Meloni e Salvini avevano pensato di usarlo. Il Generale, i militari, le parole d’ordine di una destra dura e pura, tutto un armamentario simbolico ottimo per una rinfrescata, in chiave elettorale, alle pareti impolverate da quattro anni di Governo.
Ma quando la cifra della tua esperienza alla guida del Paese è stata quella dell’immobilismo, i simboli diventano più forti. Ti fagocitano, ti mangiano.
Roberto Vannacci non è la causa, ma la conseguenza della crisi di una destra vittima della propria stessa retorica. Il quinto decreto sicurezza in meno di quattro anni è un’ammissione di inconsistenza, è la riprova che gli altri quattro non hanno funzionato, che non basta inasprire le pene se nel frattempo non agisci sul piano sociale, sulle cause del malessere e della delinquenza.
Vannacci è la fase due della destra. Proprio come il Trump. Più radicale, aggressivo, smaccatamente eversivo nel rapporto con le istituzioni e con gli avversari.
E Vannacci non fa nulla per nascondere che il modello, anche dal punto di vista politico e comunicativo, è proprio quello del Presidente americano.
Prima una serie di attacchi contro le donne – il femminicidio negato, in un Paese dove ogni 72 ore una donna viene ammazzata – poi contro gli stranieri, con il pestaggio da parte di un suo dirigente ai danni di un immigrato, e infine il video dell’altro ieri. Vannacci come un imperatore dell’antica Roma, il pollice verso, a rivendicare il potere di vita e di morte sugli avversari politici.
Vannacci ha già cambiato la natura della destra. Ne ha infiammato l’anima più estrema, tra continue allusioni al neofascismo e il richiamo a quel militarismo nemico della democrazia.
È la destra che attacca i giudici per la condanna a Mario Roggero, che parla a vanvera di grazia, calpestando le prerogative del Presidente della Repubblica e facendo finta di non sapere che i giudici hanno solo applicato la legge sulla legittima difesa promossa e voluta dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini.
È la realtà che viene sostituita dalla menzogna, il confronto pubblico da un video che fa venire i brividi per la sua carica di odio e violenza. E questo video, purtroppo, non sarà né l’ultimo né il peggiore.
Esattamente come Trump. Superare ogni volta un limite che pareva insuperabile, anestetizzare l’opinione pubblica, abituarla all’idea che la violenza nei confronti degli avversari possa diventare normale, che l’odio possa trasformarsi nel motore del nostro tempo.
La destra ha scelto il terreno della paura, del nemico, della provocazione permanente. Guai ad accettare quella sfida alle sue condizioni. La sinistra deve scegliere un altro campo: quello della politica, quello della capacità di ricucire ciò che altri dividono.
E allora il lavoro, a partire da salari e precarietà; la sanità pubblica, come primo presidio contro le disuguaglianze; la sicurezza, intesa come prevenzione, presidio sociale, legalità e qualità dello spazio pubblico; l’Europa, non come vincolo esterno ma come spazio politico nel quale tornare a esercitare sovranità, protezione e sviluppo. E poi la Costituzione, non come richiamo rituale, ma come programma ancora largamente incompiuto e base valoriale di un nuovo patto repubblicano.
Perché il punto, alla fine, è tutto qui. Se la destra organizza la paura, indica un nemico e alimenta la disgregazione, la sinistra deve tornare a organizzare la speranza. Non come sentimento astratto, ma come progetto politico e possibilità concreta di una vita migliore.
È su questo terreno che si fermano i Vannacci di oggi e quelli che verranno domani: non inseguendo la loro provocazione, ma rendendo politicamente più forte ciò che loro provano ogni giorno a dividere.