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Gentiloni lancia "La sfida impopulista"

13 Novembre 2018

Fermare l'onda nazional-populista

"Martedì 13 novembre sarà nelle librerie il mio libro". Lo scrive su Twitter Paolo Gentiloni, che posta sul social network un video messaggio.
"Credo e mi auguro che ragionare sulla nostra esperienza di Governo, sui risultati e le nostre drammatiche sconfitte sia un modo per ricominciare a sperare, per ritrovare una strada per l'Italia - spiega - Questo libro si intitola 'La sfida Impopulista'. Che vuol dire? Credo voglia dire essere radicalmente alternativi a questa onda nazional populista che attraversa l'Italia e alcuni altri Paesi occidentali, vederne con chiarezza i pericoli. E' un onda che non va assecondata, va fermata e per farlo bisogna essere fieramente impopulisti".



I giornali di oggi hanno riportato delle anticipazioni del libro, eccone alcune:

Patto di stabilità e crescita senza scorciatoie: unica strada per la ripresa
di Paolo Gentiloni – Il Sole 24 Ore


Scegliere tra due opzioni
Lungo la strada del risanamento e della ripresa economica, tra il 2013 e ll 2017 l’Italia si è trovata ripetutamente di fronte a un bivio. Almeno un paio di volte all’anno.
Semplificando al massimo, si è trattato di scegliere tra due opzioni. La prima: cercare una scorciatoia per le politiche per la crescita, ignorando le regole europee sul percorso di riduzione del deficit e scommettendo che, grazie a quella scorciatoia, la crescita avrebbe beneficiato di tassi più elevati e sufficienti a non aumentare ulteriormente il debito. La seconda: stare dentro il percorso indicato dalle regole europee, dando a questo percorso l’interpretazione originaria («patto di stabilità e crescita») e ottenendo significativi margini di flessibilità grazie alla credibilità del governo e delle sue riforme.
Com’è noto, i nostri governi hanno sempre scelto la seconda strada.
Non senza discussioni, naturalmente. Discussioni permanenti con Bruxelles sui margini di flessibilità disponibili, e discussioni frequenti nel governo e nella maggioranza, dove la linea favorevole a forzare i limiti europei, fino al 3 per cento di Maastricht, si è tra l’altro affacciata anche nel Pd negli ultimi mesi della legislatura.
Ora chiunque abbia conoscenza del bilancio e dei suoi vincoli non fatica a immaginare quali e quanti impieghi virtuosi possa avere una ventina di miliardi aggiuntivi.
Una “scossa” per la crescita
E non è difficile sostenere che usandoli, non per un diluvio di nuove spese o per improbabili libri dei sogni ma per fini di sviluppo si potrebbe anche tentare di produrre una scossa positiva con conseguente accelerazione della crescita, stabilità del debito e rientro del deficit nelle regole europee nel volgere di due o tre anni. Tra l’altro, non mancavano progetti ambiziosi, legati a un accresciuto volume di cessioni di partecipazioni dei grandi gruppi pubblici alla Cassa depositi e prestiti, che avrebbero forse consentito maggiori volumi di spesa per la crescita senza incidere troppo su debito e deficit. Ma questi progetti – nome in codice Capricorn – non hanno mai trovato il momento e il clima politico giusto per decollare.
La linea della «scossa per la crescita» non era insomma priva di senso e di qualche sostenitore. Eppure io sono fermamente convinto che la strada del rispetto delle regole, magari per cambiarle, e della contrattazione della flessibilità sia stata giusta, come del resto dimostrano i risultati raggiunti. Imboccare l’altra strada sarebbe stato un azzardo inutile e pericoloso per la nostra reputazione non tanto a Bruxelles, quanto sui mercati in genere. E i primi mesi di annunci del nuovo esecutivo gialloverde hanno ampiamente confermato la consistenza di questi pericoli.
Tra le tante buone ragioni, certo non è stata secondaria la spinta che questa impostazione ha dato all’azione riformatrice dei nostri governi.
Il Piano nazionale delle riforme
Dal mercato del lavoro alla giustizia civile, dalla legge sulla concorrenza al diritto fallimentare, in tantissimi settori la transazione «più flessibilità in cambio di più riforme» ha funzionato come una sorta di redivivo vincolo esterno europeo, positivo, in questo caso, nei confronti dell’italia. Molte di queste riforme, erano comunque fondative dell’identità dei nostri governi, altre forse non avrebbero avuto l’attenzione o la spinta necessarie senza il concretissimo collegamento tra Piano nazionale delle riforme e decimali aggiuntivi di flessibilità, che è diventato un pilastro dei nostri ultimi Documenti di economia e finanza.
Ma c’e per me una ragione di fondo assai più rilevante alla base della linea di politica economica seguita in questi anni. La dico così: mentre è fuori di dubbio che i governi possano arrecare danni o addirittura provocare disastri all’economia, non è dimostrato che possano fare miracoli.
Possono prometterli, ma farli è un’altra storia. E se li prometti senza farlo arrivano i guai. I governi «accompagnano» e cito qui una delle parole usate intuiti i miei interventi pubblici da presidente del Consiglio. accompagnare. Non è la stessa cosa di dirigere, scuotere, rivoluzionare.
I miracoli economici li fanno le imprese, il lavoro, le comunità.
La distruzione creativa non si impone per decreto. Le rivoluzioni non sono pane quotidiano. Oggi va di moda piuttosto la teoria economica di chi si affida al nudge, al pungolo.
Ma restando in Italia è giusto riconoscere che un certo pensiero politico, che anche in stagioni di partiti solidissimi ha acceso i riflettori sulla forza e l’autonomia della società italiana, dal Censis alla Cisl per capirci, si fondava su ottime ragioni. E queste ragioni mantengono la loro attualità.
Nonostante l’ovvio indebolimento del classici corpi intermedi e l’evidente difficoltà della parte più piccola del nostro tessuto produttivo, anche nel nuovo secolo i soggetti principali dei cambiamenti che hanno rinnovato la competitività italiana, portandola in qualche caso a primati senza precedenti, sono stati i distretti, le filiere di impresa legate al territorio, le multinazionali tascabili, la creatività e il saper fare del lavoro italiano.
Cura e operosità una alleanza sui territori
Un capitalismo spesso di territorio che ha attraversato, cambiando pelle, gli anni della crisi. Che sta investendo sempre più nella dimensione della green economy e della coesione sociale, e così facendo, come ha scritto Aldo Bonomi, consente di pensare il territorio «come la dimensione di un’alleanza tra cura e operosità, per depotenziare il rancore».
Non sto ovviamente teorizzando l’indifferenza o addirittura l’inutilità dell’intervento pubblico e dell’azione di coordinamento di governo. Al contrario, sono convinto che oggi ci sia più che mai bisogno di politica.
Intervento pubblico più efficiente
Ma questa deve appunto accompagnare i processi in atto nella società, facilitandoli, rendendoli più semplici e vantaggiosi, mettendo risorse nei punti giusti. Non deve imporli dall’alto. O incatenarli alla burocrazia.
Quando il ministero dello Sviluppo economico ha reso automatici alcuni incentivi, sottraendoli a complicate procedure di assegnazione, non ha abdicato al proprio molo di indirizzo della politica industriale. Lo ha reso più giusto ed efficiente.
Del resto in gioco, anche in questo caso, c’è un’idea della politica. Che di norma, in un Paese democratico e liberale, dovrebbe avere a che fare più con l’arte del ricamo che con la pratica dello strappo. Può apparire un’eresia, al tempo dei social network. Ma le cose stanno così.

