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Sostenibilità, lotta alle diseguaglianze, apertura, Europa: verso un nuovo Pd - intervento di Marina Sereni a #Cortona18

31 Agosto 2018




Cari democratici e care democratiche,

 

innanzitutto grazie per essere qui in tanti da tutta Italia e benvenuti – o bentornati – a Cortona!

 

Tocca a me riassumere le ragioni che ci hanno spinto a riprendere la buona abitudine di promuovere questo Incontro nazionale, per confrontarci, per parlare e ascoltare, per discutere e ragionare insieme sul futuro del Pd e del campo democratico. 

 

A dieci anni dalla nascita del Partito Democratico la dura sconfitta elettorale del 4 marzo ha rappresentato uno spartiacque e ci ha posto di fronte ad una domanda esistenziale, profonda, che ha a che fare con l’identità del nostro progetto, con le ferite che la crisi del 2008 ha prodotto nella società e con la rottura del rapporto di fiducia tra noi, il centrosinistra riformista, e la maggioranza degli italiani.

 

Siamo dentro una crisi più grande, è vero. La maggior parte delle forze democratiche e progressiste nel mondo, con poche eccezioni, attraversa una fase molto difficile. 

Negli ultimi decenni la globalizzazione ha prodotto grandi opportunità ma anche nuove e acute contraddizioni che la sinistra e le forze progressiste non hanno visto per tempo, lasciando che altri protagonisti – in particolare le destre populiste – occupassero il centro della scena. D’altro canto, il tumultuoso avanzare del progresso scientifico e tecnologico ha portato e sta portando enormi cambiamenti nella produzione, nel lavoro, nella comunicazione, nella vita quotidiana, con evidenti e straordinari benefici ma anche con rischi inediti.

Siamo di fronte ad un paradosso. La minaccia del terrorismo, i conflitti in atto, i cambiamenti climatici, le drammatiche diseguaglianze nel pianeta, le massicce ondate migratorie di questi anni, la stessa rivoluzione digitale: tutto questo richiederebbe/richiede necessariamente risposte su scala sovranazionale, maggiore cooperazione tra gli Stati, un’architettura multilaterale sempre più efficace. E invece vediamo avanzare – dagli Stati Uniti all’Europa – spinte sovraniste e nazionaliste, costruzione di muri e guerre commerciali.

In questo scenario complesso, in particolare dopo la crisi del 2008, le risposte delle forze progressiste e democratiche sono apparse inadeguate a proteggere i più deboli e a rispondere alle paure dei “forgotten men”. Anzi, in molti casi, le forze del campo progressista e democratico sono state assimilate all’establishment, alle aree forti della società, e avvertite distanti, poco interessate ai problemi e alle ansie delle “persone comuni”.

Abbiamo dunque di fronte un primo livello di riflessione: contribuire alla costruzione di un’agenda progressista e riformatrice a livello globale, stimolare una ricerca comune a tutta la sinistra, ai partiti socialisti, socialdemocratici, democratici.

 

C’è bisogno di un “pensiero nuovo”, che parli al cuore delle persone, che rinnovi le priorità, che rimetta al centro il lavoro, il benessere sociale, la sostenibilità e qualità dello sviluppo, l’eguaglianza sostanziale tra le persone, tra i generi e le generazioni. Cruciale partire dall’Europa – di cui discuteremo in particolare domenica mattina – anche per l’avvicinarsi di una scadenza fondamentale come quella delle prossime elezioni per il parlamento europeo la cui posta in gioco è molto alta.

 

Questo sguardo più ampio è indispensabile ma non ci elimina la fatica di interrogarci sull’Italia, su quello che è successo in questi anni più recenti, su cosa possiamo e dobbiamo fare noi per ripartire dopo la batosta delle ultime elezioni, nazionali e locali.

