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Franceschini: per Meloni si apre un anno di calvario. Ma non abbandoniamoci all'euforia

25 Marzo 2026

Intervista a Dario Franceschini su "La Stampa"

«Beh, non era una previsione difficile», dice, sornione, Dario Franceschini. Vecchia volpe che, a luglio dello scorso anno disse, in dichiarazione di voto sulla riforma della giustizia: «Il referendum sarà pro o contro il governo, gli italiani useranno di casa per fermare le vostre tentazioni autoritarie». È andata proprio così.

“Giorgia Meloni ha fatto un clamoroso errore di valutazione. Far votare la gente nell’ultimo anno di legislatura sulla richiesta, di fatto, di pieni poteri, equivale a chiamare raccolta tutti quelli “contro”. Ci sono autorevoli precedenti prima di lei. Poi lei ci ha messo del suo con una campagna, diciamo così, davvero scomposta”. Avrebbe dovuto dimettersi?
Per ora sta facendo dimettere gli altri.
“Quindi milioni di voti contro, ben oltre i confini del centrosinistra alle ultime politiche, certificano che il governo è minoranza nel paese. Non si è dimessa perché consapevole che, in quel caso, si andrebbe al voto e perderebbe”.

Delmastro, Bartolozzi, Santanchè: capri espiatori?
«Atti dovuti, perché la situazione era insostenibile. È evidente che Meloni non può adagiarsi su un rassegnato declino. Deve far vedere che cambia qualcosa. Del resto, la ricerca dopo la sconfitta, chi ha difeso fino al minuto prima».

Quanto ha pesato Trump?
«Parecchio. La guerra ha spaventato le persone di buon senso, su sicurezza ed economia. Lei ha sfoggiato una “relazione speciale” con Trump, gli italiani hanno capito che questa relazione danneggia l’interesse nazionale».

E la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni. Cosa cambia?
«Cambia radicalmente il clima. Per anni ha coperto il suo immobilismo di governo con il racconto contro i presunti nemici, compresa la magistratura. Ora che il paese ha bocciato anche il racconto, il re è nudo. Zero risultati su economia e sicurezza. Il prossimo anno sarà per lei un calvario perché arrivano al pettine i nodi delle cose non fatte. Punterà sulle elezioni anticipate per evitare questo calvario, compresi Midterm, un’eventuale sconfitta di Orban e la fine dei soldi del Pnrr?»

«Bah… Nel caso, anticiperebbe solo la sconfitta. Il voto ormai è de-ideologizzato. C’è un signor Rossi, in questi anni, che ha votato tutti: Berlusconi, Renzi, Salvini, Di Maio. Poi ha detto: proviamoci. Ora vede che non ha fatto niente e dice: avanti il prossimo».

Pare, dal calendario, che il governo voglia accelerare sulla legge elettorale.
«La debolezza politica prevarrà sul calendario. Il voto del referendum, in quanto voto sui pieni poteri, ha politicamente sepolto sia quell’impianto di legge elettorale sia il premierato. Giorgia Meloni non è più nelle condizioni di forzare. E gli alleati saranno molto meno propensi ad accettare ciò che era stato loro imposto prima del voto».

E voi sareste disposti a trattare su una nuova legge?
«Si può ragionare solo a due condizioni. La prima: accettare il fatto sacrosanto che le regole del gioco si scrivono assieme agli avversari. E la discussione è attorno a un premio di governabilità ragionevole, non a un premio-mostruoso per prendere tutto».

Questo voto, nel suo campo, significa che avete già in tasca la vittoria alle politiche?
«Assolutamente no. L’errore che non dobbiamo commettere è trasformare la gioia per la vittoria in un’euforia incontrollabile sul domani. Non siamo all’anno zero, anzi, ma il percorso di costruzione dell’alternativa è ancora lungo. La gente si è mobilitata sul caso specifico “contro”. Va data l’occasione per votare “a favore” di un progetto di governo».

Cioè lei dice: i quindici milioni di voti non sono tutti voti del campo largo. I giovani, ad esempio, sono un dato interessante.
«La vera novità. Un voto libero, di protesta e sana indignazione. Sono i giovani delle piazze su Gaza e del rifiuto della guerra… Lì è scattata una molla e la sfida sarà proprio parlare anche a quell’indignazione. Elly è colei che, più di tutti noi, è in grado di farlo».

Conte ha accettato le primarie. Questa fretta è l’effetto della spinta popolare?
«Più che fretta, è un’importante presa d’atto di una spinta unitaria. Del resto, o c’è un nome su cui cadere d’accordo tutti o chi guida si sceglie con le primarie».

Conte si candiderà perché pensa di essere popolare anche dentro il Pd?
«Anche Elly Schlein è popolare nei Cinque Stelle, cinque stelle. I Cinque Stelle, che vengono da un percorso assai complicato, hanno bisogno di un leader in cui riconoscersi. Anche se non vince, è un modo per stare dentro con la propria identità in una coalizione più larga».

Non è più urgente il progetto dei nomi? Rischiate un anno di dibattito personalistico e autoreferenziale.
«Una parte del progetto sta anche nei nomi, però non c’è dubbio che bisogna darsi un metodo. Le primarie possono produrre un effetto virtuoso ma, se mal gestite, diventano autolesionismo. Aprono fratture che poi ti porti dietro fino al voto».

Quale sarebbe il metodo?
«Primo: il perimetro, che quel tavolo tra tutti resti aperto in ogni regione. Poi: una cornice politico-valoriale di dieci punti, in cui si riconoscono tutti».

A proposito di perimetro: la foto di piazza Barberini sembra una nuova gioiosa macchina da guerra. Basta?
«Veda, la famosa fusione fredda di cui si parlava quando è nato il Pd ha funzionato. Oggi il problema non è tra ex comunisti e ex democristiani. La nuova fusione va fatta tra l’area moderata e quei giovani di sinistra radicale di cui parlavamo. Allargare fare sintesi. E ognuno dei fotografati parla a un pezzo di mondo diverso».

Parlando di centro: Silvia Salis ha ribadito la sua contrarietà alle primarie.
«Io la vedo come uno dei protagonisti del nostro campo. E le primarie restano il modo più trasparente e coinvolgente per scegliere i leader».

Sta volta niente federatore o Papa straniero?
«Quella stagione è stata bella, ma oggi è naturale che i leader siano espressione dei partiti. E, per quel che ci riguarda, come è scritto nel nostro statuto ci candido premier alle primarie di coalizione il segretario del nostro partito».

Scusi, ma lei non era per il “marciare divisi, colpire uniti” sulla base del fatto che non era realistico fare una coalizione omogenea?
«Lo schema che avevo immaginato è stato superato dalla spinta unitaria che anche nel Pd c’è. E poi, dall’altra parte, non scriveranno più “Salvini premier” o “Berlusconi presidente”. In questo contesto non può dire “di là c’è Meloni, qui vedremo”. Poi è chiaro che, dentro i partiti divisi, ognuno starà nella coalizione con la sua specificità».

L’Ucraina vi giocate nei gazebo? Se vince Conte, stop alle armi, se vince Schlein si forse?
«È uno degli argomenti su cui è indispensabile trovare una sintesi».

L’ho già sentita.
«Vedrà»


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