Presidente Meloni, lei ha impiegato due settimane per venire in Parlamento. Ma la sua presenza qui oggi non è un capriccio delle opposizioni né una loro vittoria. È semplicemente ciò che la nostra Costituzione prevede: il segno concreto di quel rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento che rappresenta la sovranità popolare e che si esercita in questo luogo solenne, certamente più solenne di un post su Instagram. Il Parlamento non è un set cinematografico per un’arringa populista sul referendum, come quella che lei ha trovato il tempo di mettere in scena la scorsa settimana invece di venire qui a confrontarsi con tutte le forze politiche. Né è un palcoscenico per uno spot per il “Sì”, come l’attacco ai giudici che ha pronunciato questa mattina al Senato.
Mi chiedo, Presidente: dov’era quando il suo Governo ha deciso di riaccompagnare con un volo di Stato Almasri, condannato per stupri di bambini, violenze, crimini contro l’umanità e ricercato da un tribunale internazionale? Lei è fuggita per giorni dal Parlamento. Eppure il valore dell’esserci lo conosce bene: lo dimostra quando decide di far sedere l’Italia in sedi internazionali prive di reali garanzie di legalità, incontri che pretendono, come al Board of Peace di preparare la pace ma che mortificano gli organismi multilaterali.
In quei casi la presenza diventa doverosa. Non per rispetto delle istituzioni democratiche, ma per deferenza verso un leader potente e prepotente che pretende fedeltà anche quando questo rischia di mettere in discussione gli interessi del nostro Paese. Lo abbiamo visto sui dazi.
La verità è che state smantellando decenni di credibilità italiana nel Mediterraneo. E non è solo una questione di appiattimento su Donald Trump. Il vero nodo è la vostra incapacità di credere davvero nell’Europa e di impegnarvi per renderla quel soggetto politico di cui oggi c’è più che mai bisogno.
Vi opponete al superamento del diritto di veto, al debito comune per i grandi investimenti europei, alla difesa comune e al Buy European. Così continuate a finanziare l’industria bellica americana, persino a scapito della nostra sovranità.
Lo stesso accade nella vostra battaglia contro il Green Deal. Ora volete colpire il meccanismo ETS, uno dei pilastri della politica climatica europea — un meccanismo che il vostro stesso Governo ha votato. Un meccanismo che si può può migliorare, certamente. Ma non funzionerà il solito vostro gioco di scaricare addosso all’Europa la vostra incapacità di dare una risposta al caro energia, i ritardi e le mancate promesse, le risposte sulle accise.
Difendere il Green Deal significa difendere anche gli interessi dell’Italia. Ma per voi è meglio comprare grandi quantità di gas naturale liquefatto da Trump, demonizzare le rinnovabili, azzoppare un pezzo del nostro sistema industriale e inseguire un nucleare che non esiste, mentre non riuscite a fare nulla di davvero efficace per ridurre le bollette di famiglie e imprese italiane.
Lei confermato che se verrà chiesto l’utilizzo delle basi, tornerà in Parlamento. Ma lei è già in Parlamento: perché non dire subito che l’Italia non consentirà l’uso delle basi per una guerra illegale che viola il diritto internazionale?
La crisi del diritto internazionale provocata da Vladimir Putin noi l’abbiamo condannata senza ambiguità. Ma quando ad aggravarla è il suo amico Donald Trump, lei si limita a dire: «così va il mondo». Non funziona così. Perché quando la parola più cercata sul web è “guerra”, lei ha il coraggio di dire "non condivido e non condanno" mentre i cittadini chiedono pace. Pace significa diritti umani, democrazia, libertà, dignità, giustizia, solidarietà, sviluppo. Oggi tutto questo viene messo in discussione: il diritto internazionale che protegge i più deboli, la tutela delle popolazioni civili, il rifiuto della guerra e della forza come strumento di soluzione dei conflitti.
Nessuno qui rimpiange il regime teocratico di Teheran. La nostra condanna è sempre stata netta e restiamo al fianco del popolo iraniano, delle donne e dei giovani che da anni pagano un prezzo altissimo per la repressione sanguinaria di quella dittatura. Noi eravamo nelle piazze, dove anche in Italia si protestava contro il regime, non da oggi. E voi dove eravate? Silenti e ignavi, come sempre. Ma dobbiamo dirci la verità: a Benjamin Netanyahu e a Donald Trump non interessa il destino del popolo iraniano. La democrazia non si esporta con le bombe. La storia ce lo ha già insegnato. Dopo questa guerra non staranno e non saremo meglio.
Ogni guerra è sbagliata a modo suo ma quella che oggi incendia il Golfo ha caratteristiche nuove e ancora più inquietanti. Non è chiaro chi ne trarrà vantaggio, non è chiaro dove possa portarci. E senza una politica lungimirante questo conflitto rischia di allargarsi sempre di più. E allora la domanda è una sola: che cosa vuole fare l’Italia? Che cosa vuole fare l’Europa? Come volete cambiare, rafforzare l'Europa in questo momento strategico della storia?
Qualche giorno fa un giornale americano si chiedeva «Donald Trump può vincere una guerra che non riesce nemmeno a spiegare perché l'ha iniziata?». È una domanda che pesa, perché oggi gli Stati Uniti guidati da Trump sono entrati in guerra con l'Iran senza un obiettivo chiaro, senza una strategia credibile e noi rischiamo di precipitarci dentro senza nemmeno sapere perché. Per questo vi chiediamo parole chiare: impegnatevi per un cessate il fuoco immediato, per il ritorno alla diplomazia, per una posizione europea unitaria. L’Italia deve tornare protagonista in Europa. Non subordinata a Trump. Non spettatrice silenziosa.
La storia purtroppo ci insegna sempre la stessa lezione: la diplomazia torna di moda solo dopo — dopo i lutti e dopo le macerie. E di fronte a tutto questo noi non possiamo rassegnarci all’impotenza e all’ignavia del suo Governo.
La storia ce ne chiederà conto. E la storia ne chiederà conto anche a voi.