 

I numeri della sconfitta, su cui domani sentiremo il Prof. D’Alimonte, sono molto severi e sostanzialmente omogenei sul piano nazionale. Le nostre difficoltà non nascono nel 2018, si potrebbe dire. Basterebbe ricordare il risultato negativo del referendum costituzionale o ancora prima quello, a dir poco deludente, delle politiche del 2103.

 

E tuttavia la dimensione qualitativa e quantitativa di quest’ultima sconfitta ci pone di fronte ad un rischio troppo grande per poter edulcorare il giudizio. Troppi elettori – anche tra coloro che pure avevano guardato con simpatia al Pd – ci hanno voltato le spalle, rifugiandosi nell’astensione o cercando il “cambiamento” nel messaggio demagogico della Lega o del Movimento 5 Stelle.

 

Su alcuni punti credo che tra noi si possa essere d’accordo.

La nostra azione di governo – prima con Renzi e poi con Gentiloni – ha avuto il merito di mettere in moto grandi processi riformatori, toccando praticamente tutti i settori della vita del Paese. Le riforme avviate non hanno avuto tutte lo stesso grado di realizzazione e alcune di esse hanno certamente sofferto di una mancanza di dialogo e di collaborazione con i principali destinatari. Basta però vedere i primi passi del governo giallo-verde, su cui poi tornerò, per cogliere lo sforzo enorme di serietà e di assunzione di responsabilità che noi abbiamo cercato di profondere. Ecco perché credo sia giusto rivendicare con equilibrio il lavoro fatto, non per fermarsi lì, come orfani inconsolabili dei nostri governi, quanto piuttosto per vedere meglio anche ciò che non ha funzionato, per riaprire un dialogo vero anche con coloro che quelle nostre riforme non hanno apprezzato.  

Sul piano più squisitamente politico credo invece che la nostra iniziativa abbia colto troppo tardi quanto forti fossero gli elementi di disagio e di insofferenza sociale. I numeri sulla povertà, sulla precarietà del lavoro, sulle diseguaglianze che aumentano ci dicono che non basta che il Pil torni positivo per poter ottenere risultati significativi sul piano dell’equità. E anche i molti interventi di segno sociale che abbiamo cercato di realizzare in questi anni non sono stati abbastanza incisivi e tempestivi per dare luogo ad un disegno, una visione coerente, un’attenzione strategica ai luoghi della sofferenza e del disagio.  La nostra “narrazione” sul Paese che ripartiva dopo la crisi del 2008 ha contribuito purtroppo a consolidare l’idea di un Pd distante dai ceti più popolari.

 

Con questi elementi critici dobbiamo fare i conti seriamente, anche per impostare correttamente il nostro ruolo oggi all’opposizione.

Come, su quali temi, con quali strumenti e linguaggi dobbiamo fare opposizione? E come possiamo pensare di costruire dall’opposizione un’alternativa all’attuale governo Lega-5S?

 

I primi provvedimenti, gli annunci dei due Vice-Premier, le differenti posizioni tra i vari protagonisti hanno già prodotto danni per il Paese: l’aumento dello spread, la fuga degli investitori stranieri, l’isolamento in Europa stanno costando all’Italia non solo in termini finanziari. Il rallentamento della crescita di questi ultimi mesi – unici tra i Paesi Ocse –  e il calo della fiducia tra cittadini e imprese sono campanelli di allarme da non sottovalutare. Ancor di più deve preoccuparci l’atteggiamento di quella parte del governo e della maggioranza che sembra perfino auspicare la tempesta fino alla rottura con l’Europa, alibi perfetto per non dover giustificare l’incapacità di realizzare le loro improbabili promesse elettorali.

 

Nelle settimane scorse due eventi hanno messo in luce in modo drammatico la spregiudicatezza e insieme la totale inadeguatezza di questa compagine di governo.

