Dario Franceschini, pensate veramente di poter vincere alle Politiche?
«La destra non si riprenderà più dalla sconfitta. È stata una botta politica terribile, perché l’hanno data milioni di italiani. Poi guardiamo la situazione. Le riforme cardine del centrodestra — il premierato per FdI, la giustizia per Forza Italia e l’autonomia differenziata per la Lega — sono andate in fumo. L’appiattimento su Trump è diventato insopportabile per gli italiani, anche per quelli di destra. Il governo dopo aver esaurito le risorse del Pnrr portate da noi non ha nessun investimento in previsione. Sui temi bandiera come sicurezza e immigrazione non hanno ottenuto nessun risultato. Quindi hanno davanti un anno che per loro sarà complicatissimo. Perciò sì, certo che è possibile vincere».
Però il centrosinistra ne ha ancora di strada da fare...
«Intanto abbiamo stabilito il perimetro della coalizione, e questo è stato il frutto del lavoro meritorio di Schlein, ma anche di Conte e degli altri leader del centrosinistra. Anche le Regionali, le battaglie in Parlamento e il referendum hanno contribuito a costruire il perimetro della coalizione. So che in politica non si danno mai meriti, ma mi piacerebbe che si riconoscesse che con la scelta del 2019 di non andare al voto e di dare vita al governo abbiamo gettato le basi della costruzione dell’alleanza con cui andremo alle elezioni».
C’è il problema della scelta del leader.
«Innanzitutto vorrei dire che il fatto che Conte il lunedì del referendum abbia detto sì alle primarie significa che per i 5 Stelle la prospettiva della coalizione è definitiva e rappresenta anche un risultato per noi del Pd che abbiamo sempre proposto questo strumento. Io credo che i meccanismi di scelta del leader nel nostro campo siano due: o si fa come la destra e si individua il leader del partito più grande o si fanno le primarie, che continuo a pensare siano il modo più trasparente e coinvolgente, se usate in modo virtuoso, di operare questa scelta».
Ma il Pd starà effettivamente con Schlein alle primarie?
«Per quel che riguarda il Pd è tutto chiaro. Nello statuto c’è scritto che è il segretario o la segretaria il candidato. Ma oltre allo statuto c’è la politica: Schlein è una vincente, ha vinto le primarie, le elezioni regionali e ha costruito una coalizione che sembrava impossibile costruire».
Non si parla più di federatori.
«Non è più stagione. Un conto è avere la personalità incontestabilmente capace di legare tutta la coalizione, come fu Prodi, ma cercare per forza qualcuno non ha senso, i partiti del centrosinistra hanno classe dirigente adatta per questo ruolo. Quindi il modo migliore per fare questa scelta sono le primarie. Ma quello che vorrei evitare, concordando che le faremo, è il tormentone “primarie sì, primarie no” per mesi, anche perché non saranno prima della fine del 2026 o dell’inizio del 2027».
Intanto c’è l’autocandidatura di Salis a federatrice.
«Salis ha detto che non intende partecipare alle primarie e che se le venisse chiesto di fare la candidata sarebbe disponibile. Non mi pare che ci sia niente di sconvolgente: chi direbbe di no se gli venisse chiesto?».
Dicono che anche lei la vedrebbe bene come premier.
«Io credo che Salis, che è giovane, ha qualità ed è sindaca di Genova, sarà uno dei leader di primo piano del nostro campo nei prossimi anni».
Il centro della coalizione non è ancora un soggetto forte.
«C’è una frammentazione dell’area più moderata che va ricondotta a un’unità. Spero che parta un’iniziativa in questo senso: sarebbe senz’altro utile».
E il Pd perde la sua vocazione maggioritaria?
«Noi abbiamo coltivato la speranza che il Pd potesse rappresentare il tutto. Ma le faccio questo esempio: un giovane di un centro sociale o della Flotilla è un elettore potenziale del Pd, ma lo è anche un imprenditore moderato. È possibile portarli a votare la stessa coalizione ma è difficile portarli a votare lo stesso partito».
Nel centrosinistra mancano programmi e parole d’ordine.
«Noi dobbiamo imparare a essere meno ideologici. La destra a un elettore che ha per esempio un problema di immigrato clandestino sotto casa, dà una risposta: te lo mando via. Poi non ci riesce ma è un altro paio di maniche. Noi rispondiamo evocando principi e modelli sociali giusti mentre una persona vuole risposte al proprio problema individuale. Poi dobbiamo farci capire con un linguaggio comprensibile. Se io a un cittadino dico ti aumento lo stipendio capisce, se gli dico ti riduco il cuneo fiscale, no. Se dico universalità del sistema sanitario molti non capiscono, se dico sanità gratis lo comprende ogni italiano».