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Mirabelli: Letta supererà gli scontri interni che minano la credibilità del Pd

16 Marzo 2021

Il senatore Franco Mirabelli, vicecapogruppo al Senato del Partito democratico, commenta al DiariodelWeb.it le dimissioni di Zingaretti e l'elezione di Enrico Letta

Enrico Letta, Segretario del PD


Nell'arco di pochi giorni, il Partito democratico ha voltato pagina. Dalle dimissioni di Nicola Zingaretti, che ha scosso la politica denunciando di «vergognarsi» del suo stesso partito, all'elezione plebiscitaria di Enrico Letta. L'ex premier, che negli ultimi anni si era trasferito a Parigi per insegnare a Sciences Po, è stato nominato con 860 voti a favore, due contrari e quattro astenuti. Presentandosi con un discorso all'assemblea nazionale in cui ha promesso, tra le altre proposte, di rilanciare la battaglia per lo ius soli e per il voto ai sedicenni. Il DiariodelWeb.it ha commentato questa svolta nel partito con il senatore Franco Mirabelli, che ne è vicecapogruppo al Senato.

Senatore Franco Mirabelli, Enrico Letta è l'uomo giusto per salvare il Partito democratico dal tracollo nei sondaggi?
Il tracollo nei sondaggi lascia il tempo che trova. Il Pd sta facendo fronte ad una fase nuova: quella della pandemia, del governo Draghi, di un'alleanza assolutamente innaturale con la Lega. Evidentemente bisogna anche interpretarla in maniera nuova. Ma non mi pare che Enrico Letta rappresenti una discontinuità su molti temi.

Eppure una discontinuità forte c'è stata: la rumorosa dimissione di Nicola Zingaretti.
Zingaretti si è dimesso non per una sconfitta politica, ma perché ha voluto porre fine ad un logoramento interno in atto. Penso che Letta, essendo non solo un politico di grande spessore, ma una persona che ha fatto un'esperienza diversa in questi anni, quindi non è contaminato dagli scontri e dai dissidi interni. Può dare un contributo di competenza, di capacità ma anche, come ha dimostrato con il discorso dell'altro giorno, di freschezza, proponendo punti di vista totalmente innovativi.

A proposito di scontri interni, su questo sistema delle correnti ha puntato il dito Zingaretti lasciando la segreteria. Non è proprio questo il problema che allontana gli elettori?
Il tema non è il sistema delle correnti. Le correnti possono essere una grande ricchezza, perché interpretano un pluralismo, se sono sedi in cui crescono delle idee che poi si confrontano all'interno del partito. Se invece diventano strumenti per l'acquisizione di ruoli e fanno prevalere la promozione individuale, è evidente che fanno danni. Il nostro partito ha nel suo dna la ricerca dell'unione: nella sinistra, nei progressisti e nel Paese. Come ha denunciato Zingaretti, invece, alcuni mirano a logorare, continuando a mostrare all'esterno divisioni che hanno poco a che fare con le idee politiche. Così si riduce la nostra credibilità. Ma io credo che Letta riuscirà a superare questa fase.

Anche lei si vergogna di questo Pd, come ha detto Zingaretti?
No, ma neanche Zingaretti si vergogna di questo Pd. Si vergogna della discussione che si è protratta per diverse settimane. Mentre dovevamo essere concentrati sul governo Draghi e sui grandi problemi del Paese in una fase drammatica, ci si agitava su questioni che non hanno niente a che fare con le priorità e il senso della vita politica di un partito.

Ritiene positivo per la democrazia il fatto che ci fosse un solo candidato segretario, per giunta senza l'investitura popolare delle primarie? Oppure il Pd non aveva alternative?
Dopo le dimissioni di Zingaretti si doveva eleggere un segretario. Non potevamo aspettare la convocazione di un congresso, affrontare una transizione con una reggenza. Dovevamo rispondere subito, e stiamo rispondendo subito, alle difficoltà. È previsto dallo statuto che l'assemblea nazionale elegga il segretario, e non è la prima volta che accade. Mi pare che sia stata un'elezione largamente condivisa, e penso che abbiamo eletto una personalità di grande valore.

Sarà un segretario di transizione o ha un mandato pieno?
Sarà un segretario con il pieno mandato, nella pienezza dei suoi poteri, e non sicuramente un segretario a termine.

Con il Pd di Letta e il M5s di Conte, l'asse tra i due partiti si rafforza o si indebolisce?
Se le due forze politiche usciranno da questa fase più chiare e più forti, questo servirà anche a rafforzare il rapporto e la possibilità di un'alleanza.

Che cosa pensa delle critiche giunte subito dal centrodestra a Letta sullo ius soli?
Me le aspettavo. Il centrodestra non riesce ad abbandonare la voglia di parlare alla pancia e agitare i problemi. Ci sono centinaia di migliaia di ragazzi di seconda generazione, in questo Paese, che dalla nostra legislazione vengono considerati cittadini di serie B. Nonostante vadano nelle nostre scuole, studino, frequentino le società sportive esattamente come i nostri figli. Se non si capisce che questo è un problema reale, vuol dire che non si conosce questo Paese.

Che Partito democratico si aspetta da Enrico Letta?
Un Pd che sia il perno della costruzione di un campo progressista, democratico, che si contrapponga alla destra. Un Pd che si allarghi a destra e a sinistra. E che impari meglio, parafrasando Letta, ad usare «il cacciavite», cioè a mettere al centro i problemi del Paese, focalizzarli, indicare le soluzioni e costruire.

In questo allargamento a cui lei fa riferimento, è possibile anche pensare al rientro di alcuni tra i protagonisti delle scissioni di questi ultimi anni?
Sì, assolutamente. Gli interlocutori li ha indicati Letta con grande nettezza. Se una parte di loro tornassero ad arricchire il lavoro del Pd, ben venga. Ma non è un processo di breve periodo.


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