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Sassoli: “Una passione per l’Europa” - Colloquio con David Sassoli, presidente dell’Europarlamento de Il Foglio

07 Dicembre 2019

Le audizioni sono state un momento non facilissimo per lei, la commissione è fatta. Manca il commissario britannico ma ormai ci stiamo abituando a fare senza gli inglesi. Andrà tutto bene, o ci dobbiamo aspettare qualche colpo di scena?

“Certo cercare il lato sexy dell’Europa in Italia non è molto facile. Io non vorrei che ogni volta che si discute sul fatto che c’è democrazia, un processo trasparente, questo lo si considerasse noioso. Noi abbiamo avuto in questi mesi un processo molto democratico e trasparente. Abbiamo valutato i commissari di tutti i governi, ne abbiamo bocciati tre, e adesso c’è qualcuno che dice ‘forse avete esagerato’. Ma quando si discute e si applicano le regole bisognerebbe esser contenti, vuol dire che la democrazia è viva, funziona, c’è dibattito. Che c’è iniziativa, c’è passione. Ne abbiamo bocciati tre per la prima volta, sono stati sostituiti, riesaminati, e promossi. Così funziona. Perché considerarlo un peso? Oppure un incidente, un’ammaccatura. La signora von der Leyen è venuta in Parlamento, ha preso degli impegni molto importanti per i prossimi anni. Ha ascoltato il Parlamento cosa che fa sempre bene -, e ha messo su un programma molto ambizioso, che riguarda un’Europa che vuole diventare leader nel mondo sulla lotta ai cambiamenti climatici, vuole rafforzare il suo modello sociale, vuole impegnarsi per rilanciare la crescita dell’Europa. Perché tutti si sono accorti, anche coloro che fanno finta di crescere di più, che crescono troppo poco e c’è bisogno dell’Europa per far crescere i nostri paesi. E allora perché è ammaccata la signora von der Leyen? Abbiamo ritardato di un mese, in un processo democratico che fa bene alla governance democratica dell’Europa. Adesso faremo quello che abbiamo promesso, e cioè il controllo degli impegni che sono stati presi. Perché questo deve fare un parlamento. Sarebbe molto bello che un processo come questo si sviluppasse anche nei nostri paesi, vedere ministri andare in parlamento e rispondere per quattro-cinque ore a domande tecniche, e dimostrare che ne sanno qualcosa. Penso che l’Europa in questo caso sia un esempio, anche per i parlamenti nazionali, e per i nostri sistemi che forse devono trovare dei correttivi. Non penso sia un’ammaccatura.”

La sensazione che si è avuta da fuori è stata quella di vedere alleanze esplicitate dopo le elezioni europee, che sono andate complessivamente molto bene per le forze europeiste, tranne che per l’eccezione italiana. Si è parlato addirittura di un patto tra le forze europeiste, che in questo caso erano allargate non soltanto alle due famiglie dei conservatori, dei popolari e dei socialdemocratici, ma anche ai liberali e ai verdi. Questo patto poi non si è realizzato, e anzi, lo si è visto durante le audizioni, ha marcato un tasso di litigiosità altissimo. La sensazione è che fosse tornata l’Europa che non aveva più la paura di un crollo, e quindi via alle sue liti, ai suoi dispetti, ai suoi rancori. Lei adesso è tenuto a mettere ordine a tutto questo disordine…

“Guardi c’è una natura di questo Parlamento: non contiene gruppi politici troppo forti è il risultato delle elezioni però contiene un fronte europeista molto largo. Questa è una difficoltà o un’opportunità? Io penso che sia un’opportunità, nel senso che tutte le forze europeiste sono costrette non a imporre il loro punto di vista, ma a trovare convergenze, compromessi. Hanno bisogno di quelle parole, che in qualche modo dobbiamo riscoprire perché non sono brutte parole. E penso che il fronte europeista sia costretto a discutere, a ragionare, a trovare compromessi, se questa legislatura vuole dare dei risultati. Questa è una grande opportunità, perché nessuno può sentirsi inferiore, ma tutti possono partecipare. Credo che questa opportunità abbiamo cominciato a verificarla proprio nel programma e sul voto della signora von der Leyen. Oggi l’abbiamo sottolineato di nuovo nel processo di formazione della commissione. E credo che sia lo spirito che dovrà accompagnare questa legislatura. E’ un’opportunità, non un rischio”.

