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Governo gialloverde, tra palude economica e crisi politica - intervento di Pier Paolo Baretta su Riformismo e Solidarieta

21 Maggio 2019

L'Europa che verrà - l'editoriale di Pier Paolo Baretta

A ogni trimestre e stormir di Pil, gli umori del governo, dei politici e degli opinionisti si alternano tra un eccesso di ottimismo, al grido: “ecco la ripresa”, se l’aumento è dello 0,1%; o un’acuta depressione: “siamo in recessione”, se la diminuzione è altrettanto modesta. Invece, non succede né l’uno, né l’altro. Ma, forse peggio, siamo immersi in una specie di palude… stagnante (Draghi, che se ne intende, parla di “stagnazione”). A volte si emerge, per merito soprattutto di chi lavora: dipendenti, imprenditori piccoli e medi, artigiani, commercianti, immigrati. Altre volte, come in questo ultimo anno, si rischia di affogare per colpa della insipienza di chi ci governa.

L’Italia del rancore e delle paure

Una ripresa c’era stata negli scorsi anni, con i governi di centrosinistra; ma non è stata premiata dal voto. Tra le molte cause, il fatto che la crescita – misurabile nei dati reali del Pil, della produzione industriale, dell’occupazione – non ha consentito il recupero pieno di quanto si era perso, a seguito della crisi, in termini di reddito e di stabilità del lavoro. In questo contesto, nonostante i miglioramenti, è rimasta una diffusa insoddisfazione. Su questa insoddisfazione si è innestata una rabbia sociale, che il Censis ha ben analizzato parlando di “Italia del rancore”, e su di questa ha fatto leva la propaganda della paura di Salvini e il bluff della proposta assistenzialista di di Maio.

Il governo attuale, dunque, ha preso in mano un Paese economicamente in ripresama al tempo stesso socialmente preoccupato. E anziché consolidare quei risultati, migliorando, intensificando, correggendo anche, le scelte fatte da chi lo ha preceduto e attraverso ciò diffondere fiducia e speranza, ha, prima, in campagna elettorale, seminato illusioni e poi, al governo, lo ha diviso, incattivito con una cultura dell’odio. Inoltre, col vizio dei neofiti, ha voluto cambiare tutto, tanto per cambiare.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti… le cose non vanno, i principali indicatori volgono tutti sul rosso. I numeri parlano chiaro: il Pil allo 0,2%; il deficit al 2,4; il debito al 132%; la disoccupazione all’11%; la produzione industriale è ferma e lo spread è troppo alto.

Governo Lega-M5S, perché la situazione è precipitata?

Ma come mai, in pochi mesi, pur disponendo, il governo, di un ampio consenso, la situazione è precipitata? Per incapacità? Sì! Lo si vede nelle scelte sbagliate del reddito di cittadinanza che non funziona, per assenza dei centri per l’impiego e i troppi vincoli, che stanno provocando molte rinunce; quando bastava ampliare il reddito di inclusione che ha già prodotto effetti positivi sulla riduzione della povertà.

Il 4.0, che prima viene definanziato per ripicca, per poi correre ai ripari e rifinanziarlo, perché non si è trovata un’idea migliore.

Lo sbocca cantieri che è bloccato, mentre sono disponibili 140 miliardi per le infrastrutture, dal 2016 fino al 2033, e ne sono stati utilizzati solo il 4%.

Ma è solo incapacità? No; c’è, soprattutto, il caos politico che vede al governo una coalizione che è antitetica a se stessa, destinata a implodere (c’è un limite al litigio continuo…); ma, al tempo stesso, condannata a tentare il tutto per tutto per stare insieme, perché non hanno alternative. Col contratto di governo Lega e 5Stelle sono riusciti a formare un esecutivo che il voto non gli consentiva, ma si sono cacciati in una trappola dalla quale non sanno come uscire. I 5Stelle, infatti, non dispongono della seconda scelta: hanno alzato così tanto il tiro che o la “imbroccano” (e non mi pare) o crollano. La Lega o va con Berlusconi (ma Salvini non vuole) e, con quei voti e quelli di Fratelli d’Italia, ha i numeri per governare, o il suo 30% circa è come la vittoria di Pirro.

Tra inaffidabilità e irrilevanza

La conseguenza di questi errori e di questo immobilismo è una crescente inaffidabilità e l’irrilevanza politica del Paese e tutto si complica: lo spread; il rating; le procedure di infrazione; i giudizi pesanti degli altri Paesi della Commissione. I più forti, come Francia, Germania e Spagna, che ormai si incontrano per conto loro senza di noi e quelli amici di Salvini che prendono le distanze.

La dimostrazione è data dal Pil. Nell’ottobre 2018 (alla presentazione della legge di bilancio) il Governo fissa la crescita del Pil a 1,5%. Due mesi dopo, a dicembre 2018, dopo che la Commissione europea aveva minacciato la procedura di infrazione per troppo deficit, viene approvata la legge di bilancio che lo riduce all’1%. Ad aprile 2019 (neanche quattro mesi dopo), nel Def il Pil scende a 0,2%. Tre differenti previsioni in pochi mesi. Basterebbe questo per dire che non ci siamo. Non è un problema di essere d’accordo o meno (e non lo siamo) sul merito delle scelte fatte, è un problema di affidabilità e di competenza. Tra l’1,5 di partenza e lo 0,2% di arrivo ci sono tra i 23 e i 25 miliardi di differenza!

Consideriamo lo spread: c’è chi si consola confrontando il dato di questo periodo con quello di 600 punti del 2011. Ma il problema non è solo il picco, che pure c’è stato col cambio di governo. È che la soglia si è impennata e resta alta; non scende. E’ come se una persona avesse sempre 38/38,5 di febbre.

