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Ddl Zan: analisi giuridica di un provvedimento necessario - di Nicola Corea

19 Luglio 2021

 

ll DDL Zan inserisce il riferimento ad alcune condizioni personali all’interno sia dei reati previsti dall’art. 604 bis c.p., sia nell’aggravante di cui all’art. 604 ter c.p.. Il testo dispone sanzioni per chi commette atti di discriminazione fondati "sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità”; per chi istiga a commettere o commette violenza per gli stessi motivi; per chi partecipa o assiste organizzazioni aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza sempre per tali motivi. Inoltre, per qualsiasi reato commesso per le finalità di discriminazione o di odio la pena viene aumentata fino alla metà.

Innanzitutto, la proposta di legge rappresenta il modo, da un lato, di dare riconoscimento giuridico, mediante una tutela rafforzata, a realtà che al momento sono ignorate dal diritto; dall'altro lato, di sanzionare con particolare severità atti di discriminazione o violenza commessi a danno di determinate persone per ciò che esse “sono”, da parte di chi reputa sbagliato essere in un certo modo. In altre parole, attraverso la particolare tutela fornita, si dà cittadinanza nell’ordinamento a dimensioni personali ulteriori rispetto a quelle già presenti a diversi fini nelle norme nazionali. E non solo: si riconosce che le condizioni contemplate dalla proposta di legge rappresentano il movente di atti odiosi, e per tale motivo li si sanziona in maniera specifica. La legge, dunque, non tutela “minoranze” - come talora è stato impropriamente detto, anche con l’intento di escludere dall’ambito della legge le donne, perché non sono una minoranza - ma assicura il riconoscimento giuridico a situazioni di vita ritenute meritevoli di particolare protezione. Perché esse meritano tale attenzione? Si è cercato di ancorare la risposta al dato numerico delle denunce per i reati previsti dalla nuova disciplina, al fine di dimostrare che essa riguarda condotte che non rappresentano una “emergenza”, quindi non serve che il legislatore intervenga. Premesso che non occorre essere di fronte a un’emergenza perché si attivi un intervento normativo, il DDL Zan serve non solo e non tanto ad arginare il compimento di certi reati, ma – come detto – a dare riconoscimento giuridico a condizioni personali, alcune delle quali possono pure non essere riconosciute sul piano culturale, ma è odioso che, per tale motivo, siano rese oggetto di condotte di violenza e discriminazione. Pertanto, esse vengono perseguite.

Una delle obiezioni al progetto di disciplina è che gli atti dalla stessa contemplati sono già sanzionati dall’ordinamento, e quindi non sarebbe necessario intasare il sistema normativo con nuove disposizioni, che andrebbero ad affastellarsi su quelle precedenti. È vero: atti di violenza e discriminazione a danno delle persone che si trovino in una delle condizioni previste sarebbero comunque puniti. E, secondo qualcuno, varrebbe l’aggravante sancita dal codice penale per “motivi abietti e futili”. Ma, come spiegato, il fine del DDL Zan è quello di fornire riconoscimento giuridico a certe situazioni personali le quali costituiscono la causa, il movente, di determinati reati. Non c’è, quindi, sovrapposizione con altre normative già vigenti. Un esempio può spiegare meglio. La legge quadro sulla disabilità (l. n. 104/1992), aggrava la pena prevista per taluni reati quando gli stessi siano commessi a danno di persone disabili. Invece, il DDL Zan colpisce discriminazioni e violenze commesse su individui con disabilità "in quanto disabili", cioè per ciò che essi “sono”.



Nicola Corea
Avvocato – Foro di Catanzaro


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