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Forza dei sogni e egemonia culturale - intervento del Prof. Carlo Rovelli a #Cortona18

01 Settembre 2018

 

Non mi occupo di politica attiva, e sono completamente un outsider rispetto al vostro mondo.  Mi occupo di fisica teorica e vivo all’estero.  Mi rivolgo a voi con estrema umiltà perché sono incompetente di politica, perdonate la mia ingenuità. Lo spirito con cui ho accettato questo invito, che mi onora, è provare a offrire qualcosa che possa essere utile a voi, in questo momento, momento che sembra anche a me molto difficile e rischioso per il nostro paese. 

 

Da quando ho ricevuto il vostro invito diverse settimane fa, ho provato a chiedere a tutte le persone che ho incontrato cosa avrebbero voluto dire loro al Partito Democratico.  Vi trasmetto qualche risposta.  Per favore—mi hanno detto—dì loro:

 

  1. Smettetela di litigare.  O meglio: litigate, quanto volete, litigare va bene, ma poi convergete e combattete insieme, invece di continuare a farvi male l’un l’altro e all’Italia.
  2. Date spazio ai giovani con passione ed entusiasmo, ce ne saranno bene di capaci fra voi, no? Dateci volti nuovi. 
  3. Ma Santi Numi, fate opposizione, cosa aspettate? Parlate!


E l’ultimo, viene da un sacerdote cattolico:

  1. Per favore tirate fuori le palle, è ora.

 

 

Mi avete chiesto di parlare di cultura. Cultura vuol dire tante cose. “Cultura” fa pensare a biblioteche, concerti, opere liriche, città italiane piene di arte rinascimentale e barocca, musei.  Dario Franceschini da cui ho ricevuto l’invito a parlare qui, è stato un ministro della cultura molto apprezzato nel mio mondo, e mi fa piacere avere questa occasione per ringraziarlo in particolare per la sua decisione emblematica di lanciare il concorso internazionale per la direzione dei grandi musei, con l’apertura agli stranieri.  Io vivo nel mondo della scienza, l’altra metà della cultura, dove le grandi istituzioni scientifiche, così come i grandi musei del mondo, sono dirette da persone scelte internazionalmente.  Si scelgono i migliori, e così si fanno funzionare le cose.  Andrebbe benissimo che molte delle menti italiane più brillanti vadano all’estero, se fossimo capaci di attirare egualmente le menti straniere più brillanti nel nostro paese, come fanno gli altri grandi paesi. Altrimenti siamo sulla strada dei paesi africani, devastati dalla fuga costante dei più capaci.  

 

Ma non è di questa cultura che voglio parlare.  “Cultura” è molto più che musei, concerti,  o centri di ricerca scientifica e università. Cultura è quella che assorbiamo a scuola, continuiamo ad assorbire, e ci nutre, lungo tutta la vita. È di questa cultura in senso ampio che voglio parlare.  

 

La cultura è insieme degli strumenti concettuali con cui pensiamo il mondo.

 

È tutto ciò che ci permette di pensare.  Ciò che noi siamo al di là dei muscoli delle nostre braccia. È l’insieme delle nostre idee, della nostra capacità di analizzare comprendere, progettare decidere. È l’insieme del sapere storico, sociale, filosofico, scientifico, tecnico, umano, politico, che ci permette di comprendere il mondo, interpretarlo, di costruire e di fare funzionare la grande complessità della nostra civiltà. 

 

In particolare la cultura è ciò che organizza e determina la nostra visione del mondo.  È l’insieme delle lenti con cui guardiamo il mondo, ci formiamo idee su di esso, lo interpretiamo, distinguiamo fatti rilevanti da fatti irrilevanti.  E sulla base di questa interpretazione, filtrata dalla forma della nostra cultura, prendiamo decisioni e agiamo, decisioni personali, collettive, politiche.  E … votiamo.  

 

Voglio dire che le nostre scelte politiche sono determinate dalla nostra visione del mondo. E la nostra visione del mondo è determinata da quell’insieme di strumenti concettuali di cui disponiamo, che formano, nel loro insieme, la nostra cultura. 

 

Per questo, io credo, è terribilmente attuale rispetto a quello che sta succedendo oggi nel mondo e in Italia, l’eredità di Gramsci che ha chiarito come la conduzione politica di ogni società passi per quella che lui ha chiamato l’egemonia culturale.  Guidare la società politica significa essere in posizione di egemonia culturale. Vuol dire cioè guidare la conversazione pubblica, quella che distingue quali sono i problemi importanti, quali sono le emergenze, quali sono gli obbiettivi, in quale direzione vogliamo si muova la società, e, prima di tutto, quali sono fra gli innumerevoli fatti che succedono ogni giorno, quelli rilevanti. 