In questo stato di salute, a metà anno ormai, è difficile recuperare. Tsipras, che c’è passato, ha detto: “è meglio fare subito…”. Non basta l’aspirina del decreto crescita. Servirebbe almeno una manovra correttiva, ma il governo la esclude.

Il 2019, che il Presidente Conte definì: “un anno bellissimo” sarà, al contrario, un anno nero per l’economia italiana.

Il voto per l’Europa

Certo, c’è anche una situazione internazionale complicata. Sul piano economico, per il 2019 e 2010 è prevista una contrazione della crescita (tutto è relativo, perché per la Cina vuol dire passare dal 7/8% al 6 e gli Usa viaggiano verso il 3). Si alternano periodi brevi di euforia ad altri, meno brevi, di depressione. I mercati sono diventati instabili, molto volatili, provocando incertezza negli investitori e nei consumatori e agitando una grave incertezza politica e nuovi conflitti tra gli Stati. Dietro la guerra dei dazi, che stanno combattendo Usa e Cina, c’è il controllo delle tecnologie innovative (5G) e del gas, senza dimenticare che in Libia e in Venezuela c’è il petrolio.

In questo quadro, l’Europa sembra il famoso vaso di coccio: Trump la vuole debole, la Cina ci blandisce. Eppure, senza Europa, una Europa forte, unita, un nuovo equilibrio mondiale é molto più difficile da trovare, perché è il primo mercato mondiale e ha scambi con 80 paesi (gli USA con una trentina) e ha inventato welfare e diritti sociali, la miglior ricetta disponibile per arginare le disuguaglianze e mettere nei binari giusti la globalizzazione.

Chi vuole un’Europa debole e pensa di cavarsela ciascuno per conto proprio, come propongono i sovranisti, semplicemente non ha capito dove va il mondo. Quello che appare come un modo forte di reagire alla globalizzazione – il nazionalismo – in realtà è un modo rinunciatario, di chi si rinchiude nel proprio orto pensando che così evita la grandine. In definitiva, i sovranisti arroganti sono dei fanfaroni che seminano paure, ma non danno risposte per il futuro.  Basta vedere come si sta riducendo la Gran Bretagna con la Brexit.

Ecco l’importanza del voto del 26 maggio! Ma non di un voto qualsiasi. Un voto per l’Europa.

L’anno che verrà…

Ma come sarà il 2020? Non è troppo presto per pensarci perché le sorti del governo dipenderanno, in buona parte, da come verrà affrontata la legge di bilancio. E, forse, anche da chi la farà?

Per capire facilmente il perché di questi interrogativi è sufficiente un semplice cascolo: un punto di Pil corrisponde, più o meno a 18 miliardi. Tra la previsione di aumento all’1% e l’aggiustamento allo 0,2, ballano circa 15 miliardi.

Bisogna poi considerare le clausole di salvaguardia. Con l’aggiunta fatta dal governo Conte per finanziare il Reddito di cittadinanza e Quota 100, si dovranno trovare 23,1 miliardi (e 28,9 per il 21) per evitare che l’IVA passi dagli attuali 10 e 22%, al 13 e 25,2% (per poi assestarsi nel 2021 al 26,5).

Dove trovarli? Le privatizzazioni previste (18 miliardi) sono una fake news. Una patrimoniale sembra esclusa e le tasse sul reddito sarebbero una mazzata. Tria ha detto chiaramente che va aumentata l’Iva, ma nel governo ci sono opinioni contrarie. Salvini ha dichiarato che si può sforare il 3%, ma ha ottenuto solo che lo spread salisse a quasi 300 punti. Senza contare che gli effetti sui conti pubblici di Quota 100 e del Reddito di cittadinanza si sentiranno maggiormente nel 2020.

Ecco perché la prossima legge di bilancio potrebbe essere l’ultima spiaggia per questo governo.

Ho detto prima che sono condannati a provare a stare insieme, ma i rumors su una possibile crisi, dopo le Europee, crescono. E, se c’è la crisi che succede? Mattarella, necessariamente, verificherà se c’è una maggioranza parlamentare. Escluso un governo Pd/5S, per un incarico a Salvini servono dei transfughi dai 5Stelle perché Lega, Fi e Fratelli d’Italia non bastano.

Ma se, come è probabile, una maggioranza certa non c’è, il Presidente della Repubblica potrebbe tentare un incarico tecnico per fare la legge di bilancio. Ma a chi? E, soprattutto, chi lo vota? È impensabile ripetere un’esperienza alla Monti, ma evitare l’esercizio provvisorio o procedure di infrazione è altrettanto importante per le sorti Paese.

In alternativa, non resta che il voto, come chiede il Pd che, dopo un periodo di sbandamento seguito alla pesante sconfitta elettorale dl 4 marzo 2018, ha ripreso il cammino. Le primarie hanno evitato il funerale, rilanciato il brand e rimesso in pista il bipolarismo destra-sinistra, ma non hanno risolto ancora il problema della alternativa (Zingaretti, infatti, parla di tempi lunghi…).

Oggi il Pd è all’opposizione e sbaglierebbe a vivere questa condizione come una abdicazione al senso di responsabilità per le sorti del Paese, lasciato a sé stesso dalla politica gialloverde. Ma, al tempo stesso, le responsabilità di questo peggioramento e dei rischi che corriamo deve essere chiara.

Tra pochi giorni, dopo il voto europeo, qualsiasi sia l’esito elettorale, questi nodi verranno al pettine e quello che si annuncia è un estate e autunno difficili, ma pieni di sorprese. Infatti, la barca fa acqua e perché non affondi devono cambiare la strategia politica, la linea economica, ma anche l’equipaggio.


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