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Con Ursula von der Leyen vince l'europeismo - intervista al presidente del Parlamento Europeo David Sassoli de l'Huffington Post

16 Luglio 2019

"Ora la Presidente della Commissione presenti dei commissari che tengano fede agli impegni che lei ha assunto in Parlamento. Noi ci prepariamo a fare le audizioni..."


By Angela Mauro


Oggi abbiamo capito questo: chi è fuori dal gioco europeista, gioca in serie B. Per giocare in serie A, invece, devi stare nello schema europeista”. Nel suo studio al 15esimo piano del Parlamento europeo con vista mozzafiato su Strasburgo, David Sassoli è soddisfatto della giornata di oggi, cruciale per l’inizio della nuova legislatura. Il Parlamento ha votato Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea, seppure con soli 9 voti di scarto (383 sì su una maggioranza di 374). Non era scontato. Ma soprattutto non era scontato che l’aula si esprimesse con una maggioranza composta da forze europeiste, scongiurando il rischio, reale fino a due giorni fa, che la nuova guida di Palazzo Berlaymont ricevesse l’ok dei sovranisti. E’ da questo dato che il presidente del Parlamento europeo parte, in questa intervista in cui ci spiega che lo stesso gioco europeista regolerà il voto del Parlamento sui commissari della squadra von der Leyen. Difficile insomma che passi un commissario sovranista, per esempio un leghista. Sassoli non lo dice esplicitamente, ma il suo ragionamento è questo: la nuova presidente dovrà “presentare dei commissari che tengano fede agli impegni che lei ha assunto in Parlamento. Il suo collegio dovrà avere un’omogeneità al suo interno sui punti programmatici su cui lei ha assunto degli impegni. Se i commissari vanno in ordine sparso l’iniziativa della commissione sarebbe più debole”. Consiglio per l’Italia? “Rientrare nella dinamica europeista, questa è la sua vocazione”.

Presidente Sassoli, solo fino a qualche giorno fa sembrava che von der Leyen attraesse più i voti dei sovranisti che quelli degli europeisti. Come si è arrivati al risultato di oggi?

Ascoltare il Parlamento fa bene. Le proposte sono state precisate in questa settimana. Il discorso di von der Leyen stamane in aula ha raccolto tanti umori del Parlamento: dall’immigrazione, ai temi della solidarietà, della stabilità e flessiblità fino alla grande proposta di riconciliarsi con il metodo degli Spitzenkandidaten (i capolista dei partiti che alle elezioni erano candidati per la guida della Commissione, von der Leyen non era candidata, ndr.) che è stato tradito, avviando una conferenza interistituzionale che possa precisare gli strumenti della democrazia. E poi ha accolto una grande richiesta del Parlamento di rafforzare il suo potere di iniziativa. Von der Leyen lo ha detto chiaramente: quando il Parlamento proporrà a larga maggioranza, io darò seguito alle sue iniziative. Ecco, questo cambia molto la scena e rafforza il Parlamento.

Solo la scorsa settimana la presidente designata faceva trattative con tutti, senza badare ai colori politici né al tasso di europeismo dei partiti. Cosa le ha fatto cambiare idea?

Diciamo che si è guardata intorno, ha ascoltato, ha capito e ha precisato le sue proposte. C’è stata una vera negoziazione col Parlamento. Ha incontrato tutti i gruppi, ha messo in chiaro le proposte, le ha scritte, ha ricevuto le priorità dei gruppi europeisti e ha precisato anche quale è il punto di caduta in Parlamento degli interlocutori che in qualche modo hanno deciso di sostenerla: sono le forze che hanno vinto le elezioni, le forze europeiste. E’ stato un percorso trasparente, fatto di interventi pubblici, assemblee, incontri, twitter, post su facebook, interviste; un percorso in cui di segreto e riservato non c’è stato nulla.

Alla fine von der Leyen ha scelto il campo europeista. Si può dire che il ‘cordone sanitario’ anti-sovranista ha funzionato?

Il Parlamento ha fatto delle scelte politiche. Quella di ‘cordone sanitario’ è una bruttissima espressione. Non si tratta di escludere nessuno, ma si è trattato di un percorso democratico e trasparente, come avviene in tutti i Parlamenti d’Europa. Non mi risulta che a Montecitorio si faccia in maniera diversa e che la maggioranza italiana abbia fatto in maniera diversa. Si fa il presidente se si ha il consenso per farlo. Credo che stamane lei sia stata molto chiara in aula: voglio lavorare con le forze che vogliono un’Europa più forte. E poi ha rifiutato i voti sovranisti con una battuta al leader dell’Afd, l’eurodeputato Meuthen...

Il metodo europeista dunque bloccherà la nomina di candidati sovranisti per la squadra dei Commissari guidata da von der Leyen?