 

Il Partito Democratico e l’intero mondo progressista ha oggi perso il controllo di questa egemonia culturale. L’egemonia culturale in Italia è in larga misura scivolata nelle mani di altre forze culturali che, a mio giudizio e a giudizio di una larga parte della società italiana, sono pericolose per il paese.   

 

Sono altri, oggi, che descrivono lo stato l’Italia, altri che stabiliscono quali sono le emergenze, altri che decidono di cosa sia opportuno discutere, altri che discutono la direzione futura che deve prendere il paese, altri che parlano del futuro.

 

Qualcuno è riuscito a fare credere al paese, per fare un esempio cruciale, che se non c’è lavoro, è perché ci sono i migranti (che per legge non possono lavorare, io non ho capito perché); che se i nostri figli non vedono un futuro migliore, è perché ci sono i migranti; che se abbiamo un debito publico che non riusciamo a pagare è perché ci sono i migranti; se le famiglie sono più povere, è perché ci sono i migrati. Se fa troppo caldo è colpa dei migranti, se piove è colpa dei migranti… Possibile che ci siamo tutti fatti convincere come allocchi che il vero problema di questo paese sono una manciata di stranieri con la pelle scura arrivati da oltre il mare?  Perfino qui.  

 

Qualcuno è riuscito nel gioco di prestigio di fare credere a tutti, fare angosciare tutti, su fatto che, se per strada si vede qualche fratello umano di pelle nera, questo è il vero problema del paese? È riuscito a far credere, contro ogni evidenza, che la criminalità è aumentata con l’immigrazione (la realtà è che la criminalità è diminuita).  Che è per questo che non si danno le case a chi le aspetta, per questo che i salari minimi sono così bassi, per questo non c’è lavoro, eccetera eccetera?

 

Chi è riuscito a convincere il paese che i migranti sono il vero problema, che si deve solo parlare di migranti, che questo è il vero unico grande dilemma, ha vinto culturalmente, ha preso in mano l’egemonia culturale.  Ha distolto il paese dai problemi veri.  Ha creato una fantasia nuova. Una lettura del mondo nuova.  E ha finito per raccogliere milioni di voti. 

 

Il problema non è come risolvere il problema dei migranti. 

 

Il problema è smettere di parlare di migranti. 

 

Parlare dei problemi reali, dei problemi veri, che sono altri, e non hanno niente a che vedere con i ragazzi con la pelle scura e gli occhi spauriti che sono arrivati pieni di sogni, pieni di voglia di lavorare, sognando un futuro migliore. 

 

A me sembra che un errore che ha fatto il PD negli ultimi anni, uno dei motivi per cui è passato da sopra 40 percento di consensi a sotto il 20 percento, sia stato correre dietro culturalmente a questi altri, ai migranti, all’antipolitica, eccetera, dando a queste altre forze culturali legittimità culturale, dandola loro vinta culturalmente.   I voti sono seguiti.    

 

Leadership culturale, politica, significa, io credo, il contrario che correre dietro alle idee comuni sbagliate, o ancora peggio correre dietro alle cattive idee che non vengono dalla gente ma dalle leadership culturali avversarie.  Significa avere la forza culturale e morale per articolare e guidare il discorso publico, saper pensare per riconoscere il bene comune, saper trascinare la gente verso il bene comune.

 

 

Là fuori, a me sembra, c’è una grandissima fetta di Italia che è disgustata dal governo attuale, e ammutolita. Che detesta la direzione di estrema destra che l’Italia sta prendendo, e vorrebbe solo qualcuno che riprenda in mano questa leadership culturale e trovi le parole per leggere il mondo in una maniera diversa.  Credo che quello che la gente sta chiedendo  alle forze progressiste sia di riprendere in mano questa leadership culturale, credere a un futuro, descriverlo, aggregare per costruirlo.  

 

Guidare un paese, vincere le elezioni, non è solo questione di saper fare buon governo, avere un ragionevole approccio alla soluzione dei problemi, o abilità tattica politica.  È riprendere questa egemonia culturale, cioè saper articolare e proporre in maniera convincente una visione del mondo; guidarne le narrazioni, parlare all’immaginario del paese, aiutarci tutti a pensare il presente meglio di così. 

