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Le dimissioni di Conte: prologo o epilogo di una crisi? - di Pier Paolo Baretta da Rriformismo e Solidarietà

21 Agosto 2019



Le dimissioni di Conte hanno aperto ufficialmente una crisi politica già esplosa da tempo. Il discorso al Senato del Presidente del Consiglio è stato chiaro, duro ed efficace, ma come ha detto nel dibattito Emma Bonino “tardivo e postumo”.

Se Conte lo  abbia fatto per orgoglio personale o calcolo politico, o entrambe, si è, comunque, conquistato un ruolo e un discreto consenso popolare.

Ora la parola passa al Presidente della Repubblica. Tutti dichiarano il massimo rispetto e la massima fiducia per Mattarella, ma in molti casi sembra più uno scaricabarile delle responsabilità che il Presidente della Repubblica non permetterà. Non sarà lui a offrire alibi ai partiti, ai quali chiederà, incalzandoli, soluzioni rapide. Vorrà sapere se dispongono di maggioranze non precarie, unica possibilità per evitare il voto. Anche perché, se si dovesse votare, bisogna farlo rapidamente per evitare l’esercizio provvisorio.

: si rende noto il calendario delle del Presidente

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Per cui, le soluzioni politiche sembrano ridotte a due: o il voto o un governo di larghe intese. La terza: un governo tecnico, istituzionale. Tale ipotesi, che non va esclusa, potrebbe servire al solo scopo di fare la legge di bilancio e preparare il voto, ma non sembra avere la possibilità di raccogliere una maggioranza. Un governo di “transizione” dovrebbe accollarsi una manovra di bilancio complicata senza il conforto delle urne o senza una prospettiva di medio periodo. In ogni caso, solo il capo dello Stato può autorevolmente prospettare, come estrema ratio, un governo senza fiducia a cui affidare il compito di gestire la legge di bilancio e preparare il voto di primavera.

Come è del tutto evidente, sarà ancora una volta l’economia al centro della possibile soluzione della crisiE l’economia, come sancito da Istat, non va. La crescita si è fermata da qualche mese: produzione industriale in calo, debito in crescita, Pil ai minimi.

Non siamo ancora al 2011, quando, anche allora in pieno agosto, il governo Berlusconi-Tremonti tentò un’inutile manovra per rispondere alla dura lettera della Bce, ma non fermò lo spread. Con la prospettiva Grecia che si avvicinava anche per l’Italia così rapidamente, si arrivò alle dimissioni autunnali del Governo Berlusconi, sostituito con Monti. Non si votò, ma si formò un governo super-tecnico. Ed è proprio questa differenza tra il “pericolo di morte”, nel quale ci trovavamo allora, e la “prognosi riservata”, nella quale siamo oggi, che rende meno plausibile adottare un governo di emergenza motivato da ragioni economiche.

Prognosi riservata, tuttavia, vuol dire che non siamo nemmeno fuori dai rischi di una grave recessione. Il quadro internazionale non volge al bello e questo non aiuta: la crisi dei dazi tra Usa e Cina è solo la punta di un iceberg. La congiuntura economica globale vede l’Europa in particolare difficoltà, tanto più di fronte al rischio di una Brexit senza accordi.

Per l’Italia si aggiungono le condizioni strutturali delle quali si è detto prima.

Il tema dentro questa strana crisi ferragostana dovrebbe essere, per tutti, quali politiche per la crescita adottare e non discutere se votare o costruire nuove maggioranze. Infatti, in qualsiasi scenario politico si prefiguri, la ripartenza dell’economia e la capacità di far crescere il Paese deve rappresentare il metro di misura sul quale chiedere il consenso popolare.

Prima delle scelte di merito per stimolare la crescita, però, si pone un’opzione strategica: orientare tutte queste scelte verso una crescita economica sostenibile e circolare. È arrivato il momento di dare una svolta in questa direzione. Così che anche le politiche specifiche da adottare siano tutte coerenti con la priorità delle priorità. Investimenti pubblici (dai cantieri al dissesto idrogeologico, alle infrastrutture e alla logistica), sostegno al reddito (dal cuneo fiscale alle pensioni più basse), sostegno alla politica industriale e al lavoro (manifatturiero, turismo e cultura, logistica e soluzione delle troppe crisi industriali aperte), istruzione e ricerca sono i perni di una politica efficace per la crescita. Ovviamente bisognerà scegliere delle priorità, perché non tutto si può fare, come dimostra il fallimento delle fantasmagoriche promesse del Governo gialloverde.

Una volta scelte le priorità servono le risorse per realizzarle. E qui tutto si complica. Almeno in ordine a tre aspetti. Il primo: Il rapporto tra debito e indebitamento. A quanto siamo disposti ad arrivare? Escludendo lo sforamento del 3% (irresponsabilmente evocato da Salvini) e contrattando con l’Europa il massimo dei margini di flessibilità possibili (ma dipenderà molto dalla credibilità dei negoziatori), l’Italia può permettersi di arrivare, a esempio, al 2,5?

Il secondo: a quanto può ammontare il recupero di risorse aggiuntive derivanti da entrate straordinarie o da risparmi? La fatturazione elettronica, che il governo dimissionario ha ereditato dal precedente, sta dando i suoi frutti; la rottamazione anche; da quota 100 e reddito di cittadinanza quanto si potrà risparmiare? E se lo spread si assesta a livelli bassi, di quanto si ridurranno gli interessi? Possiamo stimare complessivamente qualche miliardo, la cui esatta contabilizzazione andrà predisposta dal Mef e verificata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Ma saranno davvero risorse aggiuntive o dovranno, almeno in parte, compensare il buco che si creerà dalle mancate privatizzazioni?

Il terzo: le clausole di salvaguardia. Sappiamo che la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva vale 23 miliardi (ma la manovra parte da 27 miliardi se consideriamo anche le spese indifferibili). Quindi, che vada tutto bene quanto descritto nei punti precedenti, solo per sterilizzare l’Iva servirà una copertura di almeno 17/18 miliardi, senza aver ancora finanziato nessuna delle scelte di crescita sopra descritte. Se pensiamo che solo per la flat tax, ormai archiviata fortunatamente, erano necessari circa 15 miliardi, e gli 80 euro di Renzi ne valgono 10, una manovra che eviti l’aumento dell’Iva e faccia anche solo una parte degli interventi necessari (il cuneo fiscale, a esempio?) parte da ben oltre 30 miliardi.

La scelta di sterilizzare l’Iva, bloccando ogni ulteriore intervento espansivo o lasciare che essa aumenti e impiegare quelle rilevanti risorse così disponibili per investirle in qualcuna delle scelte di sviluppo, è il nodo politicamente più delicato che aleggia nel retroscena del dibattito di questi giorni e che diventerà sempre più cruciale mano a mano che si avvicina la sessione di bilancio.

Questi sono i problemi che, come un gigantesco convitato di pietra, saranno presenti nella riservatezza dei colloqui che il Presidente della Repubblica ha avviato e che peseranno nelle riflessioni che i partiti sono chiamati a fare nei prossimi i giorni.


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