A dieci anni dalla sua scomparsa, Guglielmo Minervini va liberato dalle letture di comodo e da ogni tentativo di addomesticarne la figura, riducendolo a un francescano finito quasi per caso nell’agone della politica. Guglielmo è stato uno dei migliori politici della sua generazione e un amministratore di grande qualità. Ha esercitato il potere considerandolo sempre uno strumento e mai un fine. Sapeva bene che a ogni spinta verso il cambiamento corrispondeva una forza uguale e contraria: le incrostazioni corporative, le rendite di posizione, quel fatalismo meridionale che porta a credere che nulla possa davvero cambiare. A parlarci ancora oggi di Guglielmo è il suo operato.
Parla l’amministratore che ha sfidato e denunciato il malaffare nella gestione delle Ferrovie Sud Est. Che ha squarciato un velo sull’ignobile piaga del caporalato e dello sfruttamento nella raccolta del pomodoro nel foggiano. Che ha investito, con coraggio, sulle compagnie aeree low cost per garantire i collegamenti con l’Italia e con l’Europa, e non solo in una prospettiva turistica. Che ha scritto la prima legge regionale sull’accesso al mare, cogliendo con largo anticipo i rischi della privatizzazione delle coste. Una legge rimasta purtroppo, in molti casi, lettera morta per la mancata applicazione da parte dei Comuni. E parla la sua politica più famosa, quei Bollenti Spiriti che nacquero da un atto fortissimo: dare direttamente ai giovani i fondi che fino a quel momento si perdevano nei mille rivoli delle agenzie di formazione.
C’è un doppio filo rosso che lega le politiche di Minervini. Il primo è l’idea che la politica non debba controllare i processi, imporli dall’alto, ma farsi leva che libera le energie sociali. Una concezione, questa, che riflette appieno la visione del miglior cattolicesimo democratico: un riformismo inteso non come espressione di una volontà illuminata calata dall’alto, ma come fatto di popolo, che prende forma e si concretizza attraverso le persone. Il secondo è una concezione molto lucida sulla traiettoria della Puglia. Come raccontò nello straordinario dialogo con Alessandro Leogrande, con la caduta del Muro, lo sbarco della Vlora, erano venute meno le ragioni storiche, geopolitiche e perfino antropologiche, che avevano costretto la Puglia dentro la gabbia narrativa di un meridionalismo folkloristico.
Guglielmo fu tra i primi a comprendere che la fine del mondo diviso in blocchi avrebbe ridisegnato il destino del tacco d’Italia: non più estrema periferia dell’Occidente, ma crocevia di un nuovo scenario geopolitico, con il Mediterraneo di nuovo al centro. In ciò che avevamo cancellato, rinnegato, sacrificato sull’altare di una presunta modernità, si nascondevano invece le tracce del nostro futuro: un patrimonio di saperi, bellezza naturale e ricchezza culturale. L’eresia di un Mezzogiorno non più con lo sguardo basso e col cappello in mano, ma capace di scrivere straordinarie pagine di innovazione sociale.
Per questo è impossibile non provare nostalgia. Non chiedersi cosa avrebbe fatto e detto in questi dieci anni, quali strade avrebbe indicato, quali intuizioni avrebbe avuto sulla Puglia e su quel Mediterraneo che immaginava come spazio di incontro e di futuro e che oggi, purtroppo, è tornato a essere uno dei luoghi in cui si concentrano le grandi tensioni del mondo. Così come è difficile non provare nostalgia anche per il Guglielmo meno noto al grande pubblico, quello che rifletteva sul ruolo della sinistra e del Partito Democratico. Dentro il PD pugliese combatté battaglie importanti contro il trasformismo, mettendo in guardia dai rischi di una sua mutazione antropologica e pagando spesso quelle posizioni con l’isolamento. La consolazione, per quanto amara, è che il tempo gli ha dato ragione: nelle sue parole contro alcuni campioni del trasformismo non c’era alcun giacobinismo, ma una lungimiranza politica che altri non seppero vedere, o preferirono non vedere.
Se, a dieci anni dalla sua scomparsa, Guglielmo è ancora così vivo nel cuore dei pugliesi, le ragioni sono tutte qui. Nella storia di un uomo che ha vissuto la politica con spirito di servizio, come un atto d’amore verso la propria terra. Che l’ha praticata nella sua accezione più alta: come strumento per combattere le disuguaglianze e migliorare concretamente la vita delle persone. La sua testimonianza continuerà a parlarci. Perché Guglielmo Minervini è stato, e sempre resterà, uno dei figli migliori di questa nostra terra.