 

Saper indicare un futuro migliore. Proporre e credere in un progetto futuro. Condurre l’Italia fuori dalla depressione impaurita in cui è caduta. Indicare con passione i valori, il futuro, la speranza.   

 

Questo vuol dire che riprendere in mano la leadership culturale del paese non significa difendere il passato. Non significa parlare di quanto abbiamo fatto bene in passato, di difendere diritti acquisiti, o ripetere parole di per sé ammuffite come “Europa”, “Costituzione”, “difendiamo il Presidente della Repubblica”, siamo “accoglienti”.  Significa parlare in maniera viva, vitale, appassionata, delle ragioni concrete e insieme dei valori ideali e culturali che motivano quell’Europa, quella Costituzione, sono difesi dalla Presidenza della Repubblica, o motivano l’accoglienza ragionata dell’immigrazione. 

 

Il Partito Democratico è erede di due grandissime tradizioni culturali e ideali, quella cattolica e quella socialdemocratica ed euro-comunista, che si sono scontrate a lungo, ma hanno fatto, ispirato idealmente, e di fatto guidato insieme l’Italia del dopoguerra.  E —ce lo dimentichiamo sempre— hanno costruito un’Italia che è oggi il settimo paese più ricco del pianeta, e allo stesso tempo è, anzi era, uno di quelli dove le diseguaglianze sociali erano le più basse. Dovrebbe essere anche l’erede della cultura ambientalista la cui lungimiranza e rilevanza per i problemi del mondo si stanno oggi dispiegando in tutta la loro devastante urgenza; e dello slancio del femminismo storico. C’è una ricchezza ideale e culturale immensa in queste tradizioni culturali, che è vivissima e a cui attingere, una volta eliminato quel molto di rigido, di curiale, o di approssimativo, che c’era da eliminare.   Io vorrei sentire parlare da voi della ricchezza delle idee e sopratutto dei sogni di cambiamento e miglioramento del mondo che sono stati portati da queste grandi tradizioni.  

 

È vero che “il tempo è cambiato”, come è stato detto qui. La società cambia sempre (oggi non più di ieri, sono convinto), e offre sempre problemi nuovi.   Ma non è vero che cambiare significa ripartire da zero.  I problemi concreti sono nuovi, le soluzioni concrete da proporre sono nuove, ma lo slancio ideale è radicato in quello del passato.  La cultura non è statica.  È in evoluzione continua.  È continua critica del passato, continua evoluzione, nutrita dalle idee nuove ma sopratutto dagli scambi continui. Si impara dagli altri. Ma è un errore pensare che il nuovo nasca dal nulla. Ogni cambiamento culturale è sempre una piccola modifica di un corpo ideale vivo che rimane, e da cui viene la linfa e la forza.  Anche le più forti rotture rivoluzionarie, in scienza come in politica, si radicano profondamente nel pensiero e nelle motivazioni ideali precedenti. Einstein ha costruito sulla grande fisica classica, e Che Guevara aveva radici profonde nel grande sogno del socialismo ottocentesco. 

 

La tradizione cattolica sociale, e ancora di più l’immensa forza ideale della sinistra italiana, non sono morte, sono entrambe ancora vivissime.  Hanno dovuto crescere, trovare forme nuove, ma lo slancio ideale che avevano era reale e profondo, e nutre ancora una visione mondo che ci permette di sognare un futuro migliore. Se volete guidare la società, dovete renderle attuali; incarnarle, non abbandonarle. Se gettate via tutto questo la gente non vi vuole.

 

In questo momento di difficoltà, a mio parere, il Partito Democratico deve fare rivivere questo suo slancio ideale e propositivo, non continuare ad allontanarsi da esso. 

 

 

Quello che serve, io credo, è la forza culturale di capire il presente, riconoscere i veri problemi, ma molto di più l’intelligenza di offrire una visione del mondo, permetterci di sognare insieme un futuro migliore, costruirlo insieme, e trascinare con noi un paese verso questo sogno. 

 

Obama ha vinto offrendo un sogno.  Tony Blair ha vinto offrendo un sogno.  Lenin ha vinto offrendo un sogno, Fidel Castro e Che Guevara hanno vinto offrendo un sogno. Ma anche Hitler ha vinto offrendo un sogno, il sogno della rivincita di una Germania umiliata dalla prima guerra mondiale; anche Berlusconi ha vinto offrendo un sogno, un futuro di un’Italia più moderna ed efficiente.  

