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Zanda: ogni capriccio può portare alla rottura - intervista de l'Huffington Post

30 Settembre 2019

di Alessandro De Angelis

A Zanda le multe non piacciono. Né quelle di Di Maio né quelle del Pd in Umbria: “È un errore”. Errore è la parola che il tesoriere del Pd ripete più volte, in questa conversazione con l’Huffpost. Sull’Umbria, ma anche sull’approvazione del taglio dei parlamentari senza la garanzia di una nuova legge elettorale: “Scardina la rappresentanza. Sarebbe stato meglio abolire il Senato tout court”. Non parla apertamente di “cedimento” del Pd ai Cinque stelle, anzi loda l’operato di Zingaretti, ma per la prima volta dalla nascita del Conte bis nomina la parola crisi, svelando la debolezza dell’attuale assetto: “Questa è una maggioranza fragile, costruita a ferragosto, ogni capriccio può portare alla rottura”. E invita Conte a farsi carico delle tensioni causate da Renzi e Di Maio.
Onorevole Zanda, che differenza c’è tra le multe di Di Maio e quelle del Pd in Umbria, anche se non si chiamano così?
Francamente considero uno sbaglio, un errore far sottoscrivere accordi che prevedono multe, risarcimenti, li chiami come vuole. Ed è un errore ancora maggiore per quel che riguarda i consiglieri regionali che vengono eletti con le preferenze, indicati dagli elettori. Però penso che tra i candidati e il partito vada sottoscritto un patto d’onore.
Cioè?
Un patto che impegna il candidato a un dovere di lealtà nei confronti del partito, per cui un conto sono le crisi di coscienza, un conto è l’organizzazione di una scissione. Non penso a sanzioni, ma a una dichiarazione di lealtà che impegni l’onore politico del candidato.
Ecco, la scissione. Parliamoci chiaro: è innanzitutto il timore che gli eletti vadano con Renzi ad animare la proposta. Questo però è un grande segno di debolezza, che racconta di un partito fuori controllo.
Non è un segnale di debolezza. È realismo. Come sa, nella Prima Repubblica i partiti erano fondati su un solido impianto politico-culturale e su una altrettanto solida organizzazione. Oggi la politica vive in un deserto di pensiero per cui l’allarme sulla lealtà dei parlamentari e dei consiglieri regionali è un allarme giustificato. Per di più nel Pd. È nato solo da dieci anni e ha avuto tre scissioni di cui l’ultima di dimensioni inusitate.
Inusitate nel senso di consistenti?
Sì molto vasta. E che non sappiamo nemmeno se è terminata. La scissione di Renzi è una scissione di vertice e dei gruppi parlamentari che aveva formato lo stesso Renzi. Quindi non possiamo sapere quanto lo smottamento terminerà.
Insomma, lei ha paura che il tarlo trasformista corroda il Pd.
Io ho paura per l’Italia, che avrebbe bisogno di grandi partiti fatti di popolo e ceto medio, organizzati in modo democratico come il PD e come prevede l’articolo 49 della costituzione. Partiti pluralisti, nei quali si discute ma si sta assieme anche nel dissenso. Ho paura di un eccesso di frammentazione del quadro politico e parlamentare. Ma ho anche paura della diffusione dei partiti personali.
Sta descrivendo un partito non propriamente sotto controllo. C’è un elemento di critica verso Zingaretti, che del governo del partito è il primo responsabile?
No, Zingaretti sta dimostrando delle doti di fondo importanti. Zingaretti ha una buona stoffa politica. Si deve a lui una gestione ordinata della crisi più pazza della storia della Repubblica, si deve a lui una tenuta del partito sui grandi principi della trasparenza e della lealtà politica.
Per chiudere il discorso sull’Umbria che era rimasto sospeso. Cosa dirà il Pd quando Di Maio dirà “facciamo come in Umbria”? Ovvero quando proporrà delle norme “contro i cambi di casacca”? Se siete d’accordo sul principio che c’è il rischio di trasformismo…
Diremo che l’assenza di vincolo di mandato è uno dei cardini della democrazia parlamentare. E che, in nessun modo, si può aprire una discussione su un tema sacro.
