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Franceschini: le primarie sono l'unica soluzione. Non esiste un mister X

04 Agosto 2026

Intervista a Dario Franceschini su "Repubblica"

Il senatore dem invita a raffreddare gli animi: «I gazebo non siano un tormentone. Stop con le accuse di putinismo».

Dario Franceschini, di fronte alle divisioni del centrosinistra, un anno e mezzo fa, proprio su Repubblica, avanzò un’idea che sembrava l’uovo di Colombo: ognuno faccia la sua corsa e, dopo le elezioni, si deciderà il premier dell’alleanza. Nel frattempo, il centrodestra ha escogitato una legge elettorale che costringe i progressisti a scegliere prima del voto, mettendo in evidenza i problemi irrisolti della coalizione.

Franceschini, è passato più di un anno dalla sua intervista e siamo tornati al punto di partenza?

«Visto che fa già abbastanza caldo, eviterei di infiammare l’estate del centro sinistra. Propongo a tutti un esercizio da fare ogni mattina: pensiamo a cosa vorrebbero dire per il Paese altri cinque anni di governo Meloni tra immobilismo, incapacità e rincorsa affannosa di Vannacci. Siamo sul punto di poter vincere le prossime elezioni, sarebbe colpevole rovinare tutto per colpa nostra».

Sta pensando a Giuseppe Conte, che di nuovo ha espresso posizioni molto lontane da quelle del Pd sull’Ucraina e la Russia?

«Non mi pare che abbia introdotto delle novità riguardo alla sua posizione, intendo rispetto alle posizioni pubbliche già esplicitate in Parlamento».

La novità è nel metodo: Conte propone di risolvere il nodo Ucraina a colpi di primarie, chi vince impone la linea agli altri. Si può fare?

«Ci arrivo. Sarebbe bello un mondo alla John Lennon, ha presente? Imagine all the people living life in peace, ma io ricordo Aldo Moro che diceva: questo è il tempo che è dato vivere. Un tempo che, a livello internazionale, è pieno di contraddizioni, di odi, di cose vecchie che riemergono. Non è mai facile trovare un equilibrio tra l’obiettivo della pace, i nostri valori e la responsabilità della politica. Anche restare in un’alleanza è una cosa difficile».

Dicevamo di Conte e delle sue posizioni sulle armi all’Ucraina.

«Su queste cose si interrogano tutti i cittadini, non è come con la legge elettorale che resta una materia da addetti ai lavori. Ora, io non condivido il discorso che fa Conte, soprattutto quando fa riferimento al presunto ruolo “bellicista” dell’Europa. Però eviterei nei prossimi mesi, tra noi alleati, che appena uno esprime un’opinione, quale essa sia, gli si dia addosso a suon di “putinista” o “amerikano” con la kappa, come si diceva una volta. Amici della Russia o di Trump. Queste accuse lasciamole alla destra, noi abbiamo tutti lo stesso obiettivo e sono assolutamente convinto che, nell’azione di governo, come è già capitato quando abbiamo governato insieme, troveremo una posizione comune nel solco europeo».

Qua però la posizione comune la dovete trovare prima, non dopo le elezioni. Come la mettiamo?

«La metto così: siamo d’accordo che la nostra è una coalizione fatta di diversità?».

Nessuno la può smentire su questo...

«È diversa la nostra storia, quella dei cinque stelle e degli altri. Più ci allarghiamo, e dobbiamo allargarci al centro, e più le diversità aumenteranno».

E allora?

«Allora non vedo alternative alle primarie. Sarebbe bello se i leader si riunissero in una stanza e ne uscissero tutti concordi sul nome del signor X o della signora Y, ma non mi pare che siamo realisticamente in queste condizioni e oltretutto non mi pare neanche che ci sia questo mister X».

Quindi avanti con le primarie.

«Sì, basta con questo tormentone primarie sì e primarie no. Facciamole e basta. Però attenzione. Abbiamo dato talmente il cattivo esempio, a livello di partiti, nel passato, che la nostra gente, anziché essere contenta di scegliere da chi farsi guidare, adesso è spaventata dai possibili effetti dilanianti».

E qual è la soluzione?

«Ci devono essere regole precise. Intanto, la sottoscrizione di alcuni punti cardine comuni, non una cosa di 300 pagine, ma i fondamentali sì».

È proprio questo che contesta Conte, lasciamo scegliere con le primarie. Insisto, le sembra possibile?

«Non voteremo armi sì, armi no. Tra quei punti programmatici importanti che vanno sottoscritti prima, io vedo anche la politica estera. E il riconoscimento formale dell’esito del voto deve essere vincolante: non è che chi perde, poi dopo riapre la discussione. Aggiungo un’altra cosa... sembra un dettaglio ma non lo è».

Ovvero?

«Chi vince non deve mettere il suo nome sul simbolo del suo partito».

Questa è pesante...

«Ci siamo passati già nel 2001, quando Francesco Rutelli era il candidato della coalizione e mise il suo nome sul simbolo della Margherita, ci fece guadagnare molti voti in più. Chi vince le primarie, dal giorno dopo non rappresenta il suo partito ma il programma comune e la coalizione. Ha ragione Schlein».

Le sembra che i leader siano disposti a cedere così tanto?

«Le rispondo con un’altra domanda. Anche se tutti i leader si vincolano al programma comune, compresa la politica estera, sarebbe la stessa cosa eleggere Renzi o Fratoianni?».

Naturalmente no, anche se hanno firmato un documento, poi c’è la politica...

«Esatto, c’è la politica. È chiaro che uno si porta dietro il suo vissuto, quello che rappresenta. C’è una cornice comune ma poi ci sono anche le personalità, sarebbe illusorio pensare di ridurre tutto ad unum. Renzi ha ricordato ieri che anche per il partito democratico americano, che peraltro non è una coalizione e ha un programma unico, non è la stessa cosa se alla Casa Bianca ci va Biden o Ocasio-Cortez, giusto?».

Giusto, però qua si parla di divisioni su punti strategici, è più difficile trovare un punto di incontro...

«Lo troveremo, lo troveranno. E va trovato prima delle elezioni».

Altre regole sulle primarie?

«Un’altra cosa da chiarire è impedire che diventino uno show mediatico in cui si può presentare chiunque».

Pensa a dei paletti all’ingresso?

«Esatto, siccome sento le cose più strane, vanno stabiliti dei criteri di presentazione, chi si candida deve rappresentare un’area politica, dei parlamentari, non è che arriva il primo che passa a cercare visibilità».

A queste condizioni, primarie siano.

«Certo, con queste poche regole sì. Trovo che le primarie siano un’opportunità straordinaria, possiamo coinvolgere milioni di persone, sarebbe un avvio straordinario della campagna elettorale che la destra si sogna. Io personalmente farei finire tutto il lunedì con una festa di popolo, in cui tutti i candidati sostengono la vincitrice o il vincitore. Basta persone preoccupate, basta con questi musi lunghi».

Quando farle? A settembre?

«Decidano i leader, l’importante adesso è mettere fine a questo tormentone, primarie o federatore. Anche perché dall’altra parte ci sarà solo un nome: Giorgia Meloni».

Quindi secondo lei la nuova legge elettorale l’approvano?

«Credo di sì, anche se è una cosa senza senso. Pensate a quest’ultimo emendamento ipocrita sulle preferenze, una vera invenzione balorda. Non bisogna prendere in giro la gente, solo Fratelli d’Italia e il Pd eleggeranno qualcuno con le preferenze, tutti gli altri eleggeranno solo i capilista bloccati».


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