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Losacco: da qui passa la sfida del prossimo PD

03 Ottobre 2022

Per il Pd la sconfitta del 25 settembre è stata netta e pesante, ma sarebbe un errore farla passare per una disfatta.
Non si liquida un partito del 19% senza avere una solida alternativa e senza ricordare cosa è accaduto nell’ultimo quindicennio.
Nati per essere la forza che doveva modernizzare il Paese e il suo assetto politico, ci siamo trovati a fare da perno per la tenuta del sistema nelle più gravi crisi della storia repubblicana.
Nel 2011 avevamo tutto l’interesse ad andare a votare ma decidemmo di sostenere Monti segnando plasticamente la differenza tra riformismo e il populismo dell’allora destra berlusconiana.
Tra il 2018 e 2019 abbiamo pagato il pesante tributo di due scissioni per disarticolare l’area populista e portare il M5S su posizioni progressiste.
E all’inizio del 2021 abbiamo accettato lo schema d’unità nazionale per non mettere a rischio le risorse del PNRR e la fuoriuscita dalla pandemia.
Ridurre tutte queste scelte a mero governismo è francamente una visione distorta e ingenerosa del nostro ruolo e soprattutto della vicenda italiana degli ultimi 15 anni.
Semmai il punto è che queste crisi hanno radicalmente mutato le logiche del consenso. Chi governa viene sempre punito, chi ha la possibilità di presentarsi come il nuovo gode di enormi aperture di credito, che però durano sempre meno. Le parabole politiche degli ultimi anni hanno conosciuto ascese tanto clamorose quanto cadute sempre più rapide e fragorose.
E’ per questo che tutte le forze che hanno avuto ruoli di Governo hanno dimezzato i loro voti. Forza Italia è passata dal 14 all’8%, il Movimento 5 Stelle dal 33 al 16%, La Lega dal 17 del 2018 (e dal 34 delle europee) all’8%.
Il Pd è l’unica eccezione. Se poi confrontiamo il nostro risultato con quello degli altri partiti socialdemocratici europei, facciamo peggio di quelli che fanno meglio, ma molto meglio di quelli che fanno malissimo. Dagli anni Novanta il quadro è radicalmente mutato e, purtroppo, il 19% è un dato pienamente nella media delle forze riformiste.
Tutto questo per dire che, nonostante la sconfitta, permane un patrimonio politico che merita rispetto e attenzione, al netto degli errori e dei limiti del nostro operato, che naturalmente sono tanti e profondi.
La principale è che non abbiamo avvertito e avuto reale empatia per le sofferenze sociali scatenate dalla crisi. Non abbiamo compreso quanto profonde e pericolose erano le nuove fratture, quelle che congedavano i centri cittadini dalle periferie, che separavano le nuove dalle vecchie generazioni, il progressivo senso di marginalizzazione delle province più profonde.
In particolare al Sud, tutto questo è stato acuito da una classe dirigente più orientata a tutelare se stessa che a garantire un partito presente sulle questioni reali della vita delle persone. La partecipazione si è svuotata, i circoli sono stati chiusi, le nostre radici nella società si sono rinsecchite.
Rigenerare il PD significa riportarlo nei luoghi che ha abbandonato, dotarlo di un’agenda sociale per parlare ai giovani e a tutta quella parte di paese che abbiamo drammaticamente perso per strada.
L’aspetto più delicato sarà il modo con cui uniremo quest’agenda con quella dei ceti produttivi, delle grandi sfide di innovazione sociale e trasformazione ecologica, senza più apparire come il partito senza cuore, delle tante proposte ragionevoli ma che non accendono speranze di cambiamento. Dobbiamo essere il Partito che ricuce gli strappi sociali mettendo il Paese in una traiettoria di modernità e di sviluppo.
Un partito progressista, di sinistra, ma di una sinistra moderna, perché continua a camminare sulle spalle di tutte le grandi culture riformiste, che non possono essere derubricate a incidente di percorso rispetto alla presunta primazia di quella socialista.
Una sinistra moderna ha bisogno della tensione della cultura liberale rispetto alle corporazioni e ai privilegi che hanno inceppato l’ascensore sociale e creato colli d’imbuto allo sviluppo a alla libertà d’impresa.
Una sinistra moderna ha bisogno di rendere fecondo il rapporto con la migliore cultura ambientalista, quella che oggi immagina la riconversione verde come la più grande infrastruttura sociale del futuro.
E una sinistra moderna non può nascere senza il contributo e il ruolo dei cattolici-democratici, della loro tensione morale e delle loro politiche generative come strumento di ricucitura sociale.
Così come ha bisogno dei nativi democratici e che senza il PD forse non avrebbero mai fatto politica, ricordandoci anche che più un milione di quelli che ci votano non erano in età di voto quando sulle schede c’erano ancora Ds e Margherita.
Rigenerare il PD significa avere una narrazione forte su quello che sarà il modello di sviluppo dei prossimi anni. Per farlo ha bisogno di tutelare il suo patrimonio culturale, le tante storie che ne hanno animato la nascita e che hanno prodotto un unicum nel panorama politico europeo.
Dovrà poggiarsi sulla spalle dell’ambiente e camminare sulle gambe della libertà e della giustizia sociale, dell’inclusione, dei diritti sociali e di quelli individuali.
Da qui, soprattutto da qui, passa la sfida del prossimo PD.


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