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Sassoli: “La sinistra perde se guarda indietro. Dobbiamo puntare su un’Europa più forte” - Intervista de la Repubblica

14 Dicembre 2019

“La Brexit è una ferita, ma come Unione una rotta ce l’abbiamo: il Green deal è il più grande piano economico dalla seconda guerra mondiale. E a Londra conviene guardare verso di noi”




di Alberto D’Argenio

Presidente Sassoli, come legge il risultato delle elezioni britanniche?

«La Brexit è una ferita ma l’esito delle elezioni porta ad un’uscita ordinata del Regno Unito scongiurando il no deal e mettendo fine a tre anni di confusione ed incertezza. Ora ci aspettiamo che finalmente le istituzioni britanniche completino in fretta la ratifica dell’accordo perfezionato a ottobre. Appena lo faranno, il Parlamento europeo sarà pronto ad esprimersi per arrivare all’uscita il 31 gennaio. Dopodiché potremo pensare alle future relazioni tra Europa e Gran Bretagna. Naturalmente tutto sarà condizionato dal rispetto degli accordi, compresi i 40 miliardi che il Regno Unito dovrà versare alle casse dell’Ue per impegni già assunti».

 

Quello sui rapporti futuri è un negoziato commerciale che partirà a febbraio e per certi versi più vasto e complesso di quello sul divorzio. Quali sono gli obiettivi europei?

«Puntiamo a un accordo commerciale di libero scambio senza dazi, alla difesa del mercato interno e delle libertà fondamentali. Ovviamente ci sarà uno scrupoloso esame del valore economico delle rispettive aree commerciali. Per noi la difesa dei nostri cittadini, imprese, merci e standard sanitari verrà prima di tutto».

 

Parliamo di centinaia di differenti settori da regolare in appena 11 mesi prima che scada il periodo di transizione: non le sembra improbabile farcela entro il 31 dicembre 2020?

«Non sarà facile in così poco tempo, ma ora dobbiamo ragionare passo dopo passo. Noto con piacere che la Commissione europea ha confermato Michel Barnier a capo negoziatore Ue: con lui siamo in ottime mani perché finora è sempre stato capace di esprimere una posizione europea forte e unitaria».

 

In caso di problemi nel negoziato commerciale, un’eventuale estensione della transizione deve essere chiesta entro giugno: torneremo a vivere estenuanti ore di incertezza sul futuro?

«Vedremo, come ho detto dobbiamo fare un passo alla volta».

 

Il rischio di un mancato accordo che lasci ai dazi del Wto il compito di regolare i rapporti tra le due sponde della Manica è pericoloso quanto lo scampato no deal?

«Direi di no, il no deal sul divorzio sarebbe stato più grave. Però agli amici di Londra consiglio di continuare a guardare verso l’Europa e non solo a Ovest. Anche gli Stati Uniti difenderanno i loro interessi e anche le legittime promesse di Trump dovranno passare al vaglio del Congresso. Non vorremmo che i britannici restassero in mezzo all’Atlantico».

 

L’Europa da dove riparte dopo la Brexit?

«Noi una rotta ce l’abbiamo e al summit appena concluso a Bruxelles abbiamo iniziato a scaldare i motori per lanciare il Green Deal europeo, il più grande piano economico dalla Seconda guerra mondiale che ci porterà ad essere il primo continente a zero emissioni del globo entro il 2050. Di recente Jeremy Rifkin mi ha detto che solo l’Europa è in grado di dare un forte impulso globale alla lotta contro il cambiamento climatico e offrire un nuovo punto di vista per un modello economico fondato sulla sostenibilità. A noi europei tutto questo darà sviluppo, crescita e posti di lavoro. E ci darà la possibilità di essere un punto di riferimento per un mondo globale che non ha regole».

Cosa impara la sinistra italiana dalla disfatta del modello radicale di Corbyn?

«Che è inutile tenere la testa rivolta all’indietro. La crisi dei Laburisti è la crisi di un modo di guardare il mondo. Non sono stati capaci di dire che volevano restare in Europa e non hanno saputo offrire una proposta alternativa a quella di Johnson. Il Pd e la sinistra italiana invece hanno la grande chance di far coincidere la loro visione politica con l’agenda europea coniugando la difesa dell’ambiente con crescita, redistribuzione e rafforzamento del modello sociale europeo».

Che effetto le fanno le lodi di Salvini a Johnson?

«Di uno che guarda indietro, al passato, che ripropone una centralità delle nazioni astratta e ormai svanita. Trump, Johnson e Salvini sono il passato. Se agli imprenditori del Nord Italia proponi un’Europa con dazi e frontiere vediamo cosa rispondono. I nostri paesi li salviamo solo con un’Europa più forte. In Europa, Stati Uniti e Gran Bretagna vivono circa 900 milioni di persone, ma fuori ce ne sono quasi 7 miliardi. E tutti vogliono crescere e ne hanno il diritto. Noi abbiamo l’opportunità di usare il nostro peso economico, il nostro know how e la nostra storia democratica per lanciare un modello che partendo dalla difesa del pianeta può regolare i meccanismi della globalizzazione. Sono contento di avere trovato questo sguardo europeo sul mondo nei ragazzi che si sono ritrovati a Torino con Greta».

Oggi tocca invece alle Sardine a Roma.

«È un movimento che mi ha fatto pensare che i giovani hanno preso sul serio quanto detto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’ultimo messaggio di fine anno, quando ha ricordato che “ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese”, che tante cose ci uniscono e battersi per le proprie idee “significa rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza”. I giovani sentono il profumo della primavera, cerchiamo di non tradirli».


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