A proposito di alleanze, ci racconta cosa è successo sulla commissione ad hoc che chi si voleva creare sulle ingerenze russe nelle elezioni europee? Lei aveva detto che la voleva, poi il processo è stato annacquato anche da un voto di Lega e Movimento 5 stelle, quando già non stavano più al governo insieme.

“Beh, abbiamo perso di un voto. E’ anche questa la democrazia. Credo che ci sia stato poco lavoro di spiegazione e anche di definizione di un obiettivo per una commissione di questo genere. Tant’è vero che ieri l’altro, alla conferenza dei presidenti del Parlamento, i gruppi politici hanno deciso che tra martedì e mercoledì a Strasburgo ci sarà un nuovo dibattito sulle ingerenze sullo spazio europeo. Non ci sarà una risoluzione ma credo che su questo dibattito prossimamente verrà chiesta una nuova risoluzione per prevedere una commissione che indaghi sul fenomeno. Non so se in Italia se ne parla molto ma in molti paesi europei è un argomento all’ordine del giorno. Si tratta di forze esterne che minano i nostri sistemi democratici. C’è un problema che non è capzioso, perché se uno alza un attimo lo sguardo e guarda gli attori del mondo globale si accorge che c’è un temperamento che li tiene insieme, ed è quello di volere un Europa debole. Mettere il naso in queste faccende credo che sia un esercizio molto utile e molto importante. Le democrazie sono sistemi fragili, noi vogliamo proteggere e rafforzare la nostra democrazia, e abbiamo bisogno naturalmente di valutare sempre la possibilità della nostra indipendenza. Ecco perché serve un occhio del Parlamento su tutto questo”.

Vedo che su Lega-M5s non vuole parlare tanto. Invece questo governo, quest’alleanza Pd-M5s ce l’ha un’anima in generale ed europeista in particolare?

“Parlare di anima quando si parla di politica rischia di sconfinare e di mischiare sacro e profano. Però se devo… Io penso che un governo debba essere utile, e se ti vuoi salvare l’anima ti devi caricare sulle spalle le difficoltà del mondo. Credo che le difficoltà del nostro paese stiano nel prevedere quelle che potrebbero essere le conseguenze di questo fallimento. Penso che questo governo possa essere utile, perché alle porte c’è un sovranismo estremista, e perché ci sono due-tre anni per fare delle cose importanti. Il richiamo che deve essere fatto al governo italiano e non lo faccio da presidente del Parlamento europeo, credo che arrivi da tutti i governi europei è concentrarsi sull’azione di governo, e mettere in campo delle iniziative che possano migliorare la vita del paese e dei nostri cittadini, integrare di più l’Italia in Europa. Ci sono due anni di tempo. Hanno detto che questo governo doveva arrivare a una certa scadenza. E’ un tempo utile, forse molto prezioso, per poter condurre in porto queste riforme importanti: rafforzare il modello sociale, la competizione del paese, la sicurezza, l’immigrazione, credo che questa sia l’agenda con cui l’Italia potrebbe mettere in campo iniziative importanti anche per se stessa. L’anima ce la salviamo se ci carichiamo di difficoltà, non se diventiamo delle anime belle”.

A proposito di difficoltà, lei fin dal suo primo discorso al Parlamento europeo ha avuto molto a cuore la questione migratoria, e soprattutto la riforma del regolamento di Dublino. La difficoltà sta nel costruire una solidarietà europea che oggi non c’è, e non si intravede una via per costruirla. Quando dice “riformiamo Dublino”, che cosa ha in mente?

