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Losacco: esattamente 80 anni fa...

10 Marzo 2026

Non tutti sanno che la prima volta in cui le donne votarono in Italia non fu il 2 giugno 1946, in occasione del referendum sulla Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea Costituente.

La prima volta fu qualche mese prima: il 10 marzo 1946, esattamente ottant’anni fa. In quella data le donne parteciparono alle elezioni amministrative per scegliere i sindaci di 436 comuni. Nelle domeniche successive, fino al 7 aprile, il voto si estese progressivamente fino a coinvolgere 5.722 comuni.

Si trattava delle prime elezioni dopo la caduta del fascismo. In quella tornata elettorale venne rinnovata gran parte delle amministrazioni municipali, fino ad allora guidate da sindaci e giunte provvisorie: nel Sud nominati dal Governo Militare Alleato nei territori occupati, nel Nord indicati dal Comitato di Liberazione Nazionale.

In quella prima tornata furono undici le sindache elette. A loro si aggiunsero presto le 21 donne dell’Assemblea Costituente, protagoniste di alcune delle scelte più importanti della nuova Repubblica: dal riconoscimento dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi all’interno della famiglia, all’impegno per la piena parità tra uomini e donne.

Due nomi, tra tutti, sono diventati simbolo di quella stagione: Nilde Iotti, che molti anni dopo sarà la prima donna Presidente della Camera dei deputati, e Angelina Merlin, la cui legge porterà alla chiusura delle case di tolleranza.

Quel voto di ottant’anni fa rappresenta una pietra miliare dell’emancipazione femminile e della nascita della democrazia italiana. Ma perché la presenza delle donne nelle istituzioni diventasse una realtà più solida sono stati necessari numerosi interventi normativi.

Negli anni sono state introdotte misure per garantire un pieno accesso delle donne alle cariche elettive: dall’alternanza di genere nelle preferenze per le elezioni comunali, regionali ed europee, fino alle norme sulla composizione delle liste per il Parlamento.

Questi strumenti hanno contribuito ad aumentare la presenza femminile nelle istituzioni e anche nei ruoli di vertice. Eppure la sfida non può dirsi ancora pienamente vinta.

La questione delle pari opportunità, infatti, non riguarda soltanto il numero delle donne elette, ma la piena partecipazione delle donne alla vita politica e sociale del Paese.

In un’epoca segnata da un astensionismo crescente, tutte le ricerche mostrano che l’astensione si concentra soprattutto tra le donne. Il rischio è che la politica diventi affare di una minoranza a prevalenza maschile.

Non basta avere una donna alla guida del Governo se le politiche adottate non migliorano concretamente la condizione femminile. Soprattutto se le sue politiche vanno in direzione opposta: dalla cancellazione di Opzione Donna, pensata per compensare le discontinuità lavorative e contributive femminili; dalla bocciatura della proposta Schlein di congedo parentale paritario; alla proposta Bongiorno che elimina il consenso dal nuovo reato di violenza sessuale.

Per questo è fondamentale che le donne partecipino sempre di più alla vita sociale e politica del Paese: per portare nella sfera pubblica il loro punto di vista, le loro esperienze, la loro capacità di tenuta e di responsabilità.

Come dimostrò, ottant’anni fa, Lydia Toraldo Serra, prima sindaca di Tropea: fermava i treni merci per convincere i ferrovieri a lasciare pasta e farina alla popolazione e si batté perché tutti i bambini del suo comune potessero andare a scuola.

È anche grazie a donne come lei se oggi il voto femminile non è solo una conquista del passato, ma una responsabilità per il futuro della nostra democrazia; che esiste ed è forte quando include, riconosce, rappresenta.


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