Di fronte alla tragedia del Ponte Morandi a Genova, Vice Premier e Ministri non hanno esitato un istante a lanciare accuse infamanti verso le opposizioni, ad indicare colpevoli e nemici, a dividere anziché unire un Paese scioccato e angosciato per l’orribile strage di tante persone innocenti.

Allo stesso modo, con la nave Diciotti, il Vice Premier e Ministro dell’Interno non ha esitato un istante ad usare 177 poveri cristi recuperati in mare per mettere in scena uno spettacolo disumano e indecente, un braccio di ferro incomprensibile conclusosi con un’iniziativa della magistratura e nessun passo avanti sul piano europeo sul tema immigrazione.

 

Il ruolo della Lega e di Salvini va molto oltre il consenso ottenuto alle elezioni ed il M5S – a cominciare dall’altro Vice Premier Di Maio – appare sostanzialmente subalterno e schiacciato, quando non del tutto allineato, alle posizioni del vero motore del governo.

Ciò non toglie che possano esistere differenze e tensioni tra i due contraenti, sia sulle priorità per le prossime scelte del governo sia nella sensibilità dei due elettorati, e che uno dei compiti dell’opposizione sia anche quello di lavorare su eventuali contraddizioni all’interno della maggioranza.

D’altra parte gli esponenti del M5S alle prese con il governo stanno dimostrando – dalla vicenda dei vaccini a quella dell’Ilva – la grande difficoltà di atterrare dalla propaganda alla realtà.

Siamo dunque di fronte ad un’alleanza spuria che tuttavia mi sembra fin qui abbia lasciato campo libero ad una nuova destra, che non ha paura di rompere le regole democratiche, che usa linguaggi violenti, che sdogana razzismo e xenofobia, che strumentalizza i problemi anziché provare a risolverli, che alimenta l’odio e l’egoismo anziché la solidarietà e lo spirito di comunità.

 

Ecco perché serve un’opposizione decisa, visibile, che sappia unire tutti coloro che non condividono questa deriva, pericolosa per la democrazia e per il futuro del nostro Paese.

 

Sappiamo che le istituzioni democratiche italiane, figlie della lotta antifascista, hanno saputo sconfiggere nel corso della storia repubblicana tante minacce.

Possiamo contare sulla figura del Presidente della Repubblica Mattarella, cui rivolgiamo anche da qui il nostro affettuoso e deferente saluto, che sappiamo essere un punto di riferimento per tutti gli italiani e un garante attento e forte dei principi e dei valori costituzionali. 

 

Ma spetta a noi mobilitare le tante risorse morali, sociali, civili, intellettuali di tutti coloro che in questi giorni guardano con preoccupazione e ansia a ciò che sta accadendo al nostro Paese. Esiste un’Italia che non si rassegna alla propaganda populista, alla cultura della divisione e dell’odio. Possiamo e dobbiamo unire queste forze attorno ad un’opposizione politica rigorosa, che si costruisce giorno per giorno sui contenuti e sulle proposte, e che abbia l’ambizione di diventare alternativa a chi oggi è al governo del Paese.

 

Per fare questo occorre un “pensiero nuovo”, un’idea di cambiamento radicale che sappia ridefinire i contorni, il profilo, di un moderno e affascinante progetto progressista e democratico. Dobbiamo alzare ed allungare lo sguardo, saper indicare un nuovo modello di sviluppo, saper rispondere alla domanda di protezione dei più deboli, valorizzare le risorse della comunità, fare della sostenibilità sociale e ambientale della crescita un fattore strategico delle nostre scelte: su questo abbiamo chiamato a discutere con noi personalità impegnate nel mondo della cultura, del sindacato, dell’associazionismo. Perché la politica è anche questo: dialogo sociale, apertura alle esperienze di chi sta sul campo, riconoscimento della necessità di ritessere dei legami tra i luoghi istituzionali e ciò che c’è fuori.

