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La sfida post-pandemia: i nuovi modelli di sostenibilità economica e sociale - Di Pier Paolo Baretta su ReS

06 Ottobre 2021


Un po’ rimbalzo, un po’ crescita vera. Draghi e la Nadef visti da Baretta - da formiche


La pandemia, o meglio, il post pandemia, al quale ci avviamo, per la sconvolgente irruenza con la quale ha sradicato abitudini e comportamenti consolidati, ci mette di fronte alla responsabilità storica di ripensare a nuovi modelli di sostenibilità economica e sociale. Il seminario di Res del 29 settembre ci ha offerto l’occasione per discuterne in modo originale e ricco di prospettive.

Tutti i relatori sono partiti dalla constatazione che il nostro sistema di welfare, di fronte alla esplosione della emergenza pandemica, pur nelle difficoltà e nelle incertezze iniziali, ha saputo reagire e adeguarsi alle crescenti necessità che il Covid imponeva.

I provvedimenti decisi dal Governo e la complessiva risposta del Paese hanno contenuto la tragedia economica e sociale che il virus annunciava. Per il governo è stato un crescendo imprevedibile di scelte finanziarie (si ricorderà l’escalation degli stanziamenti di bilancio che, nelle prime settimane, aumentavano di giorno in giorno a causa della assoluta novità dell’evento che ha reso impossibile ogni previsione), e sociali (la diffusa politica di sussidi, che ha offerto coperture a milioni di persone altrimenti a rischio di disperazione, ha coinvolto progressivamente tutti i settori economici). 

Ma, al tempo stesso, proprio questa capacità di adattamento ha reso evidente quanto il nostro sistema di welfare sia fondato su rapporti sociali parziali e spesso inadeguati rispetto alla evoluzione dello sviluppo economico e del mercato del lavoro.

Possiamo dire che si tratta di un modello resiliente, ma vecchio! In ordine, soprattutto, a due aspetti tra loro intrecciati: il prevalere di una impostazione assistenziale… che interviene a posteriori e che è largamente prioritaria rispetto a quella di prevenzione e previsione; e il privilegiare una rappresentanza storicamente consolidata, che prescinde troppo dalla reale composizione sociale. La scelta necessaria, ancorchè alla lunga contraddittoria, di bloccare i licenziamenti, o di allargare la cassa integrazione in deroga a settori che “normalmente” non ne hanno diritto (quali, ad esempio, il turismo) e di dare una copertura ai lavoratori che concludevano la Naspi, ci ha clamorosamente dimostrato che i rapporti di forza non coincidono con la condizione reale del mondo del lavoro. La tanto auspicata riforma degli ammortizzatori sociali deve partire da questa constatazione.

La via da percorrere appare sufficientemente chiara. Da un lato una nuova universalità del nostro Stato sociale che chiama in causa sia i datori di lavoro che i sindacati. La attuale struttura contrattuale è una maglia ancora troppo stretta che tiene fuori dalle tutele troppe persone, troppe aree del lavoro contemporaneo. Dall’altro, va sviluppato un welfare di prossimità. Il territorio è l’ambito nel quale gestire le politiche di welfare. Un territorio totale, capace di spingersi sino alla domicialiarità. Ecco, dunque, la grande svolta ancora insufficiente: spostare l’asse delle politiche di welfare dal sostegno al reddito alla infrastrutturazione sociale del territorio. In tal modo è più facile intervenire in un’ottica di prevenzione. Va precisato che non è detto che la diffusione di politiche territoriali significhi automaticamente il decentramento decisionale e organizzativo; la complicata gestione dei rapporti tra governo centrale e governatori delle Regioni, che ha complicato le decisioni, impone una riflessione più strutturata.

Emerge, a questo punto, una domanda cruciale: spendere di più o spendere meglio? Quando si parla di welfare la pressione sociale e politica è, ovviamente, per spendere di più. É comprensibile e, francamente, alcune voci, sono davvero sotto la soglia della necessità; si pensi alla non autosufficienza, che addirittura era stata definanziata dai governi Berlusconi-Tremonti e che è stata ripristinata già nella precedente Legislatura dai Governi di centro sinistra, ma che poi è cresciuta troppo lentamente, rispetto alla crescente domanda indotta dalle dinamiche demografiche.

