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Sassoli: «Chiarezza in Europa. Germania decisiva, deve fare chiarezza. Il Mes va bene ma senza condizioni» - intervista del Corriere della Sera

30 Marzo 2020



Intervista del TG1 a David Sassoli

Berlino ora parli chiaro, basta egoismi nazionali - intervista a David Sassoli de Il Messaggero

Presidente Sassoli, tutto chiarito con Ursula von der Leyen dopo l’incidente sui Coronabond?

«Ho visto che il suo chiarimento è stato apprezzato anche dalle autorità italiane. Abbiamo bisogno di conoscere bene le valutazioni di tutte le istituzioni. È importante che la discussione in corso porti a trovare soluzioni con fantasia e flessibilità, intorno a un grande Piano Marshall per la ricostruzione dopo la crisi».

Ma fa bene l’Italia a puntare tutte le sue carte sui Coronabond?

«Partiamo da una stima della crisi per capire quali possano essere gli strumenti più adatti. La recessione innescata dalla pandemia potrebbe comportare una contrazione del Pil dell’eurozona tra il 3% e il 10%, con conseguenze catastrofiche. Declinato sull’Italia, il cui Pil è circa 1.800 miliardi di euro l’anno, ogni mese di blocco delle attività produttive del Paese costa circa 160 miliardi. Con gli altri 26 Paesi arriviamo a numeri enormi.

Come rispondiamo a questo? Si tratta adesso di mettere a fuoco l’ultimo atto del primo pacchetto che è stato predisposto: la Bce, la Commissione e il Parlamento hanno detto con chiarezza che occorre una risposta comune e che i governi devono spendere tutti i soldi necessari per salvare la vita delle persone e l’economia. Per farlo è necessaria una garanzia sul debito prodotto spendendo le risorse necessarie.

Vuoi utilizzare il Mes? Bene, allora devi modificarlo perché è stato pensato per crisi asimmetriche in cui un Paese in difficoltà chiedeva aiuto, mentre oggi siamo di fronte a una crisi simmetrica che ci colpisce tutti.

Non ci possono essere condizionalità, il Mes potrebbe fungere da garanzia per i mercati finanziari, demandandone l’operatività tecnica a una istituzione come la Banca europea per gli investimenti. E una scelta, complessa ma non impossibile. L’altra possibilità sono gli eurobond o in qualunque modo vogliamo chiamarli: potrebbero essere utili perché danno la possibilità di raccogliere fondi sui mercati finanziari mutualizzando il rischio.

Altra ipotesi, usare il bilancio pluriennale dell’Unione, per far leva sui fondi e fornirli agli Stati membri, ovviamente potenziandolo».

Lei quale preferisce?

«Ogni strumento può essere utile: ciò che conta è metterci nella condizione di rispondere a questa sfida simmetrica con una garanzia comune».

Ha ragione Enrico Letta, quando definisce «irresponsabile» il comportamento di Germania e Olanda?

«Penso che alcuni Paesi non abbiano ancora percepito il senso della catastrofe che incombe e non si rendano conto della gravità della situazione per le loro stesse economie. L’Olanda si avvantaggia molto del mercato unico, ma se questo dovesse crollare quale sarebbe il prezzo per i cittadini olandesi? Dal governo tedesco ci aspettiamo una parola di chiarezza.

C’è un dibattito molto intenso nella Repubblica Federale e ci auguriamo che partorisca un’indicazione chiara. Anche perché a giugno la Germania assumerà la presidenza di turno dell’Ue, trovandosi nel vortice della crisi e con un bilancio pluriennale dell’Unione ancora aperto. Penso e spero che Berlino non vorrà rinunciare a un ruolo di guida e rafforzamento dellTuropa».

Condivide il giudizio di Jacques Delors che l’assenza di solidarietà costituisce un «pericolo mortale» per l’Unione?

«Non c’è dubbio. Senza solidarietà crollano i vincoli e le ragioni dello stare insieme. Però è anche vero che come ci ha insegnato Monnet l’Europa si forgia attraverso le crisi che affronta. E soprattutto quando i nostri Paesi capiscono che nessuno può farcela da solo. Siamo a un passaggio di fase e l’Europa può diventare più forte. E sempre stato così».

Ma è la prima volta che dobbiamo combattere insieme un nemico…

«È la prima volta in cui un fenomeno globale impatta sulla vita di tutti i cittadini, ricchi e poveri, del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest. Lo avevamo già capito con la crisi dei mercati finanziari nel 2008, ma oggi ne va della vita».

Cosa significherebbe concretamente un fallimento a contrastare la crisi?

«Penso che senza risposta europea comune e adeguata i nostri Paesi saranno allo sbando, molti saranno in svendita. È una battaglia anche per l’indipendenza dei nostri Paesi. Pensiamo al futuro del nostro patrimonio, a aziende, imprese, centri di ricerca. Già vediamo molte ingerenze di extraeuropee nell’aizzare polemiche e divisioni nel nostro campo o nel mobilitare risorse per indebolire lo spazio europeo, di fronte alle quali occorrerebbe un maggiore coordinamento dei nostri governi e intelligence».

La crisi del coronavirus non pone il problema di un coordinamento dell’azione europeo contro le pandemie?

«L’ho detto nel mio intervento d’apertura al Consiglio europeo. Abbiamo una capacità di risposta comune sulle crisi veterinarie, come quella della mucca pazza. Non l’abbiamo sulla salute delle persone e dobbiamo lavorarci. Anche gli Stati membri dovrebbero ripensare la loro organizzazione».

Parla del problema del federalismo in Germania o del regionalismo in Italia, che non facilitano gestioni centralizzate delle crisi?

«Diciamo che in quei Paesi dove la sanità è condivisa tra diverse amministrazioni, è più difficile gestire in modo efficace sfide come quella della pandemia di Covid-19. Occorre una riflessione anche su questo, pensando appunto alla Germania e alle difficoltà incontrate da Berlino nell’organizzare una risposa forte e uniforme. La stessa cosa vale in Italia con le condivisioni di responsabilità tra governo e regioni. E una materia da riprendere in mano. Ma da questa crisi nessuno uscirà come vi è entrato».

Un’ultima domanda. In Ungheria e Polonia, l’emergenza viene usata dal governo per sospendere libertà e garanzie costituzionali. La democrazia si spegne nel silenzio, in nome del coronavirus?

«Le misure contro la crisi devono rispettare le Costituzioni democratiche dei Paesi membri. Alcuni casi sono già all’esame del Parlamento europeo. L’emergenza va gestita con la democrazia e le sue istituzioni: è un dovere in più, nel momento in cui si diffonde la percezione che sistemi autoritari siano più efficaci di fronte a situazioni estreme. Dobbiamo uscire dalla crisi senza rinunciare ad essere noi stessi. Con i nostri valori ne usciremo».



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