«In questi anni si è consolidata, assumendo piena forza, e governando un partito attraversato da sensibilità diverse e che oggi ha un profilo più netto, garantendo la pluralità e riconoscendo l’importanza del dibattito al suo interno»
Chiara Braga è Presidente del Gruppo PD alla Camera dei deputati.
Scrive Ezio Mauro: “Dopo quasi due secoli di cammino, la sinistra dovrebbe capire immediatamente che le sue chiare, simboliche, oggi sono Kiev e Teheran”. E ancora: “Ciò che accade in Ucraina e in Iran – continua l’ex direttore – la interpella perché chiama in causa i suoi valori di libertà, la sua vocazione alla solidarietà con i più deboli, il suo rifiuto dei soprusi e delle ingiustizie, il sostegno alla lotta per la liberazione da ogni tirannia, la difesa del diritto e dei diritti”. Il PD è tiepido su questo?
Non esiste rappresentante del PD che non potrebbe sottoscrivere totalmente le parole di Ezio Mauro. Non c’è mai stata nessuna timidezza né prudenza nella vicinanza immediata di tutto il Partito democratico all’Ucraina e alla sua lotta di resistenza contro la violenza e il sopruso di Putin. Noi abbiamo detto fin da subito che si trattava di un atto unilaterale al di fuori del diritto internazionale e che si trattava di un’occupazione ingiusta e ingiustificabile. E per questo abbiamo sostenuto tutte le iniziative portate avanti dall’Italia a sostegno della popolazione ucraina con aiuti militari, ma anche di soccorso, chiedendo all’Europa un impegno sul piano diplomatico più forte.
Così come abbiamo immediatamente condannato la violenta repressione da parte del governo iraniano delle rivolte popolari. È nel dna del nostro essere e siamo accanto alle battaglie di “Donna, vita, libertà”. Insieme alla Segretaria Elly Schlein abbiamo incontrato alla Camera più volte le rappresentanti di questo straordinario movimento spontaneo compreso l’incontro da remoto con la Premio Nobel per la pace Narges Mohammadi. È indispensabile che la comunità internazionale e l’Unione europea utilizzino con determinazione ogni strumento diplomatico e politico per isolare il regime, impedendo che dai Paesi limitrofi arrivi qualsiasi forma di sostegno a questa violenta repressione. In nome del sostegno al diritto all’autodeterminazione del popolo iraniano e alla sua lotta per libertà e per i diritti fondamentali abbiamo promosso e partecipato a mobilitazioni diffuse nel paese. Altro che indifferenza.
L’Europa bullizzata da Trump. E l’Italia?
È il mondo bullizzato da Trump. L’ordine mondiale, quell’assetto sia pur non sempre giusto ma basato su regole e talvolta tollerabili che ha retto dalla fine della Seconda guerra mondiale finora, è oggi sottoposto a uno stress pericoloso da un uomo egocentrico, muscolare e mosso solo da un’insana idea di supremazia. Un uomo che vuole sostituire la forza della politica con la politica della forza, stravolgere il diritto internazionale e limitare il potere delle moderne democrazie. In questo frangente, l’Europa rappresenta un bersaglio ideale come simbolo di società liberali, in cui sviluppo e si è sempre declinato con welfare e difesa delle fragilità sociali. Lo ha detto esplicitamente nel documento sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti pubblicato lo scorso novembre: un attacco diretto all’Unione europea, dove si arriva a ipotizzare come auspicabile una sua disgregazione, per poter esercitare pressioni più efficaci attraverso rapporti bilaterali con i singoli stati. È dentro questa cornice che si colloca il sostegno dell’amministrazione Trump a partiti e governi dell’estrema destra europea, da anni impegnati a indebolire dall’interno il progetto europeo. È lo stesso Trump che sta portando il caos negli Stati americani, che usa toni razzisti contro i migranti di ogni età, anche bambini, autorizza e giustifica l’uccisione di cittadini innocenti parte dell’ICE. Come si può pensare di candidare al Nobel per la pace l’uomo che è responsabile di tutto questo? Eppure la Meloni l’ha fatto. Perché l’Italia è sempre ambigua. Invece di contrastarlo, Meloni sta cercando di “ingraziarsi” Trump con complimenti e concessioni diplomatiche. Questo atteggiamento ovvero “accontentare” Trump per evitare conflitti costa caro. Ma se uno come Trump ti mostri troppo accondiscendente, sarà spinto a chiedere sempre di più. Questo crea un rapporto di “vassallaggio” con l’Italia e un’Europa suddita degli USA, che ci rende più deboli e vulnerabili in futuro, e mai così liberi.
I censori della Segretaria dem l’accusano di mancare di cultura di governo. Per lei, da presidente del Gruppo Democratico alla Camera, cosa è questa accusa oggi al massimo?
