la Rai».
Glielo torneremo a chiedere se e quando sarà a Palazzo Chigi. Perché, come si dice nel calcio, “sono bravi tutti dal divano”.
«Ne avete piena facoltà. Ma sono talmente seria che non siamo neppure entrati nel Cda della Rai».
A proposito, per chi tifa?
«Per la Nazionale e speriamo di essere presto di nuovo in pista».
Per chiudere. Prima il leader del centrosinistra o prima il programma?
«Prima il programma. Poi o faremo un accordo, a chi prende un voto in più, oppure le primarie».
Prima il programma perché poi chi vince, ma anche chi perde, lo deve rispettare?
«Esatto. Perché chi vince le primarie deve guidare tutta l’alleanza e non solo il suo partito».