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Il Pd, lo scalino mancante e il suo popolo in fuga - dal blog di David Sassoli sull'Huffington Post

06 Novembre 2018

"È come salire al buio le scale per andare in camera da letto e credere che ci sia ancora uno scalino. Il tuo piede cade nel vuoto e c'è un nauseante momento di tetra sorpresa". Come in Lemony Snicket -Una serie di sfortunati eventi, film capolavoro di Brad Silberling, il Partito Democratico si è trovato dopo le elezioni del 4 marzo colpito da una "tetra sorpresa", da cui fatica a riprendersi perché c'è ancora chi crede che lo scalino esista davvero.

Lo scalino, invece, non c'è e far finta che esista, o che possa esistere, ci pone in una condizione di continuo stupore che contribuisce ad arricchire l'armamentario di una semplificazione alquanto caricaturale.

Il Pd è in forte ritardo anche perché c'è chi ha l'incubo del fuoco amico e dimentica gli amici che per due volte l'hanno votato. Nessuno però può nascondere che quello che è avvenuto non appartenga a coloro che hanno diretto il Pd per lungo tempo, che accanto a cose utili al paese, non vi siano state scelte sbagliate. Un'idea antiquata del partito, una solitudine leaderistica e, ancor più grave, un'assenza di dialogo con una società italiana in profonda trasformazione che da tempo reclama protezioni più forti e maggiore giustizia.

Il Pd deve ora ricostruirsi ed è normale che si rivolga innanzitutto ai cittadini che hanno scelto altre strade. A quali altri elettori dovremmo rivolgerci, se non a coloro che hanno scelto l'incompatibilità economica in nome della giustizia sociale semplificata, o a quanti sono rimasti scandalizzati da una vita di partito tutta all'insegna dell'autoreferenzialità e da una classe dirigente che ha cercato di spiegare la vita a coloro che della vita sono molto più esperti?

Se la partita si giocasse nel breve periodo, nell'attesa di una rivincita o di un default del paese, non avremmo una missione da compiere e un'alternativa da offrire al paese. L'agenda del Paese è in altre mani e anche se "non dobbiamo aver paura, ma stare un poco attenti", come cantava Lucio Dalla, la ricostruzione del centrosinistra italiano non può essere affidata allo stato di salute della maggioranza di governo.

A Piazza Grande, quando siamo partiti, abbiamo detto con chiarezza che il futuro non si gioca nel politicismo di manovre di palazzo, ma ricostruendo un popolo. E siamo certi che in tanti possano tornare a lavorare con noi per un'Italia diversa da questa. Il professor D'Alimonte parla di 3 milioni di voti andati ai 5 Stelle. A noi non interessa Di Maio o il vacanziere Di Battista, ma Bruno il meccanico sotto casa mia che dopo aver votato sempre per la sinistra, come avevano fatto suo padre e suo nonno, ha provato disgusto per il caso Marino e ha deciso di imboccare la scorciatoia. Quando abbiamo detto che dobbiamo tornare a occuparci delle persone diciamo anche questo: ricostruire una casa dove poter riprendere a sperare insieme.

Ecco perché diventa capzioso stiracchiare l'osservazione di Nicola Zingarettisulle contraddizioni fra Di Maio e Salvini, evidenti e segnalate da ogni osservatore attento, e farla assumere a pretesto di un progetto che non esiste. Anche perché non potranno esservi stampelle ad una crisi di questa maggioranza, ma solo un ritorno alle urne. Ma tant'è, di strumentalizzazioni in questa storia ce ne saranno tante. Il congresso del Pd, però, non si giocherà su questo, anche se in tanti proveranno in mancanza d'altro a farlo credere magari indossando, 40 anni dopo, i panni di Massimo De Carolis che con la sua "maggioranza silenziosa" tentò di fermare la necessaria opera di rinnovamento e di dialogo con la società italiana in nome dell'autoconservazione.

La valutazione delle opzioni in campo, tutte legittime ma differenti per temperamento e capacità di espansione, non possono prescindere da un'analisi sullo stato del Pd e su come si sia via via trasformato. Partito di ceto politico o partito animatore del centrosinistra italiano? Fateci caso, ad ogni passaggio da Bersani in poi il Pd è andato costantemente riducendosi perché le primarie hanno consegnato il partito a chi le vinceva, trasformandolo nel club del segretario che dal giorno dopo gridava scandalizzato contro le correnti degli altri. Il Pd è diventato così un partito più antico dei partiti novecenteschi che si volevano superare. Inevitabile sia dimagrito.

Ma era questo il partito che si voleva quando dieci anni fa è nato? Il congresso dovrà fare chiarezza su quale partito sia utile oggi al nostro paese. Molti di noi sono convinti che più che un segretario vecchio stile, serva un animatore del nuovo centrosinistra. D'altronde, non è quello che in molti chiedono invocando per le Europee un fronte largo e plurale?

Le caratteristiche dei candidati alla segretaria si dovranno misurare innanzitutto su un parametro: la capacità di saper organizzare e tenere insieme il campo dell'alternativa a questa maggioranza. Per farlo non possiamo prescindere da quello che Paolo Gentiloni ha indicato debba essere un tratto della nostra politica.

Recuperare un dialogo con i corpi intermedi, con il mondo del lavoro organizzato, con le piccole e medie imprese, con l'associazionismo e il volontariato. È la premessa del discorso, perché da soli non potremmo farcela. Si tratta dei nostri compagni di viaggio e chi non è in grado di parlare con loro e di rispettarli non farà crescere l'alternativa, non costruirà nessun campo largo, ma si affiderà solo all'idea di non essere stato capito. Il mondo è sempre stato pieno di incompresi e di quanti prima di precipitare sono pronti a giurare che "il gradino, cribbio! Il gradino sono convinto che c'era".


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