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Il punto politico con Franco Mirabelli a Radio Immagina

15 Marzo 2021



Enrico Letta ha fatto un passaggio importante sul tema della Giustizia, anche perché ha ribadito ciò che ormai è evidente a chiunque si occupi del nostro Paese, cioè il fatto che le lentezze della giustizia civile e penale costituiscono un freno significativo alla competitività del Paese. Pochi vengono ad investire in un Paese in cui le cause si affrontano in ritardo e si risolvono dopo molti anni.

Letta ha fatto bene a ricordare questo tema.

Credo che Letta abbia fatto bene a dire che anche se adesso c’è un Governo di unità nazionale il tema della giustizia non può essere messo da parte: va affrontato perché è decisivo e non bisogna solo discuterne o ribadire la necessità di affrontare alcune cose ma bisogna fare. Da questo punto di vista, inoltre, mi pare che il Ministro Cartabia si stia muovendo nella direzione giusta.

Allo stesso modo, il richiamo fatto da Letta alla necessità di tenere acceso il faro sulla lotta alle mafie, mettendo in campo tutte le risorse e tutti gli strumenti necessari per evitare che il Recovery Fund diventi appetibile per le mafie mi pare un richiamo giusto e importante, serve continuare ad agire ed è un’attenzione che bisogna continuare ad avere.

 

Letta ha fatto bene a porre la questione dello Ius Soli così come ha fatto bene a mettere in evidenza la scelta dell’Unione Europea di definire il territorio europeo libero per i mondi LGBT: vuol dire mettere al centro le questioni dei diritti civili.

Sono questioni che attengono anche alle materie che si affrontano in Commissione Giustizia. Penso che in Parlamento, al di là del Governo, dovremo porre con forza la questione dello Ius Culturae o Ius Soli ma anche mettere in campo un’iniziativa forte perché anche al Senato venga approvata la Legge Zan, che è già stata approvata alla Camera dei Deputati, contro l’omotransfobia.

 

La frase di Letta “Dobbiamo essere progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicali nei nostri comportamenti” mi è piaciuta molto: definisce uno stile, sintetizza quella che deve essere la natura e l’identità del PD. Credo che questa sia la strada: guardare ai valori come punto di riferimento, guardare alla necessità di costruire pezzo per pezzo le iniziative e le proposte che danno concretezza a quei valori e anche una coerenza personale e una capacità di mettere al primo posto i cittadini; una politica che guarda alle necessità e ai bisogni dei cittadini, che guarda fuori e che smette di chiudersi in un dibattito tutto autoreferenziale, come troppo spesso abbiamo fatto in questi anni.

 

La costruzione della coalizione è un’altra questione fondamentale. Zingaretti stava lavorando nella stessa direzione. Giusto ribadire il ruolo centrale che il PD vuole avere nella costruzione di una coalizione ampia, che parta dalla ricostruzione del centrosinistra. Bene la volontà di aprire il PD a tutto il centrosinistra, da Speranza a Calenda, +Europa, fino a Italia Viva. Bene anche la consapevolezza che poi il dialogo con M5S vada coltivato nel rispetto delle vicende interne, dei percorsi e delle evoluzioni delle storie reciproche. Se vogliamo una coalizione che, come ha detto Letta, davvero competa per vincere alle prossime elezioni, abbiamo bisogno di guardare ad un campo molto largo.

 

Dentro l’agenda che ha disegnato Letta sulla ricostruzione del PD colgo un’attenzione ai territori e alla necessità che sia dai territori che riparta la rifondazione del PD. Interpreto in questo senso anche le “agorà” che Letta ha citato: non mi pare che stiamo ragionando su vicende che possono essere fatte con gruppi romani e centrali ma mi pare che ci sia l’intenzione del Segretario di valorizzare i territori.

Il fatto che Letta abbia chiesto subito di discutere nei circoli, entro 15 giorni, il merito della sua relazione credo che sia un fatto importante e da lì si parte per fare una discussione che in tanti hanno evocato, che purtroppo strumentalmente è stata usata per esprimere sfiducia in Zingaretti e che, invece, oggi è necessario fare sul merito, perché davvero abbiamo bisogno di capire come il PD possa interpretare al meglio la fase nuova che si è aperta con il Governo Draghi e con tutto ciò che comporterà per essere all’altezza della ripartenza del Paese dopo la pandemia.

 

Penso che il Ministro Cartabia abbia descritto un’agenda importante e stringente, che condividiamo: ha ribadito la necessità di ripartire dai progetti di legge che sono in discussione alla Camere (la riforma del processo penale e del CSM è alla Camera dei Deputati e la riforma del processo civile è al Senato); ha sottolineato come il Governo avanzerà delle sue proposte emendative; ha chiarito che bisogna fare in fretta ma che la scelta che farà il Governo non è quella della decretazione ma è quella di chiedere al Parlamento una discussione rapida, con limiti temporali stringenti, per arrivare al più presto ad affrontare alcune riforme che sono necessarie se vogliamo aiutare il Paese a ripartire. Le linee dettate dall’Europa all’Italia per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund comprendono, infatti, anche le riforme della giustizia civile e penale.

Mi preme sottolineare anche il fatto che oggi il Ministro Cartabia abbia ribadito la necessità di intervenire perché le condizioni all’interno delle carceri italiane cambino e perché prevalga quel dettato costituzionale che attribuisce alla pena una funzione riabilitativa. Su questo il Ministro ha fatto proposte molto interessanti, dall’utilizzo maggiore delle pene riparative, delle pene esterne e, quindi, alternative al carcere e ha ribadito la necessità di aumentare gli spazi trattamentali all’interno del carcere per far studiare e far lavorare chi sta in carcere. Il Recovery Plan può essere molto utile da questo punto di vista se, così come si ha intenzione di fare, si investe sull’edilizia carceraria per aumentare gli spazi per il trattamento, l’aggregazione, lo studio e il lavoro.

Questi mi sembrano segnali molto importanti che indicano una strada che condividiamo.

Non c’è soltanto da velocizzare i processi ma c’è anche da trovare un sistema penale che faccia del carcere l’ultima risorsa e non l’unica opportunità.


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