 

Chi sta vincendo oggi ha offerto il sogno che se ci liberiamo e rispediamo a casa 600.000 immigrati, o riduciamo gli stipendi dei politici, meravigliosamente tutti i problemi italiani saranno risolti e staremo tutti meglio.  Ci vuole tanto a smascherare questo sogno cretino, e proporne di più credibili, di più veri, di più grandi, di più belli?

 

I problemi da affrontare sono altri. Quelli che Piero ha chiamato la frattura sociale e Marina ha chiamato la sofferenza e il disagio sociale. Mancanza di lavoro, ineguaglianza sociale che continua a crescere scandalosamente, impoverimento delle famiglie medie, evasione fiscale, burocratizzazione, inefficienza, malavita organizzata, corruzione, fuga dei nostri giovani migliori all’estero che non è bilanciata dall’arrivo in Italia di stranieri di valore, debito pubblico, mancanza di senso civico, micro-illegalità diffusa, struttura medioevale di rapporti di “amicizie” che impantana il merito. Corpo insegnante che si sente umiliato, un numero di laureati drammaticamente minore a quello degli altri paesi avanzati e un’università spolpata decimata rispetto alle università del altri paesi europei, ricerca fondamentale che perde terreno rispetto al resto del mondo, eccetera eccetera…  voi li conoscete molto meglio di me i problemi veri, non sono io a doverli elencare. Permettetemi: parlate di questi problemi, non dei migranti. 

 

Ma sopratutto, ricominciate a parlare di un futuro migliore.  Offrite una visione ideale del futuro al paese. Un sogno. 

 

Il sogno di un paese dove la politica non sia fatta dall’urlare e additare nemici, ma sia fatta di cercare di soluzioni per un mondo migliore per tutti.

 

Il sogno di un paese che crede nella giustizia sociale. Un paese dove le diseguaglianze sociali che sono cresciute e stanno crescendo scandalosamente siano mitigate e ridotte. Come? È così difficile? Rendendo il sistema fiscale molto più proporzionale, l’esatto contrario della flat tax. Tassando i più ricchi, i grandi patrimoni, le grandi eredità, le grandi accumulazioni di ricchezza, per tartassare meno tutti gli altri.  È disgustoso un paese dove ci siano super ricchi sempre più ricchi, e sempre più ricchi, e sempre più ricchi, quando tante famiglie italiane stanno peggio di 10 anni fa. 

 

Il sogno di un paese in cui ci sia lavoro per i giovani, e in cui i ragazzi e le ragazze possano guardare al futuro con speranza, possano progettare e inventare.  

 

Il sogno di un paese dove le ragazze non sentano che le loro difficoltà debbano essere ancora sempre maggiori che per i maschi.   Mi hanno colpito due cose, in questo convegno: il numero di donne troppo piccolo; ma ancora di più il fatto che le poche voci che hanno meglio espresso la necessità di ripartire da una visione ideale e appassionata della politica,  le voci dove ho sentito forte la vera e bella passione per la politica, sono state proprio le voci delle donne, a partire da Marina nella sua introduzione di ieri da Francesca, sindaco di Cortona.  Il Partito Democratico spreca metà delle sue risorse, magari la metà migliore, e non motiva metà del suo elettorato, se resta così maschile. 

 

Il sogno di un un paese tollerante, dove serenamente possiamo accettare le nostre diversità, e convivere in amicizia, rispettando la legge comune, anche se abbiamo gusti e abitudini diverse, invece di voler imporre ad altri i nostri usi e costumi.  Anzi, un paese, dove, curiosi della diversità, sappiamo arricchircene.   

 

Il sogno di un paese che non abbia paura delle identità molteplici.  Certo, tutti abbiamo bisogna di un riconoscimento identitario, come ho sentito dire qui.  Di riconoscerci in qualche gruppo.  Ma perché deve essere in quel gruppo del tutto artificiale che è la nazione?  Ciascuno di noi incarna identità molteplici: la mia città, la mia squadra di calcio, la mia chiesa se ce l’ho, il mio gruppo di amici, il mio partito politico, il mio gruppo su whats-up, la mia generazione, la mia classe sociale, la gente che vede il mondo come me, quelli che sognano il futuro come me, il mio continente, l’umanità intera. Siamo pieni di identità. Focalizzare tutto sull’identità nazionale, schiacciando le altre, che ci caratterizzano in realtà assai di più che la nazione, è l’anticamera dei disastri che ha fatto il nazionalismo nel secolo scorso.

