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Enrico Letta e i giovani nel cuore - dal blog di Pier Paolo Baretta su Formiche

15 Marzo 2021

Enrico Letta e i giovani nel cuore


Non solo ristori. Perché il decreto Sostegno è una svolta. Parla Baretta - da Formiche

Oggi è soprattutto sui giovani che intravvediamo la cifra della nuova segreteria del Pd. Sono passaggi molto intensi quelli dedicati al gap generazionale. La formazione, la cultura, l’insegnamento, la competenza, i talenti, la politica per la natalità, la riscoperta dello Ius soli e il voto ai sedicenni sono le carte che Letta mette sul tavolo per dimostrare che ha i giovani nel cuore.

Il discorso di Enrico Letta all’Assemblea del Partito democratico, che lo ha eletto segretario con una votazione praticamente unanime (forse anche troppo, visto il taglio schietto del suo intervento), apre uno scenario nuovo nella politica italiana. Sia per le linee programmatiche non scontate, sia per la prospettiva elettorale non rinunciataria, sia per l’idea di politica e di partito. Si profila l’intenzione, esplicita e caparbia, di fare del Pd il protagonista di una nuova stagione riformista, motore di un’ampia alleanza per battere le destre.

Le grandi sfide della transizione ambientale, digitale e demografica, che attanagliano il nostro Paese, possono essere vinte – dice Letta – se si mantiene viva e si alimenta l’identità europea e si dà vita a una nuova economia partecipativa, a un nuovo welfare inclusivo e si forma una nuova generazione competente e responsabile. Così facendo si fa il bene dell’Italia e si interpreta il futuro.

Inoltre, se si è capaci di tenere unito il campo frantumato, ma largo, del centrosinistra, si possono anche vincere le elezioni! In un discorso semplice, chiaro, senza politichese o tatticismi, arricchito di citazioni indicative del proprio percorso culturale e umano, Letta indica una prospettiva che, senza alcuna apparente rottura con il passato remoto o immediato del Pd, realizza una svolta profonda nell’impostazione e nella percezione del suo partito, offrendo un esito in avanti alla drammatica crisi aperta con le dimissioni di Zingaretti, che, alla luce del risultato (ancora potenziale), confermano le intenzioni per le quali erano state motivate.

La prima sensazione che balza agli occhi è che si tratta di un programma non congiunturale, non schiacciato dalle fatiche di questi difficili momenti, ma che guarda già oltre la pandemia. Il messaggio è chiaro: solo se si è in grado di avere una visione sul dopo, si può rispondere al presente. È, questa, una svolta importante. Una novità anche nel rapporto partito-governo ben esplicitata quando Letta conferma, senza alcuna incertezza, il pieno sostegno a Draghi (“è il nostro governo e non siamo noi, ma Salvini che deve spiegare perché appoggia Draghi”), ma riconosce che il ruolo del PD non si esaurisce nel… portare la croce, ma si esercita nell’essere se stesso, con le proprie idee e proposte.

Ed ecco che queste idee e questa prospettiva strategica prendono corpo proprio a partire dalla tesi che le sfide globali sono tali da richiedere un approccio fortemente cooperativo e innovativo. Innanzitutto sul piano delle relazioni internazionali, in particolare europee alle quali Letta ha dedicato uno spazio ampio e ripetuto, rivelatore della sua visione consolidatasi nell’esperienza negli anni parigini. Ma soprattutto è sul piano economico e sociale che è necessario innovare. I meccanismi di accumulazione e distribuzione tradizionali sono logorati dai mutamenti climatici, dalla rivoluzione digitale, dai nuovi bisogni che proprio con il Covid abbiamo imparato a conoscere e diffondere.

Serve, dunque, un nuovo modello più egualitario ed efficace, fondato su un progetto comune tra il lavoro, che resta centrale nell’identità progressista e l’impresa (ben rappresentato dalla proposta della partecipazione diretta dei lavoratori ai meccanismi produttivi e all’azionariato e agli utili delle imprese) e di un welfare inclusivo e comunitario. È la democrazia economica che, finalmente, prende corpo nella linea del riformismo italiano.

Ma è soprattutto sui giovani che intravvediamo la cifra della nuova segreteria del Pd. Sono passaggi molto intensi quelli dedicati al gap generazionale. La formazione, la cultura, l’insegnamento, la competenza, i talenti, la politica per la natalità, la riscoperta dello Ius soli e il voto ai sedicenni sono le carte che Letta mette sul tavolo per dimostrare che, come dice, ha “i giovani nel cuore”.

Tutto ciò si realizza se la politica si rinnova, nei comportamenti prima ancora che nei contenuti. La denuncia dei cambi di casacca e dell’esasperata influenza delle correnti è senza ambiguità. La richiesta ai circoli del Pd di aprire un dibattito sulla relazione e la proposta di un “agorà” autunnale accantonano elegantemente il congresso (era una delle condizioni poste per accettare la candidatura), ma consentono una discussione aperta che è rivolta a tutti coloro che sono interessati alle sorti del riformismo italiano.

Un buon inizio, dunque, del quale c’era bisogno. Ora inizia la navigazione nel mare agitato della politica italiana e non basterà l’appeal del neo eletto segretario, ma servirà la capacità di rianimare un corpo politico e di partito che arriva affaticato a questo appuntamento e che dovrà fare della speranza che si avverte oggi un impegno quotidiano.


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