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Gentiloni: l’Italia non sarà lasciata sola. E ora pensi al rilancio dell’economia - intervista a Paolo Gentiloni del Corriere della Sera

04 Marzo 2020

Paolo Gentiloni, 65 anni, è l’uomo verso cui molti si volgono per trovare una strada. Il coronavirus mina la vita delle imprese in Italia ancor più della salute di gran parte dei contagiati. Gentiloni, commissario Ue all’Economia, ex premier, è al centro di qualunque tentativo di dare la risposta europea che un’Italia ricca, spaventata e indebitata fatica a garantire da sola.

Alla Commissione state valutando l’impatto di Covid-19 sull’economia. Cosa ne viene fuori?

«È una situazione che si evolve quasi ogni giorno. Proprio per questa grande fluidità le previsioni di una decina di giorni fa, che consideravano l’impatto del virus come un’ipotesi, vanno considerate ottimistiche. Per esempio non è più molto probabile lo scenario di un andamento a “V”, con una frenata e una rapida ripresa concentrate nel primo trimestre. I rischi per la crescita non sono più ipotesi, si stanno concretizzando».

 

Nell’area euro o in Italia?

«In generale. Se la crescita cinese quest’anno sarà sotto al 5%, l’impatto sull’economia mondiale sarà notevole. Da questo punto di vista, sono allarmanti i dati più recenti del Pmi (la fiducia dei manager responsabili degli acquisti, ndr). Noi stiamo monitorando l’impatto sui settori più esposti: turismo, trasporti, lusso, auto. Di questi alcuni coinvolgono in modo speciale l’Italia, che è la principale destinazione del turismo cinese in Europa con circa 5,3 milioni di pernottamenti all’anno. E poi il resto: le catene globali del valore, le materie prime. Il problema è che questo concretizzarsi dei rischi si inserisce già in uno scenario preesistente di crescita ridotta».

Quel che chiamate «low for long», economia lenta a lungo?

«Sì, particolarmente nelle tre maggiori economie dell’area euro: Germania, Francia e Italia. Ora bisogna seguire gli sviluppi, sapendo che non siamo più in uno scenario abituale».

 

Vede un rischio di recessione nell’area euro?

«Nelle nostre valutazioni attuali non ci sono scenari del genere. Ma ricordiamo com’è cambiata la situazione nell’ultima decina di giorni. L’Ocse il 2 marzo ha già ridotto la previsione di base della zona euro a una crescita dello 0,8. Dobbiamo continuare a monitorare gli sviluppi e agire per scongiurare scenari di recessione».

 

L’allarme c’è, ma da Unione Europea e area euro non si vedono segnali di una reazione comune. C’è qualcosa che si può fare insieme?

«È evidente che serve una risposta globale, sia sul piano sanitario e delle politiche di contenimento del virus, che su quello economico. Triste constatare che è servito il coronavirus per riscoprire l’importanza del multilateralismo. Sono impegnato personalmente nel G7 e nel G20 per contribuire a una risposta globale. Considero positivo l’esito della conference cali del G7 a cui ho partecipato oggi (ieri, ndr)».

 

Ma intanto l’area euro non può battere un colpo?

«Non sfuggo alla domanda. È noto a tutti, o dovrebbe esserlo, che abbiamo una politica monetaria unica e 19 politiche di bilancio diverse. Questo non può essere un alibi, anche se fino a qualche giorno fa ci si accapigliava qui a Bruxelles per un bilancio dell’Unione Europea che vale l’1% del suo Pi. Non si può chiedere alla Ue di salvare l’economia con un colpo di bacchetta magica. Ma ci sono 19 politiche di bilancio da coordinare: se non ora, quando? Vanno coordinati e usati, se e quando necessario, gli strumenti a disposizione per difendere la crescita e il lavoro. È il mio impegno».

 

Pensa a qualcosa in particolare?

«Questa crisi sanitaria incide all’inizio molto sul lato dell’offerta, frenando le catene globali del valore. Poi coinvolge anche le politiche di sostegno alla domanda, consumi e investimenti. Faremo una prima valutazione con l’Eurogruppo in teleconferenza (previsto oggi, ndr).

 

Che misure vede come più importanti da coordinare?

«Al momento, direi: sostegno ai sistemi sanitari, fronteggiare i rischi occupazionali straordinari, evitare crisi di liquidità delle imprese. Naturalmente in base agli sviluppi potrebbe rendersi necessario condividere e coordinare anche misure più ampie: misure più generali di bilancio, espansive e anticicliche, per restituire fiducia a famiglie e imprese. Questo secondo tipo di interventi andrà valutato in base all’evolversi della crisi. Mentre sul primo tipo, bisogna iniziare a discuterne da subito».

 

L’Italia ha annunciato un pacchetto da 3,6 miliardi, che voi autorizzerete. Probabile che non basti, servirà di più. C’è un limite al deficit che può fare, anche in base a «circostanze eccezionali»?

«Dalla Ue viene un messaggio di solidarietà, comprensione e vicinanza. Valuteremo la richiesta italiana di far ricorso alla clausola delle “circostanze eccezionali” sui saldi di finanza pubblica con questo spirito positivo. Le misure poi devono essere correlate a queste circostanze. Ulteriori interventi andranno coordinati e decisi a livello europeo e saranno oggetto delle prossime riunioni. Però sull’Italia vorrei aggiungere qualcosa, se posso: dobbiamo avere la consapevolezza che le nostre difficoltà vengono da lontano e quindi, al di là delle spese per fronteggiare l’emergenza, all’Italia serve un piano di riforme e di rilancio dell’economia. So che il ministro Roberto Gualtieri ci sta lavorando».

 

Non è un momento un po’ difficile per pensarci?

«Noi italiani abbiamo bisogno di ritrovare fiducia e questo vuol dire in primissimo luogo fronteggiare l’emergenza, certo. Ma poi vuol dire anche puntare a una crescita sostenibile e compatibile con la necessità di tenere sotto controllo il debito, avviandolo su una traiettoria discendente. È essenziale per rassicurare imprese e famiglie».

 

Siamo in uno spazio europeo di libera circolazione, ma ogni Stato ha i suoi standard sanitari. Ha senso?

«Ci troviamo di fronte a un problema, chiaro. La gestione dei sistemi sanitari è prerogativa degli Stati e resterà tale. Ci sono differenti situazioni e approcci in Europa come all’interno dell’Italia stessa. Noi alla Commissione facciamo un’opera di coordinamento molto utile. Ma eventuali chiusure di confini non sbarrano la porta al coronavirus, mi auguro che tutti se ne rendano conto».


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