 

Il sogno di un paese che riconosce la complessità dei problemi, la necessità del pensiero critico, del pensiero della complessità.  Dove le scelte non si fanno a frasi fatte e tifoserie che si insultano su internet, ma riconoscendo la complessità, e quindi le competenze, e andando a cercare la sincerità, l’onestà delle competenze.  Ma vogliamo, Santi Numi, imparare a parlare di motivi veri e non di forme?  Non ha senso dire che i vaccini bisogna prenderli perché “gli esperti” dicono che si deve, perché i “medici” dicono che servono, o peggio perché ci sono i “protocolli” da rispettare, o peggio ancora, perché ce lo impone qualche organizzazione internazionale.  I vaccini si devono prendere perché altrimenti ricrescono di nuovo le epidemie! 

 

Il sogno di un grande paese che di fronte al pericoloso aumento di aggressività e bellicosità nella politica mondiale, possa rappresentare, come ha già fatto in passato, una voce di pacificazione, di ragionevolezza. Che sappia farlo insieme a quella relativa isola di ragionevolezza e di forza pacifica e pacificante, può essere l’Europa. Un’Europa che l’Italia deve contribuire a guidare, non a subire.  Dove l’Italia non deve “imporsi” o “far valere le proprie ragioni”, ma alla quale l’Italia può offrire il suo ricco contributo di leadership e di idee, le idee della nostra leggendaria creatività culturale, la leggendaria creatività culturale italiana che il mondo ci invidia, contribuendo alla pace nel mondo e garantendo così al paese, un futuro stabile e sicuro per noi. 

 

Il sogno di un paese che sappia raggiungere la testa del grande slancio internazionale per combattere quelli che sono i veri, i seri grandi pericoli che l’umanità oggi deve affrontare, quelli di cui bisognerebbe parlare e purtroppo non si parla, e ce ne pentiremo: il riscaldamento climatico, il crollo della biodiversità, lo spaventoso numero di armi atomiche che incombono sulle nostre teste, parcheggiate nei nostri giardini, i cui bottoni di comando sono oggi vicinissimi alle mani dei pazzi; il rischio, che è reale, molto reale, di una nuova catastrofica guerra mondiale. 

 

Il sogno di un futuro che non sia basato sull’indicare capri espiatori da odiare: immigrati, zingari, l’Europa, le banche, i politici.  Ieri erano gli ebrei.  Non sia basato sull’aizzare odio contro qualcuno perché non sappiamo parlare dei problemi veri.  Un paese la cui cultura non sia cultura di scontro, ma cultura di collaborazione.  La cui politica non sia urlare contro qualcuno e dare la colpa a questo e quello, ma chiamare tutti alla costruzione di un futuro migliore per tutti.  

 

Parlateci di un futuro, di un futuro verso cui andare, non del mondo teatro e senza futuro nella testa di tanti italiani oggi. Un futuro più equo, più giusto, più sicuro, più sereno, più umano, più solidale, meno cruento, dove la parola d’ordine non sia “prima noi degli altri”, ma “collaboriamo”, e non perché siamo buonisti, ma perché quando collaboriamo stiamo tutti meglio, quando siamo in conflitto stiamo tutti peggio.   

 

Certo, non si vive solo di sogni. Realizzare i sogni è sempre difficile.  I sogni si realizzano sempre solo in parte.  La gestione quotidiana della complessità sociale, lo scontro degli interessi, richiede una arte lunga, sottile e faticosa, l’arte della mediazione, della ragione, del compromesso.  Anche questa è cultura, cultura di governo.  Al partito democratico queste competenze non mancano.   Ma non si guida un paese nelle sole ragionerie o nei soli tavoli delle contrattazioni.   Si guida il paese, a me sembra, parlando a tutti, continuamente, e offrendo una direzione ideale di una società che vorremmo. 

 

Il partito democratico può proporre il progetto di un mondo dove l’obbiettivo sia collaborare, non entrare in conflitto, mettere “noi” davanti a “io”, come ha detto il sindaco, 

 

Il grande antico sogno che salda passione a ragione: la forza di un progetto collettivo è più efficace che lo scontro. 

 

Questa è la cultura, io credo: articolare una lettura del mondo, e una proposta ideale verso cui andare insieme.   Io sono convinto che ci sia una marea di italiani che non aspetta che questo questo. 

 

Grazie.


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