 

 

Fare l’opposizione, preparare l’alternativa, unire tutti coloro – nella politica e nella società – che non possono immaginare un futuro radioso per il nostro Paese e per l’Europa se si consoliderà questa nuova destra che oggi è al governo. Per fare questo serve anche un Pd nuovo.

 

Apertura, partecipazione, pluralismo, unità: nel corso degli anni – e in particolare in quelli più recenti – questi quattro caratteri sono entrati in rotta di collisione nella vita concreta del Pd, al centro come in periferia, restituendo ai cittadini l’immagine di un partito sempre più chiuso nelle sue dinamiche interne, sempre meno capace di ascoltare e valorizzare le energie positive della società, poco incline al confronto interno costruttivo e molto, molto rissoso e diviso.  L’illusione che la leadership potesse far premio su tutto ha via via appannato e indebolito il senso di appartenenza ad una comunità politica. Tutto questo negli anni della rivoluzione digitale, negli anni della polarizzazione e della semplificazione delle opinioni, dello sviluppo della rete e dei social media che altre forze politiche hanno saputo usare, creando tra l’altro l’illusione di una nuova democrazia digitale, come strumento di propaganda e consenso.

 

Un nuovo Pd dunque, capace di leggere criticamente la storia di questi dieci anni, di ripensare radicalmente la sua struttura organizzata, di individuare nuove strade e strumenti per rendere effettive e praticabili quelle quattro parole: apertura, partecipazione, pluralismo, unità. Serve una vera e propria rigenerazione, rimettere in discussione tutto ripartendo dalle esperienze più innovative, guardando seriamente alle opportunità – oltre che alle insidie – della rete e delle nuove tecnologie.

A luglio l’Assemblea nazionale ha eletto un nuovo segretario chiedendo a Maurizio Martina di cominciare a ricostruire la nostra casa comune e di portarci al congresso prima delle elezioni europee, avendo cura in questi mesi di sviluppare un dialogo con i nostri iscritti ed elettori ma anche con coloro che si sono allontanati dal nostro partito. E’ quello che si sta cercando di fare girando per l’Italia soprattutto nei luoghi difficili: le periferie delle grandi città – da Palermo a Roma a Napoli; e ancora a Genova, dopo la tragedia del Ponte; a Catania sul molo della Diciotti; ad Amatrice per ricordare il terremoto di due anni fa; davanti ai cancelli dell’Ilva a Taranto per chiedere al governo una soluzione vera per il lavoro e l’ambiente… questo viaggio avrà altre tappe, e si articolerà in alcuni momenti tematici per elaborare una base comune di idee e proposte prima dell’avvio della fase congressuale. Mi sembra un lavoro generoso e utile, al quale la nostra Area sta dando e darà il suo contributo fino al Forum sull’Italia che si terrà nei giorni 26-27-28 ottobre a Milano.

 

Il Congresso che si avvierà subito dopo sarà un passaggio tanto più importante e utile quanto più avremo saputo coinvolgere ed interessare mondi diversi, esperienze, competenze, elettori ed elettrici che vogliono essere protagonisti di una fase nuova della vita del centrosinistra e del Pd. Siamo convinti che sia possibile e necessario voltare pagina, per il Pd e per il più ampio campo progressista. Come Area siamo pronti a spenderci con le nostre idee, le nostre forze, la nostra capacità di iniziativa e di mobilitazione.

 

Mi fermo qui. Concludo con le parole che qualche giorno fa Pepe Mujica ex Presidente dell’Uruguay ha usato in una bella intervista: “La politica può commettere errori, perché è umana. Ma la politica è cruciale, perché sostiene le nostre basi democratiche… Per rinascere, la sinistra oggi non deve solo pensare allo sviluppo economico, ma deve farsi carico della felicità umana, due cose che spesso non coincidono. E poi deve tornare a osare… “

Ecco noi siamo qui perché pensiamo che ci sia ancora bisogno della politica, perché vogliamo occuparci della felicità umana e perché vogliamo un Pd che torni ad osare.

 

 


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