L’intervista di Giovanna Vitale
Nell’officina meccanica adibita a studio nel cuore del rione Esquilino, Dario Franceschini ha un bel da fare con la messa a punto della coalizione progressista: il motore funziona, è già avviato, ma non basta a far correre veloce una macchina che avrebbe bisogno di ammortizzatori più efficienti per girare al massimo e vincere la gara. Che, avverte l’ex ministro della Cultura, è più difficile del previsto: «Stiamo sottodimensionando il rischio che la destra resti al governo per altri cinque anni».
Cosa intende, senatore?
«Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci, ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero».
Dove vuole arrivare?
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo. Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra?
«C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato».
Ma quale rischio esattamente?
«Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Prenderebbe i “pieni poteri”?
«Esatto, e non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
Ritiene che nel centrosinistra ci sia un deficit di consapevolezza?
«Rischi così alti richiedono una risposta molto forte. Quindi niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum».
Invece i leader Pd, 5S e Avs hanno staccato il gruppo e sono andati in fuga: le è piaciuta quella foto?
«Non l’ho trovata nuova, era già capitato altre volte. Io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici. Il primo è Schlein, che ha saputo sanare le divisioni del ’22, e di Conte che ha portato i 5S nell’alveo progressista da posizioni antieuropeiste e antisistema. Poi, mano a mano, questo cerchio si porterà dentro gli altri, a partire da Renzi».
Ecco, appunto Renzi: in tanti diffidano di lui. E lei, invece, si fida?
«Mi pare che sia stato uno dei primi a capire cosa rischia la democrazia se vince Meloni. Sta facendo bene l’opposizione. Ha pieno titolo di stare nell’alleanza. E non solo lui».
Il centro però è affollatissimo: ci sono Iv, +Europa, Ruffini, Onorato, Spadafora... Ce la faranno a confluire in una “casa” comune?
«Si tratta di esperienze variegate: civici, riformisti, moderati, con molte personalità e i movimenti, ma è un’area fondamentale per vincere le elezioni. Va costruita un’aggregazione. E siccome serve generosità da parte di tutti, io continuo a sperare che Silvia Salis – che sta facendo benissimo la sindaca a Genova – si metta a disposizione di questo progetto».
Salis federatrice della quarta gamba del centrosinistra?
«Se accettasse, rafforzerebbe il progetto e darebbe alla coalizione la possibilità di battere la destra. Il centro del centrosinistra è troppo frammentato e fa fatica a unirsi. Ma tutti riconoscono a Salis le capacità necessarie per fare questo lavoro. Poi, cosa succederà in futuro si vedrà, ma intanto si salva l’Italia. Perché divisi si perde».
Conte ha già avvertito che non vuole accozzaglie, come si fa?
«Abbiamo già governato tutti insieme con ottimi risultati, non parliamo di teoria».
La politica estera dei 5S non è un ostacolo per il programma?
«Il programma parte sempre da posizioni diverse che trovano una sintesi. E io non ho nessun dubbio che si troverà. Se la pensassimo allo stesso modo staremmo nello stesso partito. Anche a destra è così».
Le comunali a Venezia hanno dimostrato che i 5 Stelle faticano a votare i candidati del Pd: manca l’amalgama fra gli elettori?
«Veniamo da storie differenti, fino al 2019 siamo stati avversari. Il Conte 2 però non è servito solo ad evitare di regalare il Paese al Salvini del Papeete, ma a preparare il terreno per costruire le alleanze territoriali e ora quella nazionale».
Resta il rebus leadership: le primarie sono inevitabili?
«Ditemi qual è l’alternativa. Ce ne sarebbe solo una: che i leader si accordino su un nome terzo ma non ne vedo. Le primarie allora sono lo strumento migliore per esprimere le proprie idee in una cornice di valori condivisi che si stabiliscono prima. E dal giorno dopo chi perde sostiene chi ha vinto».
In uno scenario di forte rivalità fra Conte e Schlein non rischiano di essere divisive?
«Dipende dal comportamento di chi partecipa e io sono certo che sarà costruttivo. I gazebo possono dare un grandissimo slancio alla campagna elettorale unitaria, da avviare la sera stessa dei risultati con una grande festa di popolo».
Ma non potrebbero fare un passo indietro e scegliere un nome terzo?
«Ripeto: ci vorrebbe il nome che mette d’accordo tutti e non mi pare ci sia».
Se tuttavia non lo si cerca...
«Personalità di questo tipo non si cercano, si vedono, non le crei in laboratorio. Conte e Schlein mobiliteranno i rispettivi partiti dentro la competizione. Lui ha già fatto il premier e non ha bisogno di dimostrare nulla. Quanto a Schlein, io sono stato al governo con cinque primi ministri, so le qualità che servono, e posso dire che lei le ha tutte per preparazione, carattere e credibilità internazionale».
C’è chi teme che in una sfida Meloni-Schlein prevarrebbe per esperienza e simpatia la prima.
«E invece si vedrebbe la diversità valoriale e di preparazione. Noi non dobbiamo cercare una Meloni di sinistra, dobbiamo mostrare le differenze. Che si vedono chiaramente».
La premier alla fine imbarcherà Vannacci in coalizione?
«Lei ha una grande opportunità: dimostrare di essere destra di governo, come accade nel resto d’Europa dove le estreme sono tagliate fuori. Ma non credo la sfrutterà, ci vorrebbero coraggio e lungimiranza. Vannacci però non so come si muoverà: se entra, farà un giro da ministro e finisce lì. Se no, purtroppo, durerà a lungo».
Se entra, Forza Italia si accoderà o romperà?
«Ci starà lo stesso, non mi sembra ci siano tanti leoni lì dentro».