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Ma litigare con tutti non rende l'Italia più forte - la newsletter di Marina Sereni

13 Giugno 2018


Cosa ci dice la vicenda Aquarius? Che il governo italiano – tutto il governo italiano, fino a prova contraria – non ha esitato a impadronirsi dei corpi e delle speranze di 629 disperati per costruire un enorme evento propagandistico elettorale, sfruttando cinicamente l’insofferenza di tanti nostri concittadini verso l’immigrazione e il fastidio per la debolezza delle risposte dell’Europa. Ma di quale Europa ci dobbiamo e possiamo lamentare? Di quella degli stati nazionali egoisti e pavidi, nessuno dei quali, in questi anni difficili di conflitti e di emergenza dei flussi migratori dalla sponda sud del Mediterraneo, ha davvero dato prova di coraggio e di solidarietà.  Mentre dal Parlamento e dalla Commissione europea venivano tentativi, ahimè sempre bloccati dai governi nazionali, di introdurre riforme dei regolamenti (a cominciare da Dublino) e politiche concrete volte a delineare una gestione europea dell’immigrazione, nonché a condividere lo sforzo di accoglienza da cui il nostro Paese, per ragioni geografiche, è stato ed è investito. Ecco perché, dopo il gesto di disponibilità del governo socialista di Sanchez e dopo la polemica davvero sgradevole da parte del presidente francese Macron, è del tutto surreale parlare di “vittoria” e magari dichiararsi soddisfatti per gli apprezzamenti dell’ungherese Orban. Siamo di fronte ad un paradosso tragico: se l’Europa è criticabile per essere stata poco incisiva e poco solidale su un tema cruciale come quello del controllo e della gestione dei flussi migratori ciò è dovuto esclusivamente alla resistenza e alla totale indisponibilità dei singoli Stati membri, in particolari di quelli guidati da forze affini all’attuale maggioranza di governo!

Non ci sono solo i valori a dividerci da questa destra, c’è una visione politica completamente diversa su cosa deve diventare l’Europa. Salvini mente, sapendo di mentire, quando dice che alzando la voce si ottengono risultati. E’ solo propaganda, terribilmente efficace magari per ottenere voti e svuotare gli alleati 5S alle amministrative, ma del tutto inutile e anzi controproducente nella realtà europea. Insultare gli interlocutori della sponda sud del Mediterraneo e litigare con i principali partner europei non renderà l’Italia più credibile e più convincente nelle sedi dell’Unione Europea. Sarà vero il contrario. Si possono e debbono difendere gli interessi nazionali costruendo alleanze, lavorando insieme, spingendo nella direzione del rafforzamento della dimensione comunitaria. Indebolire l’Europa unita, inneggiando ai nazionalismi e nutrendo le opinioni pubbliche del nostro continente con le illusioni sovraniste, non renderà più forte l’Italia.  L’Italia non è gli Stati Uniti e Salvini non è Trump. Ammesso e non concesso che sia conveniente per la più grande potenza del mondo puntare a dividere l’Europa, per poi magari cercare accordi bilaterali, credo sia davvero intuitivo che ogni singolo Paese europeo sarebbe enormemente più fragile ed esposto nel mondo di oggi fuori dall’Europa unita.

Siamo dunque di fronte ad una spregiudicata operazione mediatica che il nostro Paese rischia di pagare cara. Salvini è stato abilissimo ad influenzare l’agenda politica e la comunicazione in questi giorni. Ma rincorrerlo su questo terreno è sbagliato e politicamente perdente. Le elezioni amministrative di domenica scorsa ci hanno segnalato una grande mobilità dell’elettorato. Non c’è un blocco monolitico Lega-5S e il Pd – accanto a sconfitte brucianti come quella di Terni su cui dovremo discutere seriamente – ha avuto vittorie importanti – prima fra tutte quella di Brescia – e ha dimostrato di essere in campo, seppure acciaccato. Dove abbiamo saputo costruire l’unità delle forze riformatrici e di centrosinistra e presentare candidature credibili, radicate nel territorio, innovative, abbiamo avuto dei risultati positivi che dovremo cercare di consolidare a cominciare dai ballottaggi. La sfida per il Pd è quella di riuscire ad incidere sull’agenda politica del Paese e dell’Europa. Se la vera frattura tra noi e tanti cittadini si è prodotta sui temi del lavoro, delle diseguaglianze, della fatica quotidiana di chi non ha “santi in Paradiso” non è inseguendo i nostri avversari sui loro temi che recupereremo. So che sarà un lavoro difficile, che presuppone una discussione non tutta interna e la ricostruzione di una comunità che elabora, mobilita, fa partecipare. Ma meno di così non si può e per questo credo che le prossime tappe che il Pd si darà da qui al Congresso debbano servire a mettere ognuno e tutti nelle condizioni di contribuire a questo sforzo collettivo.


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