Il voto di oggi non è un voto sulla Commissione ma per iniziare il percorso sulla Commissione. A settembre ci aspettiamo che ci siano nomi e cognomi per fare le audizioni dei commissari e formare il collegio. Poi il Parlamento darà il suo giudizio finale sulla Commissione. Oggi abbiamo capito che chi è fuori dal gioco europeista, gioca in serie B. Per giocare in serie A, devi stare nello schema europeista che in questo caso viene fuori dal risultato elettorale perché i cittadini non hanno premiato le forze che vogliono meno Europa, ma le forze che vogliono un’Europa più forte, protagonista sulla scena internazionale, che affronti i nodi strutturali della democrazia europea ma per renderla più forte e non più debole. Chi partecipa a questo gioco, gioca in Champions. Gli altri giocano in serie B.

Nel governo italiano i cinquestelle l’hanno capito: hanno votato sì a von der Leyen…

Io penso che l’Italia debba rientrare nella dinamica europeista, questa è la sua vocazione. Ogni volta che l’Italia gioca in Europa può anche vincere e far valere le sue idee. Se naturalmente si sottrae, abbiamo visto che può diventare un problema. Tra l’altro questo vale per tutti i governi e per tutti i commissari che arriveranno qui. Devono essere all’altezza di una legislatura che deve iniziare per rendere più forte l’Europa. E mi auguro anche il mio paese lo possa fare. Del resto è un bene se più gruppi si aggiungono con chiarezza a chi vuole un’Europa più forte. Von der Leyen ha detto una cosa precisa: il punto di caduta della sua iniziativa in Parlamento saranno le forze che vogliono un’Europa più forte. 

Come sono state queste prime settimane alla presidenza?

Sono stato subissato da messaggi di tutto il mondo. Mi sono trovato in un frullatore acceso ad altissima velocità e in una fase complicata di avvio della legislatura, ma con un Parlamento molto orgoglioso e con tanti parlamentari nuovi, tanti presidenti di gruppo nuovi, molti non si conoscono nemmeno tra loro. C’è una dinamica anche inedita, spesso difficile da interpretare se uno non è dentro il gioco parlamentare. Mi sono trovato buttato nella mischia. Io ho una funzione di garanzia in difesa delle prerogative del Parlamento, però non sono stato votato da tutti. Penso che un Parlamento europeo forte sia quello che serve per un’Europa più forte.

Abbiamo parlato dei lati positivi di von der Leyen, ne avrà di negativi. Quali? In fondo lei ha ricevuto il placet dei paesi di Visegrad, che tanti problemi creano all’Europa unita.

Dovrà presentare dei commissari che tengano fede agli impegni che lei ha assunto in Parlamento. La Commissione ha anche un’iniziativa politica. Avere una omogeneità nel collegio sui punti programmatici su quali lei ha assunto degli impegni è fondamentale. Se i commissari vanno in ordine sparso, l’iniziativa della commissione sarebbe più debole.

Anche se in questa fase von der Leyen può promettere la qualunque e poi se le proposte non passano può dare la colpa agli Stati membri. E’ successo col piano Juncker sulle relocations dei migranti…

Abbiamo bisogno di una Commissione che scommetta sulla solidarietà tra i paesi. Poi sappiamo che i meccanismi non sono solo in mano alla Commissione. Per esempio la politica sull’immigrazione continua a essere nazionale, abbiamo bisogno di trasferire la politica dell’immigrazione all’Europa. Ecco perché ho fatto riferimento alla riforma del regolamento di Dublino perché è un modo per dotare l’Europa di alcuni strumenti operativi. Se arrivi in Italia, arrivi in Europa e quindi l’Ue se ne deve far carico. Ma se questa riforma non si sviluppa, se i trasferimenti di poteri dal piano nazionale all’Europa non avvengono, di quella gente chi se ne deve occupare? Se ne può occupare solo l’Italia, la Grecia o la Spagna, insomma i paesi del confine sud dell’Europa. La Commissione può fare molto, ma non può fare tutto. Però certamente avere una Commissione che si pone il problema di spingere per una maggiore solidarietà è importante.

A parte i contenuti, cosa l’ha colpita di più del discorso di von der Leyen?

La storia di suo padre: ragazzino di 15 anni nella Germania nazista poi diventa un alto dirigente della Comunità europea. Rappresenta davvero la Germania che capisce la lezione della guerra e del nazismo, quella è la generazione che ha fatto iniziare tutto. Anche per me è stato così. Ci trovo tante assonanze. A quella generazione dobbiamo tantissimo, ha conosciuto l’orrore più assoluto e ci ha saputo dare un’eredità importante. Ecco perché serve ancora di più lavorare per l’Unione europea. Ha fatto bene a fare quel riferimento e a darsi come punto di riferimento nel Parlamento le forze che vogliono un’Europa più forte.

Lei ha lavorato molto nei giorni scorsi per favorire il risultato europeista di oggi. L’ha aiutata il fatto che il suo nome come presidente del Parlamento non è uscito dal pacchetto di nomine del Consiglio europeo, dove avevano ipotizzato un socialista dell’est, bensì è stato negoziato dal Parlamento e tra i gruppi?

Molti hanno la sensazione che il Parlamento possa essere guidato dall’esterno. No: il Parlamento ha dimostrato di fare le sue valutazioni e assumere la propria iniziativa. Lo ha fatto con molta autonomia. Scegliendosi un percorso diverso da quello immaginato al Consiglio dei leader.


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