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Etiopia, una guerra che ci riguarda. Fassino spiega perché - intervista a Piero Fassino di formiche.net

16 Novembre 2020

Il presidente della Commissione Esteri della Camera: “Dovremmo considerare l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa come un unico continente macroverticale, dal polo nord a Cape Town, sempre più investito da problemi comuni”. Uno sguardo da vicino a una guerra che riguarda (eccome) l’Italia



“Dovremmo considerare l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa come un unico continente macroverticale, dal polo nord a Cape Town, sempre più investito da problemi comuni”. Legge così Piero Fassino, presidente della Commissione Esteri della Camera, la crisi in Etiopia alla luce dei suoi riverberi sul corno d’Africa e quindi sul versante euromediterraneo. L’ex Guardasigilli del Pd ragiona con Formiche.net sulle conseguenze della guerra etiope mettendo l’accento sugli effetti a catena in ambiti prossimi, come Mediterraneo, Ciad, Sudan e Sahel.

Oltre la regionalizzazione del conflitto: perché l’Etiopia rimpiomba in guerra?

Come noto, l’Etiopia è un Paese federale che tiene insieme diverse istanze regionali, ciascuna delle quali espressione di un’etnia, di un clan e di una tribù. Le spinte secessioniste sono ricorrenti nella storia etiope: ciò spiega perché è un paese per lungo periodo governato da militari, che legittimavano il loro potere con la capacità di tenere assieme un paese che poteva facilmente conoscere azioni separatiste.

Si avvicina una possibile escalation?

Nel conflitto di oggi siamo dinanzi allo scontro tra il governo centrale di Addis Abeba e il governo regionale del Tigray, una regione al confine con l’Eritrea e che da sempre rivendica l’autonomia, proprio perché i tigrini sono una delle principali comunità etniche che costituiscono l’Etiopia. Anzi in passato gran parte dei posti di comando delle istituzioni etiopiche sono stati ricoperti da tigrini. Con l’attuale premier la situazione è cambiata e questa è certo una delle ragioni del conflitto. Il Presidente Abiy ha scelto di tenere unito il Paese con la democrazia e non con i carri armati. Per questo il conflitto di questi giorni è pericoloso: rischia di compromettere la strada giusta che Abiy ha intrapreso.

Fino ad ora il premier etiope Abiy Ahmed aveva ristabilito il multipartitismo e la libertà di stampa, liberato centinaia di oppositori e siglato la pace con l’Eritrea mettendo fine a lunghe tensioni. Perché non è bastato?

Abiy non è un tigrino, forse anche per questa ragione i tigrini si sono sentiti spinti ad alzare la voce per rivendicare una loro autonomia. Come sempre, l’autonomia va misurata nella sua compatibilità con il mantenimento dell’unità dello Stato. È questo il tema centrale che sta dietro il conflitto. Abiy ha sviluppato una politica per sopire la conflittualità interetnica al fine di unire il Paese. Evidentemente è preoccupato che l’iniziativa tigrina metta in campo un processo diasporico.

Quanto ne risentirà la stabilità del corno d’Africa?

Non dimentichiamo che l’Etiopia è il secondo paese africano per popolazione con 110 milioni di abitanti. È inoltre collocata in uno scacchiere molto problematico, se solo si pensa alle vicende travagliate che da più di 20 anni percorrono la vita della Somalia, la delicata transizione in Sudan, la guerra civile nel Sud Sudan e la presenza del radicalismo islamico nel Sahel. È chiaro che l’instabilità dell’Etiopia preoccupa molto, perché può diventare detonatore di una instabilità più grande in una regione che già di per sé è al centro di numerose criticità.

Spettatore interessato è anche l’Egitto, da tempo in frizione con l’Etiopia per la Grande diga della Renaissance sul Nilo Blu. Quali le prospettive?

Il contenzioso aperto riguarda l’uso delle acque, che in Africa è uno dei grandi temi strategici. Ed è importante che al contenzioso tra Il Cairo e Addis Abeba si trovi una soluzione consensuale. Uno dei maggiori meriti di Abiy, per cui gli venne conferito il Nobel per la pace, è di aver dato uno sbocco pacifico alle relazioni con l’Eritrea, che fino a prima erano sempre state conflittuali. Quindi da ogni punto di vista appare evidente come la stabilità etiope sia molto preziosa per lo scacchiere dell’Africa orientale.

Quale la reazione dell’Europa e dell’Italia, al di là delle parole diplomatiche? Potrebbe esserci una presenza diretta?

L’Ue ha manifestato, assieme all’Unione Africana, la disponibilità ad agire con i propri buoni uffici. Anche l’Italia lo ha fatto: il premier Conte ha avuto in questi giorni contatti diretti con Abiy, il quale però ritiene che con i tigrini si tratti di un conflitto interno, non richiedendo una mediazione esterna. Ciò rende più difficile per la comunità internazionale incidere in un qualche modo. In ogni caso dobbiamo incoraggiare le parti a far tacere le armi e a cercare un accordo

Nel Tigray ci sono ancora 90.000 profughi eritrei. Vicini altri flussi migratori forzati?

Ogni qual volta ci sono dei conflitti armati, la prima conseguenza è una fuga di civili, che tendono a mettersi in salvo per non essere coinvolti negli scontri. Il rischio di questa crisi è che ci possano essere nuove ondate di profughi: in parte ciò si è già verificato. Si calcola che 30mila persone siano già fuggite dalla zona: anche per questa ragione bisogna cercare di sedare il conflitto, riconducendolo ad una dimensione politica e non militare.

Quali politiche dovrà mettere in campo l’Ue per il continente africano, dove la Cina è da tempo già penetrata?

Sono convinto, da sempre, che in questo secolo il destino del mondo dipenderà da ciò che accadrà in Africa. In primo luogo per ragioni demografiche: in Africa vivono oggi 1 miliardo e 300 milioni di persone che alla fine del secolo saranno 4 miliardi su una popolazione del mondo intero di 11 miliardi, ovvero il 40% della popolazione mondiale sarà in Africa. È del tutto evidente che nessuno dotato di buon senso possa pensare di risolvere il destino di 11 miliardi di persone solo con l’emigrazione: per cui il grande tema non solo per il mondo, ma per quell’Europa che è prospicente all’Africa è proprio come costruire un strategia che offra un destino ed una dignità di vita a chi vive lì. Ma ci è richiesto un approccio del tutto nuovo.

Quale?

Dovremmo considerare l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa come un unico “macrocontinente verticale”, dal polo nord a Cape Town, sempre più investito da problemi comuni, che necessitano di strategie comuni. Nell’intervista a Emmanuel Macron diffusa oggi anche dai media italiani c’è una spiccata attenzione all’Africa. Aggiungo che tra qualche settimana il ministro Di Maio lancerà un partenariato dell’Italia con l’Africa: credo siano scelte che vanno nella giusta direzione, perseguendo una strategia che sia capace di dare a quel continente una prospettiva di cooperazione e integrazione, naturalmente fuori da lettura neocoloniale. In questa direzione è stata molto importante la decisione presa dalla Presidente della Commissione Ue lo scorso febbraio: il vertice ad Addis Abeba tra la Commissione Ue e Commissione dell’Unione Africana segna un salto di qualità, ancora più intenso dei vertici governativi annuali euroafricani promossi dalla UE. Cresce la consapevolezza che Europa e Africa devono costruire il futuro insieme.


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