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Franceschini: il ministro Bonisoli difenda i direttori dei musei dalle pressioni - intervista de la Repubblica

14 Marzo 2019

Dopo lo scontro sul Caravaggio negato dal ministero a Capodimonte e l'allarme di Riccardo Muti sulla cultura prigioniera dei "no", parla l'ex titolare del Mibac: "Attaccano la mia riforma per colpire l'autonomia e tornare al passato"


Le correnti che approfittano di una debolezza di potere ci sono sempre state. È giusto ascoltare tutti. Il problema è quando ti fai condizionare». L’ex ministro dei Beni culturali Dario Franceschini sceglie con accuratezza le parole.

«Trovo poco elegante che chi prima ha occupato un ruolo nello Stato poi passi a criticare», precisa.

 

Eppure, in questi giorni, c’è un dato di fatto. Si usa proprio la riforma Franceschini come un dispositivo da demolire. L’autonomia dei musei statali, varata quattro anni fa, è messa sotto accusa. E un provvedimento della direzione generale del Mibac, come lo stop al trasferimento di due chilometri del Caravaggio di Napoli – dalla chiesa del Pio Monte della Misericordia al Museo di Capodimonte – per una mostra scientifica, si trasforma di fatto in un grimaldello per scassinare l’indipendenza dei direttori in scadenza – a partire da Sylvain Bellenger, in carica a Napoli – e metterli sotto accusa. Riportando il controllo della macchina dei beni culturali agli uffici e alla burocrazia di Roma.

Franceschini, c’è un vuoto di potere al Collegio Romano di cui qualcuno si sta approfittando in questo momento?

«Non posso dirlo. So solo che si tratta del ministero economico più importante del Paese. La cultura e il turismo erano temi centrali. Questa centralità va sfumando ed un delitto».

 

Mettere le mani sui beni culturali, effettivamente, significa prendere il controllo del potere economico, ma non solo. Ritorneranno le soprintendenze a decidere?

«Fino a quattro anni fa i musei dello Stato, Uffizi compresi, erano gli uffici delle soprintendenze, diretti da funzionari. Non avevano statuto, bilancio, comitato scientifico, autonomia. Tornare indietro sarebbe un delitto».

 

Il caso Napoli fa scuola. Un direttore di museo come Sylvain Bellenger chiede in prestito per Capodimonte un Caravaggio che si trova esposto a pochi chilometri – già spostato nel 2004, per altro – e viene bocciato dalla direzione generale del Mibac.

«Non so quanto questa decisione sia stata condizionata da pressioni esterne. C’è stata un’interpretazione troppo conservatrice della tutela. Non tutto deve essere immobile e immodificabile. Si pecca di eccesso di ideologia. Ho trovato molto condivisibile l’intervento di Riccardo Muti, che ha fatto riferimento al viaggio della Pietà di Michelangelo negli Stati Uniti… Questo Caravaggio, invece, si
sarebbe spostato di appena due chilometri… ma anch’io da ministro avrei sentito il parere dei tecnici».

 

Lei non vuole criticare il suo successore Bonisoli, ma di Muti lui ha detto: «Il maestro ha una certa età»…

«È stato uno scivolone inelegante. In tutto il mondo, quando si sente il nome di Riccardo Muti, ci si alza in piedi per il valore e la cultura che rappresenta. E poi Muti è un ragazzo. Basta conoscerlo per saperlo».

 

Fatto sta che, dopo il “caso Caravaggio”, da più parti si chiede che Sylvain Bellenger non sia riconfermato direttore a Capodimonte.

«Ho totale stima nei confronti di Bellenger, che ha cambiato il Museo di Capodimonte con rigore scientifico. Se ha fatto richiesta delle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio, significa che quel dipinto è davvero importante per la mostra che vuole realizzare».

 

Al ministero dei Beni culturali, però, non è sembrato così.

«Il ministero deve difendere i direttori da pressioni esterne. Deve tenerli protetti. Ma, lo ripeto, non voglio dare pagelle ai miei successori».

 

Non crede che il progetto di autonomia del sistema mussale sia ormai a rischio?

«Vedo qualche segnale di allarme. Non lo dico per difendere la mia riforma. Ma perché prima avevamo i musei più antiquati del mondo. Abbiamo appena iniziato ad avviarci verso standard internazionali. Come il Louvre i musei devono autonomamente occuparsi di tutela e valorizzazione. In Italia siamo solo agli inizi: non si può uccidere il bambino nella culla. Perché dobbiamo ripiombare nell’ideologia?».

 

Ora i direttori dei musei autonomi, dopo quattro anni, sono a rischio riconferma.

«Spero che su di loro sia fatto un ragionamento di merito. Che vengano valutati peri risultati ottenuti, che sono sotto gli occhi di tutti. E non per chi li ha nominati. C’è già una norma perché possano essere riconfermati. Quattro anni sono pochi».

 

Quali segnali di allarme vede?

«Che si andasse verso un’inversione di tendenza si capiva sin dall’inizio. Quando l’attuale governo ha separato il turismo dalla cultura. Abbiamo impiegato anni per integrarli. Tutto è stato cancellato per un capriccio del ministro dell’Agricoltura che ha rivendicato il turismo. Se Centinaio fosse stato messo a capo della Difesa che cosa sarebbe successo? In Italia dividere beni culturali e turismo è un assurdo».

 

Il ministero ha tanti consiglieri, ma dal giugno 2018 manca un Consiglio superiore dei Beni culturali, che non è stato ancora nominato.

«È un organo autonomo che svolge funzione di supporto e di critica. In passato è stato presieduto da grandi personalità: Settis, Carandini, Volpe. Io ne avrei sentito la mancanza».

 

Ma crede che in questo momento ci sia una lobby che aspira al controllo del ministero dei Beni culturali?

«Mi dispiace vedere intellettuali di sinistra che supportano questo governo di destra profonda. Ma mi preoccupa di più che le politiche culturali tornino marginali».


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