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Sbloccacantieri, indietro tutta sulla legalità - intervento Franco Mirabelli su Democratica

14 Maggio 2019

Non ci sarà né più rapidità delle assegnazioni degli appalti, né più qualità delle opere pubbliche

“A cosa serve il così detto decreto “sblocca cantieri”? E’ questa la domanda fondamentale che bisogna porsi se si vuole capire che cosa sta succedendo senza lasciarsi incantare dagli slogan e da una narrazione che non ha riferimenti con la realtà del provvedimento.

Prima di tutto va sottolineato il dato più recente del CRESME, il Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia, che racconta che nel primo trimestre del 2019, a Codice Appalti vigente, sono stati avviati il 20% in più di cantieri di opere pubbliche rispetto allo stesso periodo del 2018. Non è quindi vero che le norme bloccano o rallentano le opere, sono semmai la mancanza di scelte politiche e gli scarsi investimenti a frenare. Non solo. E’ evidente che ributtare per aria il codice degli appalti proprio mentre, dopo un anno e mezzo, stava entrando a regime, rallenterà di nuovo processi e procedure: il decreto prevede un nuovo regolamento, nuovi decreti attuativi, la ridefinizione delle centrali appaltanti. Quindi anche se la velocizzazione delle opere viene presentata come l’obbiettivo della nuova normativa non è questo l’effetto che si produrrà, al contrario si rischia di perdere altro tempo.

L’altra ragione per cui potrebbe essere utile intervenire di nuovo sulle norme che regolano gli appalti è quella di garantire maggiore qualità, sostenere l’innovazione e realizzare opere all’avanguardia per le garanzie di sicurezza e di funzionalità. In realtà, anche su questo, il decreto fa fare passi indietro. Basta pensare che si ritorna al prezzo più basso (adesso si chiama così il massimo ribasso) come criterio prevalente anche negli appalti assegnati col criterio dell’offerta più vantaggiosa, riducendo il valore della qualità delle proposte, per capire quali saranno le conseguenze.

Non ci sarà quindi nè più rapidità delle assegnazioni degli appalti, nè più qualità delle opere pubbliche. Ciò che questo decreto concretamente produce è un passo indietro sulla legalità. Anche qui la narrazione del governo propone uno scambio: per fare le opere più velocemente (ma abbiamo visto che questo non succederà) dobbiamo rinunciare alle norme appena introdotte che servivano, in un Paese così a rischio come il nostro, a combattere la corruzione e a garantire più trasparenza. Si ricreano gli spazi per il malaffare e le mafie. Il combinato disposto dell’innalzamento a 200mila euro del limite al di sotto del quale è possibile l’appalto senza gara, la scelta di tornare al massimo ribasso, la liberalizzazione dei subappalti, arrivando a prevedere che chi perde la gara può diventare subappaltatore,  il drastico ridimensionamento del ruolo di ANAC e la reintroduzione dei commissari straordinari di nomina governativa, che possono agire in deroga a tutto e non solo in emergenza, produce oggettivamente modifiche che possono essere criminogene.

Non basta raccontare che lo “spazzacorrotti” prevede pene pesanti per corrotti e corruttori e quindi non c’è più bisogno di prevenire i reati con norme che riducano gli spazi di penetrazione della criminalità e del malaffare. E’, con tutta evidenza, l’argomento con cui i 5stelle cercano di nascondere la responsabilità che si stanno assumendo approvando un provvedimento che smentisce il loro impegno per la trasparenza e la legalità e realizza l’idea dell’ex sottosegretario Siri che sosteneva che il buon senso doveva sostituire i controlli e le regole e che il problema non sono le tangenti ma, piuttosto, Anac e il Codice degli Appalti.

Sia chiaro, nessuno pensa che funzioni tutto e che nulla vada modificato. Anzi, quando è stato varato il nuovo Codice degli Appalti per primi abbiamo detto che avrebbe avuto bisogno, una volta entrato a regime, di un ‘tagliando’. Ma la scelta che sta compiendo il governo sembra essere quella di demolirlo a prescindere dai risultati. E lo si fa con la scusa della velocità, con piglio decisionista e facendo passare come giusto un principio pericolosissimo: che chi amministra deve poter decidere, e questo è giusto, quello che si fa e come va fatto, ma anche, con totale discrezionalità, chi lo deve realizzare”.


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