Ottant’anni fa, il 21 aprile del 1946, moriva Keynes. Un anno fa, nella stessa data, è morto Francesco. La casuale coincidenza di questi due così diversi e distanti anniversari ci fa riflettere alla ricerca di un filo conduttore che riannodi la storia moderna intorno a un significato e a una prospettiva. Viviamo in un’epoca nella quale la pace è compromessa, le disuguaglianze dilagano e l’inquietudine affievolisce le speranze. Cerchiamo risposte morali e sociali. E almeno sulle seconde – poiché i tempi della storia sono lunghi, tanto più nei periodi di cambiamento come il nostro – conviene cercare percorsi che ci indirizzino verso risposte che ancora non possediamo. Ebbene, sia Keynes che Francesco sono interessanti, in questo disordine globale, proprio perché, partendo da presupposti differenti, ci hanno indicato le strade da percorrere alla ricerca di un mondo nuovo. In entrambi prevale l’idea positiva che il mondo possa cambiare in meglio. Entrambi criticano apertamente il sistema economico e sociale nel quale vivono, per migliorarlo, riformarlo, modificarlo, anche in profondità. L’obiettivo di ogni loro analisi e proposta non è la struttura, ma la persona, la sua dignità. In tale ottica, l’economia è un mezzo fondamentale per realizzare lo scopo. Perciò l’accostamento tra questi due straordinari personaggi non è irriguardoso, ma pertinente. Nella vasta opera letteraria di entrambi sono sufficienti due scritti per comprendere il significato del loro pensiero. “Le conseguenze economiche della pace” fu scritto da Keynes dopo la sua partecipazione, come componente della delegazione inglese, alla conferenza di Versailles, alla fine del primo conflitto mondiale. “Fratelli tutti” è l’enciclica che papa Francesco scrisse nel 2020. Se consideriamo il tema più sentito oggi – la pace – questi testi ci appaiono drammaticamente profetici. Francesco scrive che “la pace reale e duratura è possibile solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana”. Keynes anticipa questo ragionamento denunciando, nel suo libro, proprio la mancanza di una visione cooperativistica tra le nazioni. Sostiene, infatti, che l’eccessiva severità con la quale i vincitori del conflitto hanno trattato la perdente Germania sarà fonte di pericolose reazioni (che non mancarono con l’avvento del nazismo). Keynes usa addirittura toni apocalittici: “Se puntiamo a impoverire l’Europa centrale la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella finale guerra civile tra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla e che distruggerà, chiunque sia il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione». Francesco denuncia la “guerra mondiale a pezzi”. E, nella ulteriore complicazione del quadro internazionale, il suo successore Leone XIV riprende questo concetto e lo radicalizza. Keynes, dopo quella esperienza, si incammina su un percorso di riflessione economica ben diverso da quella praticato allora. Sarà la strada della presa di coscienza dei limiti del mercato e della necessità di un intervento regolatore, affidato all’autorità pubblica, che lo orienti verso obiettivi che assicurino il benessere a tutti. Sarà la prima consapevolezza che esiste un destino intrecciato che supera i confini delle singole nazioni, fino a ipotizzare un’area di libero scambio. Lo farà durante la grande depressione, lo farà a Bretton Woods, coerentemente con l’idea espressa, nel 1936, nella sua “Teoria generale”: «I difetti economici più evidenti della società in cui viviamo sono l’incapacità di assicurare la piena occupazione e la sua arbitraria e iniqua distribuzione della ricchezza e dei redditi». Dunque: pace, crescita, sviluppo, uguaglianza e cooperazione sono un unicum. Su questa strada si sono incamminati per tutto il Novecento e, ancor più, in questo inizio di XXI secolo, molti economisti, pensatori, papi. Ma pochi politici. Francesco attualizza queste riflessioni (vi aggiunge l’ambiente e la sostenibilità) nel culmine della modernità tecnologica e globale offrendoci una “teoria generale” di umanesimo contemporaneo. Vediamo, di fronte alla cronaca quotidiana degli errori, delle follie e delle malvagità nelle quali siamo coinvolti, quanto lunga sia ancora la strada. Ma almeno conosciamo la direzione da prendere.