Per me l’accusa è sbagliata nella narrazione del PD come uno scontro interno tra “riformisti” e “massimalisti”. La leadership di Elly Schlein è solida e credibile, lo è soprattutto per il segnale politico che rappresenta: un tentativo serio di riportare il Partito Democratico su un terreno chiaro di progressismo, diritti e giustizia sociale.
La leadership che in questi anni si è consolidata, assumendo piena forza, e governando un partito attraversato da sensibilità diverse e che oggi ha un profilo più netto, garantendo la pluralità e riconoscendo l’importanza del dibattito al suo interno. Proprio per questo il suo lavoro è stato significativo, ha rimesso al centro temi che la sinistra non può più permettersi di trattare come marginali: lavoro, disuguaglianze, salari, diritti delle persone, ambiente, legalità. La traiettoria è chiara, e in un panorama politico spesso arretrato sulle questioni sociali, la sua guida rappresenta un’opportunità preziosa per una sinistra che vuole tornare protagonista. Anche se soprattutto una sinistra riformista che rimette al centro le persone, il lavoro, la dignità di ciascuno.
Essere guida, per una forza progressista, significa anzitutto ascoltare. Significa costruire decisioni che nascono dal confronto, dal dialogo con i territori, con il mondo del lavoro, con chi vive sulla propria pelle i cambiamenti economici e sociali. Questa è la differenza tra una politica calata dall’alto e una politica accanto alle persone, che non pretende di sapere tutto ma che si assume la responsabilità di orientare.
Intanto la presidente del Consiglio continua la narrazione dei successi immaginari del suo governo in campo economico, sociale, dell’occupazione. È vera gloria?
No, basta guardare ai fatti. Cominciamo con la sanità: nell’ultimo anno gli italiani che rinunciano a curarsi sono aumentati da 4 milioni e mezzo a 6 milioni. Secondo l’Istat, il costo dei beni alimentari è aumentato negli ultimi quattro anni del 25% e negli stessi anni gli stipendi reali degli italiani si sono abbassati di 9 punti percentuali. Mentre la maggioranza blocca i salari minimi a 4 milioni e mezzo di lavoratrici e lavoratori. La produzione industriale cala ormai da 34 mesi; abbiamo bollette più care d’Europa e le imprese perdono competitività. Intanto dovevano abolire le Fornero e invece viene allungata l’età pensionabile a tutti. Questa è la realtà dei fatti che si scontra con la propaganda. Ma non potrà essere per sempre.
Prossima scadenza il referendum sull’ordinamento giudiziario. A sinistra, e dentro il PD, ferve il dibattito. Si va in ordine sparso?
In tutti i passaggi parlamentari della legge in quattro – i gruppi del Partito Democratico – hanno votato sempre compatti contro una legge imposta dal Governo al Parlamento senza nessuno spazio di confronto e miglioramento, un’ennesima forzatura della destra. Per arrivare al voto, come per ogni provvedimento, abbiamo fatto assemblee e incontri per approfondire un tema che va a toccare i capisaldi della nostra Costituzione. Registro che a sinistra, anzi direi nell’ambito più ampio del centrosinistra, ci sono posizioni differenti e alcune dichiaratamente favorevoli alla riforma. Io non le condivido. Siamo di fronte a un attacco senza precedenti all’indipendenza della magistratura perché la destra al governo, come quella trumpiana e orbaniana, non vuole controlli e limiti, vuole i pieni poteri. E per questo ha bisogno di demolire il principio costituzionale della separazione dei poteri e avere mani libere. La riforma non risolve nessuno dei problemi della giustizia – la durata dei processi, la mancanza di personale, il sovraccarico delle procure.
C’è una sola certezza: questa non è la riforma della giustizia, la legge Nordio-Meloni non migliorerà di una virgola la vita dei cittadini e delle imprese, ma renderà la giustizia più “controllata” dal potere politico, riducendo le garanzie e le tutele per ogni cittadino. Un rischio per la nostra democrazia che fermeremo il 22 e 23 marzo votando NO.
C’è chi racconta il clima interno al Partito Democratico in termini di “caccia ai riformisti” e di resa dei conti. Siamo a questo?
No, non ci siamo. Io la penso come sempre stato nel PD anche per la sua storia: un confronto tra sensibilità diverse che non sono l’anima e la natura del partito. È la nostra ricchezza e la nostra forza. C’è un leader ma non un capo assoluto. Al leader spetta la sintesi. Non è facile perché noi vogliamo essere quelli che gestire l’esistente. Vogliamo essere quelli che lo trasformano. Che affrontano le sfide sociali, economiche e ambientali con serietà, con senso delle istituzioni e con l’idea che un’Italia più giusta non sia un’utopia, ma una responsabilità quotidiana.
Se camminiamo insieme, con questa visione, possiamo costruire un Paese più equo, più forte, più libero. E possiamo restituire alla politica quel significato alto che deve sempre avere: servire la comunità, non servirsene.