L’elenco è lungo, ma le risorse comunque scarse. Il debito pubblico è un vincolo oggettivo, maggiormente dopo la sua esplosione da Covid. Se in piena pandemia è stato ignorato il problema, il suo controllo tornerà a essere oggetto di discussione appena l’immunità di gregge sarà raggiunta e la ripresa economica consolidata. Se a quell punto non avremo decisamente orientato il nostro welfare verso politiche attive all’altezza della sfida che il cambiamento sociale ci pone, non saremo in grado di governare la contraddizione tra domanda di welfare, destinata ad aumentare per gli andamenti demografici e del mercato del lavoro, e le risorse disponibili.

Impregiudicata, dunque, la giusta battaglia politica per richiedere sempre nuove risorse da destinare al welfare, per provare a trovare il bandolo di questa intricata matassa, nel contesto di bilancio attuale, dovremo sottoporci a un difficile esercizio: decidere cosa possiamo definanziare per recuperare risorse da investire in nuove politiche. Quando anni fa si discusse della delega fiscal, fu preparato un dossier che elencava le circa 700 voci che costituiscono le detrazioni e deduzioni: il valore complessivo superava abbondantemente i 200 miliardi. Lo scorso anno, con la istituzione dell’assegno unico per i figli, si è avviato un riordino della pletora di voci che finanziano la famiglia; le voci di bilancio che sostengono scelte aziendali  ambientalmente dannose è eccessivo, e così via… Bisogna disboscare questa giungla a favore di una  nuova domanda che la crisi da Covid ci ha reso non solo evidente, ma improcrastinabile.  É un percorso tutto in salita, politicamente e tecnicamente, ma indispensabile. 

L’insieme di questi problemi impatta sulle prospettive di crescita del paese alle quali agganciare le riforme del lavoro. Nuove professioni sono già protagoniste dello sviluppo economico, ma non delle politiche sociali; altre verranno valorizzate o si svilupperanno come esito del cambiamenti introdotti dalla pandemia. Nel pieno della crisi la nostra industria manifatturiera ha retto; la sua struttura di piccole aziende si è dimostrata resiliente (come nel 2008/2014!). Ma non basta. Non appare, però, all’ordine del giorno, una strategia di sviluppo del nostro paese. Cultura e turismo; industria della conoscenza; manifatturiero di eccellenza (dall’automotive alla chimica, dal farmaceutico all’idrogeno); agroalimentare; economia del mare e della montagna, sembrano essere le linee di sviluppo più consone alla nostre caratteristiche. In molti casi la capacità spontanea dei nostri operatori rende alcuni di questi settori largamente competitivi, ma in altri si avvertono le potenzialità, ma si misurano le difficoltà a svilupparsi. Il dibattito sul primato dell’autonomia del mercato in alternativa all’intervento pubblico, o viceversa, che tanto ha appassionato generazioni di economisti, è stato spazzato via dalla pandemia, a favore di un equilibrio di scelte pubbliche e private che reciprocamente si sostengono e collaborano, ora per sopravvivere, domani per svilupparsi. Il Pnrr è l’occasione per fare queste scelte. Da esse ne deriva anche la politica di investimenti e di formazione da adottare.

Possiamo concludere che se vogliamo uno Stato sociale moderno, efficiente e solidale dobbiamo rovesciare lo schema attualmente prevalente di tipo assistenziale basato sul sostegno al reddito, verso una diffusa rete di servizi di prossimità e di nuove opportunità professionali. Ma questo obiettivo non prescinde da una idea Paese che orienti le scelte di protezione e formative funzionali agli obiettivi di crescita. A tal fine va strutturalmente ripensata la politica di bilancio. La rilevante disponibilità di risorse pubbliche può consentire di affrontare il riorientamento delle destinazioni delle attuali poste in coerenza verso le nuove domande. 

Sapranno i governi, le forze politiche e le parti sociali dedicare le loro energie a questa prospettiva? Sembra un buon argomento per un prossimo seminario di ReS…


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