
Sara e Ilaria, due giovani vite spezzate dalla violenza di uomini incapaci di accettare un rifiuto, prigionieri di una cultura tossica che trasforma il desiderio in possesso e la frustrazione in aggressività.
Non possiamo più limitarci a parole di dolore e indignazione. Nonostante leggi più severe e pene certe, la scia di sangue continua. Questo significa che non basta: servono interventi più incisivi, soprattutto nell’educazione dei ragazzi, perché troppi di loro sembrano incapaci di affrontare un rifiuto o un fallimento senza trasformarlo in rabbia distruttiva.
Come adulti e rappresentanti delle istituzioni, dobbiamo chiederci: abbiamo davvero fatto abbastanza per insegnare il valore del rispetto, della gestione delle emozioni, della complessità delle relazioni? Quanto abbiamo trascurato l’importanza di educare i giovani alla consapevolezza che delusioni e difficoltà fanno parte della vita e non possono diventare odio e vendetta?
Non esiste una soluzione immediata a questa tragedia, ma una cosa è certa: l’educazione all’affettività, al rispetto e alla parità deve diventare una priorità assoluta. Per questo servono più impegno, più risorse e più coraggio. Perché il tempo della sola commozione è finito.