“L’Europa non ha competenze sulla politica migratoria, sono politiche nazionali. Per poter avere una politica europea bisogna avere un punto di partenza, e cioè che chi arriva da noi arriva in Europa, ed è l’Europa che comincia ad occuparsene. Non so se qualcuno lo spiega ogni tanto, ma funziona esattamente così. E allora quella riforma, che non ti impiglia la vita sulle modifiche dei trattati e quant’altro, può determinare questa svolta. E cioè dire all’Europa ‘metti in campo delle politiche sui fenomeni migratori’. Tutto parte da lì. Ecco perché mi sono battuto dal primo giorno perché il Consiglio continui a riflettere sul fatto che quella riforma la tiene nel cassetto. E per noi questo è scandaloso, e dimostra anche poca considerazione della volontà dei cittadini da parte di molti governi. Ci sono molte cose da rivedere in Europa, il diritto di veto ad esempio. Oramai è davvero obsoleto e scandaloso. Non è una mia fissazione. Quella riforma ci fa partire, fa dire all’Europa come sviluppare una politica migratoria. Ecco perché ci vorrebbe più forza da parte di tutti i governi, perché quella riforma venga discussa e approvata”.

Ci sono state tante proposte e iniziative, il punto in cui il discorso decade è che devono essere tutti d’accordo. E ci deve essere una politica di solidarietà…

“Sta toccando un tema fondamentale. Noi abbiamo due agende in Europa. Cerchiamo di collegare anche il nostro paese alle agende europee altrimenti facciamo fatica a capire cosa ci succede intorno. Una riguarda le regole: abbiamo lanciato con la Commissione una conferenza sugli strumenti della democrazia europea, in cui si definiscono alcuni meccanismi, si inquadrano legalmente altri meccanismi, cosi da far superare l’idea che l’Europa non decide mai. Non so se avete visto nelle scorse settimane, c’è stato un rinvio della decisione del Consiglio europeo di far cominciare all’Albania e alla Macedonia del Nord il processo di adesione. Questo rinvio è avvenuto dopo che Parlamento europeo, Commissione, Consiglio e 25 paesi membri su 28 avevano detto di sì. Il diritto di veto dev’essere rivisto, è anacronistico, e oggi blocca la democrazia in Europa. Poi abbiamo l’agenda delle politiche, perché io lo so che le questioni istituzionali appassionano noi addetti ai lavori, ma la gente s’innamora dell’Europa se è utile. Le politiche sono quelle che la von der Leyen ha indicato in Parlamento, che il Parlamento le ha indicato, e che oggi devono allineare un po’ tutti i paesi. Faccio un esempio: la Germania un mese fa ha stanziato 100 miliardi per la lotta al cambiamento climatico. Qualcuno in Germania ha detto che sono troppo pochi, allora abbiamo bisogno che tutto questo investimento sia una grande assicurazione per l’Europa. Ecco perché un paese come l’Italia ma anche tutti gli altri, devono convergere per fare in modo che queste siano opportunità per tutti, secondo un principio per cui oggi tutti si rendono conto quanto sia indispensabile quanto possiamo crescere se cresce l’Europa. Lo vediamo anche con le questioni delle nostre crisi industriali. Questo è il nuovo paradigma. Non è il dibattito rigoristi contro solidaristi come c’è stato negli ultimi dieci anni, oggi dobbiamo imporre un’altra riflessione. E credo che ci siano tutte le condizioni perché questa legislatura sia un salto di qualità. Attenzione però, la democrazia non ha la bacchetta magica, la democrazia è pazienza, è costruzione del consenso, è procedere per convinzione e mai per strappi. Credo che debba tenerlo in mente la maggioranza di governo in Italia, e naturalmente i nostri gruppi europeisti che hanno vinto le elezioni nel maggio scorso”.