Ecco, ho insistito di questa vicenda perché a mio giudizio è paradigmatica di un “cedimento” culturale complessivo del Pd verso i Cinque Stelle. Ad esempio: la prossima settimana passa il taglio dei parlamentari senza una discussione su come riequilibrare questa riforma, in termini di rappresentanza.
La riduzione del numero dei parlamentari senza la contestuale approvazione delle norme costituzionali connesse e di una nuova legge elettorale, è un errore. Ma fa parte delle condizioni che abbiamo dovuto accettare per evitare il rischio Salvini. Questa è la ragione.
Resta il problema che si scardina la rappresentanza.
Scardina la rappresentanza è troppo. Ma la riduce. Io avrei preferito, se si trattava di risparmiare qualche milione di euro, termine odioso quando si parla di istituzioni, che si fosse abolito il Senato tout court, perché questa cosiddetta riforma produce squilibrio e non affronta il nodo della riforma delle istituzioni, a partire dal bicameralismo paritario.
Appunto, mi perdoni, un cedimento. Come cedimento è il silenzio su Casaleggio all’Onu, l’incertezza sullo ius soli, il fatto che non si nominano i decreti sicurezza del Conte 1 per non disturbare il Conte 2. Non pensa ci sia un problema di fondo su come stare al governo?
Beh, ci sono cose francamente incomprensibili, come la presenza di Casaleggio all’Onu sponsorizzata da Di Maio, di cui non comprendo le ragioni, anche perché non credo porti fatturato alla Casaleggio e associati. In più non mi sembra che Casaleggio abbia titolo a rappresentare all’Onu la società italiana. Su ius soli e decreto sicurezza vedrà che i Cinque Stelle capiranno la ragionevolezza delle nostre posizioni. C’è poi un argomento politico che in via generale dobbiamo considerare.
Quale?
Questa è una maggioranza è fragile, costruita a ferragosto, ogni capriccio può portare alla rottura. Io credo che nessuno stia cercando la crisi di governo ma non è affatto detto che tra scissioni, impuntature e smanie di comando non possa arrivare all’improvviso.
È il primo che nomina questa eventualità. È un messaggio?
Sa cosa diceva Cossiga? La prudenza è la misura di tutte le virtù. E io, di prudenza, in giro ne vedo poca.
Provo a tradurre: Conte deve farsi carico di gestire gli animal spirits della maggioranza. Altrimenti alla lunga qualche incidente ci scappa.
Salvini è diventato il nemico numero uno di Conte, che gli ha dedicato frasi molto sprezzanti in Parlamento. Io penso che Conte abbia avuto ragione, però adesso deve ricordare che il più grosso regalo che il suo governo può fare a Salvini è quello di iniziare una stagione di ultimatum tra i partiti della maggioranza. Salvini vive e ingrassa sulle tensioni dentro il governo.
Facciamo nomi e cognomi, anzi due nomi e due cognomi: Matteo Renzi e Luigi Di Maio. Lei sta dicendo che sono loro che già stanno destabilizzando il quadro. E se uno tira troppo da una parte e uno dall’altra, la corda si rompe.
Beh, la cosa che io trovo veramente sorprendente è che Di Maio non parli più del suo impegno sulla riduzione consistente e immediata del cuneo fiscale, mentre Renzi oggi in una sua intervista dice che se vuoi difendere l’ambiente devi investire in tecnologia, ma non dice dove reperire le risorse. Ora è possibile che la Leopolda partorisca un piano verde più ambizioso di quello della Merkel, ma i progetti che non prevedono con realismo dove reperire le risorse ne abbiamo visti tanti e abbiamo capito che non servono a nulla. Sono certo che sulle coperture Renzi sarà molto preciso.
I due però hanno costretto Conte a correggere la linea del ministro dell’Economia sulla rimodulazione dell’Iva.
Qualcuno mi ha detto che il prezioso tartufo è tassato al dieci per cento di Iva. Tanti prodotti meno preziosi sono tassati più del doppio. Anche per l’Iva occorre un criterio di equità.
Ultima domanda: secondo lei Renzi sosterrà questo governo per tre anni?
È una di quelle domande per le quali ho giurato a me stesso di non rispondere.


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