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Yes, we can

08 Maggio 2026

Articolo su "La Stampa"

Diciotto anni fa lei, in trasferta a Chicago, distribuiva volantini e spillette con la faccia di lui e la scritta “Yes we can”. Oggi a Toronto Elly Schlein si ritroverà davanti Barack Obama per un colloquio tra leader politici. Già vista da questa prospettiva si capisce quanto sia importante per la segretaria del Pd l’incontro con l’ex presidente degli Stati Uniti, a margine del “Global progress action summit”, organizzato dal premier canadese Mark Carney. È un appuntamento che segue, per obiettivi e temi, quello di Barcellona, con Pedro Sanchez e Ignacio Lula, e si inserisce nel percorso di rafforzamento dello standing internazionale della leader dem, di allargamento della sua rete di relazioni all’estero, che potranno tornare utili in caso di vittoria alle prossime elezioni.

La missione canadese dev’essere «l’occasione per ribadire che serve unire le forze progressiste e democratiche, ampliare il dialogo e la cooperazione con tutti i Paesi traditi dalle politiche e dai dazi di Trump», spiega in un briefing con alcuni quotidiani organizzato prima del suo viaggio oltreoceano. In Catalogna Schlein aveva tenuto vari incontri bilaterali con colleghi socialisti e progressisti, altri ne avrà in questi due giorni a Toronto, compreso quello con Carney, apprezzato dalla segretaria per la sua ferma opposizione alle minacce imperialiste di Trump e per il discorso fatto dal canadese al vertice della Comunità politica europea in Armenia: «Ha detto che l’ordine internazionale verrà ricostruito a partire dall’Europa ed è stato un messaggio molto significativo», ricorda Schlein.

Però Obama è un’altra cosa. È ritrovarsi faccia a faccia con il proprio “mito”, con l’origine della sua passione politica, quando era solo una studentessa di giurisprudenza a Bologna. Al Nazareno stanno già preparando i post social a corredo della foto celebrativa. «Sarà il nostro primo incontro, non ci ho mai parlato», dice la segretaria, tradendo un pizzico di emozione. E ricorda di quella volta che «era a pochi metri da me, al discorso della vittoria dopo le elezioni del 2012, quando ero proprio sotto al palco a Chicago come volontaria della sua campagna elettorale». E, ancora prima, nel 2008, in piazza a gridare «yes we can», ma «in quel caso ero rimasta un po’ più lontano». Oggi si accomoderà di fronte all’ex presidente nelle vesti di leader del principale partito di opposizione in Italia e aspirante capo del prossimo governo. «Sicuramente gli parlerò del nostro lavoro e di come faremo a battere le destre nel nostro Paese per contribuire alla causa progressista mondiale», dice Schlein.

Nella sua agenda c’è il più volte osannato modello Sanchez, ma c’è anche il mai dimenticato modello Obama. Quello che aveva esteso la copertura assicurativa per l’assistenza sanitaria a decine di milioni di persone, tanto per citare un argomento su cui la segretaria dem insiste da quando è arrivata al Nazareno. Poi la revisione delle regole per controllare la grande finanza o le battaglie per i diritti civili. Senza dimenticare che era stato proprio Obama, nel 2015, a siglare l’accordo sul nucleare iraniano, poi stracciato da Trump nel 2018, con gli sviluppi drammatici che stiamo vivendo.

L’incontro di oggi, però, ha un valore simbolico anche nel confronto interno con Giorgia Meloni: mentre la premier, infatti, è rimasta impantanata nella sua “special relationship” con l’amico Donald, da cui ora fatica a smarcarsi, Schlein va ad abbracciare quello che resta il principale punto di riferimento dei democratici americani in vista della sfida per riprendere la Casa Bianca. «Perché non possiamo certo rinunciare all’asse con gli Stati Uniti, ma non si può stare dentro quella relazione a testa bassa», ribadisce la leader dem. Dunque, bisogna andare oltre quello che è «solo un presidente pro tempore» e guardare all’«altra America», con cui l’Italia e l’Europa devono impostare un’alleanza «con basi ben diverse da quelle che vuole Trump». Stesso discorso vale per il Canada, non a caso Schlein parla di «Nord America», perché il governo dell’ex banchiere Carney, per quanto liberale e lontano dal socialismo, viene visto come una sponda importante per la «costruzione di una rete globale di forze progressiste e democratiche – sottolinea la segretaria – che si oppongono a chi sta cercando di disfare l’ordine mondiale e delegittimare le sedi multilaterali, dove prevale il dialogo e la cooperazione anziché l’uso della forza e delle armi». È la stessa rete che lei sta tessendo in Italia, per scalzare Meloni da Palazzo Chigi tra un anno. E il messaggio che riporterà ai suoi alleati del centrosinistra da Toronto è scontato: «Yes we can».


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