Questa sua dichiarazione molto forte sulla caduta del diritto di veto è un po’ una resa al fatto che non riusciremo mai a convincerci tutti?

“Io sono convinto che invece ce la faremo. Per due motivi: primo, perché è conveniente per tutti. Secondo, perché noi non possiamo, se vogliamo difendere la democrazia in Europa, non renderla efficace. E oggi i cittadini hanno la sensazione di una lontananza, e non sempre di un’utilità dell’Europa per la loro vita. Ecco perché gli strumenti della democrazia sono molto importanti”. (segue nello speciale 3) Secondo lei il Ppe caccerà il partito di Viktor Orbàn o si apre alla possibilità di una convergenza a partiti come quello di Salvini? “Il partito ungherese è dentro la famiglia popolare. Sono stati sospesi, c’è un processo in corso, vedremo, io da presidente del Parlamento europeo non voglio intervenire su questo. Mi sembra che su altre adesioni, proprio in questi giorni il congresso del Partito popolare sia stato molto chiaro: mai con gli estremisti, mai con i sovranisti, e mai con chi vuole dividere l’Europa, mi sembra che sia un messaggio molto chiaro quello del presidente Tusk”.

Se dovesse definire questa European way of life, che ha creato un po’ di dibattito in Europa, che aggettivi userebbe? Com’è lo stile di vita europeo?

“Abbiamo chiesto di cambiarlo e la von der Leyen l’ha cambiato. Credo che sia una definizione appropriata”.

E’ stata cambiata la dicitura “protezione” con “promozione”, però il concetto di stile di vita europeo è molto bello. Come lo declinerebbe?

“E’ nei trattati. Questo è molto sexy. Leggiamoli i trattati, all’articolo 2 c’è scritto esattamente questo, che dobbiamo difendere il nostro stile di vita”.

Certo, ma lei come lo definisce? Si è parlato tantissimo di come si faccia a definire uno stile di vita europeo quando non c’è nemmeno un popolo europeo. Lei come risponde?

“Non è vero. Ma perché dite queste cose? Ma chiedetelo ai nostri ragazzi, quanto si sentono naturalmente italiani ma anche europei. Siamo noi forse che non ce ne rendiamo conto, legati a dei paradigmi un po’ antichi. Noi dobbiamo essere orgogliosi dei nostri paesi, e nello stesso tempo orgogliosi di un cammino che per 70 anni ha messo in piedi istituzioni che proteggono le nostre libertà. Poi in democrazia di discute, si litiga, si migliora, si va indietro. Ma vogliamo buttare via tutto questo grande patrimonio? Però mi lasci dire, noi abbiamo bisogno in Europa di fare un salto di qualità, perché abbiamo visto per esempio sui problemi dell’immigrazione che l’Europa si divide, nord contro sud. E invece se cominciassimo a lavorare su un concetto un po’ più esteso di solidarietà, probabilmente ci faremmo capire anche di più dai paesi del nord. Sono stato in Finlandia, un paese molto grande con 6 milioni di abitanti, quanto il Lazio. Ha 1600 chilometri di frontiera con la Russia, ha un esercito di 150 mila persone, che è un po’ meno di quante ne avesse l’Italia per il trattato di pace. Hanno una spesa militare enorme. Vale solo per la Finlandia? O vale anche per noi? Ampliare il concetto di solidarietà. Per noi certamente con lo sguardo rivolto al sud e alle questioni che naturalmente tutti conosciamo e che vogliamo affrontare con l’Europa, ma non dimenticandoci del resto, alzare e guardare le questioni da più punti di vista. Perché quella frontiera ad esempio riguarda anche l’Italia, ma noi spesso ce ne dimentichiamo. Penso che se lavoriamo con più decisione su un concetto ampio di solidarietà probabilmente riusciremo a convincere che le questioni dell’immigrazione non riguardano solo il sud ma tutto lo spazio europeo”.

 


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