Scarica l'intervento di Paolo Gentiloni pubblicato dal Sole 24 Ore»

Scarica l'intervento di Paolo Gentiloni pubblicato da Repubblica»

Scarica l'intervento di Paolo Gentiloni pubblicato da Il Messaggero»

Scarica l'intervento di Paolo Gentiloni pubblicato da La Stampa»

Gentiloni, La Commissione di inchiesta sulle Banche fu un tentato suicidio del Pd
"Se la mozione contro Ignazio Visco è stata un autogol, l'istituzione della Commissione sulle banche è stata un vero e proprio tentato suicidio". Lo scrive l'ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, nel libro "La sfida impopulista", in uscita oggi.
"Il Pd decide dunque di concludere in modo assai particolare una legislatura particolare - si legge negli stralci del libro anticipati dal Corriere della Sera - Nati con non poche difficoltà e indeboliti nel momento di massima forza dalla sconfitta referendaria, i tre governi a guida Pd hanno tuttavia fatto un buon lavoro nell'accompagnare l'Italia fuori dalla crisi più buia del dopoguerra. (...) Proseguire su questa strada, dando maggiore attenzione alle paure e alle diseguaglianze: su questo potevamo puntare per la nostra conclusione di legislatura e il nostro avvio di campagna elettorale. Invece ci siamo di nuovo ritrovati a parlare di banche. Di nuovo con l'idea di poter essere noi i campioni dell'anti establishment? E' l'unica spiegazione che riesco a darmi. Razionale, ma tutt'altro che convincente. (...) La Commissione d'inchiesta ha lavorato negli ultimi tre o quattro mesi della legislatura senza far emergere novita' di particolare interesse. (...) Il tutto - prosegue Gentiloni - in un clima di minacce e accuse, contenuto a fatica dal saggio presidente Casini, che ha riportato la questione ai primi posti dell'agenda mediatica in campagna elettorale".

Scarica l'intervento di Paolo Gentiloni pubblicato da Il Corriere della Sera»


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