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Europa, recessione e dintorni… - intervento di Pier Paolo Baretta su Riformismo e Società

26 Febbraio 2019

La situazione economica si aggrava. La recessione – certificata dai due trimestri consecutivi col segno meno – sta producendo i suoi effetti: il fatturato industriale e gli ordinativi calano, mentre i capitali se ne vanno. A un Pil programmato dell’1% si contrappone lo 0,6 previsto dal Fondo monetario internazionale (senza arrivare allo 0,2 della Commissione europea). Il deficit viaggia oltre il 2,5% e, di conseguenza, il debito non è destinato a scendere.

In vista delle elezioni europee, il Governo ostenta ottimismo, ma la manovra correttiva si avvicina e il peso dei circa 23 miliardi delle clausole di salvaguardia per il 2020 ipoteca già la prossima legge di bilancio. Come se non bastasse, proprio oggi la Commissione europea, nel suo country report sull’Italia, ha ufficialmente bocciato le misure economiche varate dal Governo gialloverde ed espresso dubbi sul rallentamento del percorso di riforme.


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2011-2019: recessione, corsi e ricorsi storici

Ci sono gli ingredienti per un’implosione dopo il voto di maggio. Ricordiamoci il 2011. Tutto precipitò in tre mesi… A giugno il Governo Berlusconi, con in primis il ministro dell’Economia Tremonti si dimostrava tranquillo; ad agosto (dopo la lettera della Bce) furono riaperte le Camere e presentata una manovra correttiva robusta, ma non abbastanza; a novembre il Governo cadde e arrivò Monti.

L’anno “bellissimo” annunciato dal Presidente Conte potrebbe trasformarsi in un anno terribile. Anche perché non si intravvede, nella maggioranza, una svolta. I cantieri restano bloccati e si insiste solo sugli interventi assistenziali. La cui applicazione, peraltro, è problematica. Nel caso del reddito di cittadinanza, perché è in ritardo tutta la strumentazione applicativa e nel caso di quota 100, perché le richieste di uscite sono concentrate sul pubblico impiego e ciò provocherà buchi sui servizi sanitari e la scuola, tali da mettere in crisi servizi essenziali per la tenuta del Paese.

Come se non bastasse, permane, nel governo, l’ostilità verso il sistema finanziario; il fastidio verso le imprese e i sindacati (che hanno, da poco, realizzato un’importante e riuscita manifestazione unitaria); il discredito delle Istituzioni.

Crisi economica e arroganza politica sono un mix preoccupante. Sino al punto che ai timori, giustificati, che i nostri governanti vogliano, nel caso di un loro ottimo risultato alle europee, lasciare l’Europa, viene da pensare se non sia probabile che siano gli altri a volerci fuori.

Cosa succede in Europa?

Posto che, per quanto successo possano riscuotere, i sovranisti non rovesceranno nel Parlamento europeo il ruolo delle grandi famiglie politiche (tanto è che per Salvini si pone il dilemma di entrare nel Ppe); perché Francia e Germania – che stanno cercando insieme vie di uscita dalla crisi dell’Eurozona – dovrebbero sforzarsi per avere tra i piedi un Paese che si è lasciato precipitare in un’evitabile crisi economica, che non propone una strategia di uscita e, non ultimo, i cui leader massimi civettano con coloro che dichiarano esplicitamente di voler rovesciare i legittimi governi di quei Paesi? E gli stessi soci di Visegrad, perché dovrebbero tenere bordone a chi ha un debito così pesante, i conti in disordine e vuole un aiuto esattamente sul punto dove questi sono ostili, cioè i migranti?

Gli Stati europei hanno altro da pensare: Trump che, con i dazi, vuole indebolire l’Europa, Putin che vuole allargare la sua sfera di influenza (e, in sovrappiù, sono entrambi coccolati dai nostri governanti), i cinesi che sono alle porte con la Via della seta, insomma, il salvataggio dell’Italia non è una priorità.

Il centrosinistra verso le elezioni europee

Per evitare questa deriva, è necessario che dalle elezioni europee esca un risultato che faccia considerare “aperta” la situazione italiana. Che possa, cioè, far pensare ai mercati e alle cancellerie che ci sia, sia pure in formazione, una possibile alternativa in grado di giocarsela alle prossime elezioni politiche nazionali. Le quali, se la situazione implode, potrebbero svolgersi già nel 2020.

Come fare a raggiungere questa condizione? I sondaggi ci dicono che i 5Stelle calano, ma non tanto da venirne compromessi e la Lega tiene. E, il centrosinistra arranca…

La novità di Siamo Europei, lanciata da Carlo Calenda, sembra poter rompere questo schema che appare, ormai da un anno, inesorabile. Il successo delle adesioni al Manifesto e degli incontri, che si stanno tenendo in tutta Italia, lo confermano. Soprattutto, si affacciano, nelle sale gremite, persone che si erano allontanate in questi anni dalla partecipazione politica. Di centrosinistra e non. Un pubblico eterogeneo, ma non tale da poter, da solo, coprire il vuoto che si è creato nelle aree riformiste e liberali.

 

Per questo, l’efficacia di questa iniziativa è condizionata dalla disponibilità del Partito democratico, innanzitutto, ma anche di +Europa, del movimento dei Sindaci e di altre formazioni disperse, di superare protagonismi e gelosie e dar vita a una lista insieme. Una coalizione che può anche contenere, sotto un simbolo unificante, quelli dei singoli partiti o movimenti che sostengono questa avventura.

Sia Prodi – che ha proposto, anche, di esporre il 21 marzo le bandiere dell’Europa; (iniziativa alla quale aderiamo) – sia Gentiloni si sono espressi per coalizioni ampie e le risposte formali, positive, che stanno arrivando (dal Pd, ad esempio) lasciano ben sperare.

Una prospettiva di questo tipo coglie uno spazio politico lasciato a se stesso e risponde a una domanda di novità e di aggregazione, ma, soprattutto, è la sola che può raggiungere un risultato elettorale tale da ridare una “chance” a un Paese che è ancora un grande Paese e che merita di più e di meglio di quanto sta vivendo.


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