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Rosato: non si può trattare con chi pensa ai dazi e guarda a Putin - intervista a Ettore Rosato de la Repubblica

26 Marzo 2018


di Giovanna Casadio

«La fase non è facile per il Pd» ammette Ettore Rosato, ex capogruppo, che dà il nome alla legge elettorale, il “Rosatellum”, con cui è stato eletto questo Parlamento.
 

Rosato, i Dem hanno deciso di fare solo gli osservatori?

 
«Assolutamente no. Ma non siamo andati a caccia di poltrone a prescindere da altre valutazioni e soprattutto abbiamo preso atto che tra Salvini e Di Maio c’era un accordo solido con Berlusconi come ruota di scorta, in vista di un’alleanza che punta al governo del Paese. Nessuno dei due ha mai messo in dubbio che le presidenze fossero già decise».
 

Comunque il Pd non tocca palla e non entrerà neppure in partita?

 
«Entriamo, eccome. Ma da opposizione, rappresentando una parte di questo Paese, con valori e programmi alternativi a quelli della Lega e dei 5StelleNoi siamo per l’Europa e l’euro, non vogliamo i dazi, non guardiamo a modelli come Putin o Orban. Siamo per una società aperta, per una democrazia rappresentativa, per combattere le disuguaglianze».
 

Se il Quirinale chiama in nome della responsabilità a garantire un governo, si può rispondere sempre “tocca a loro”?

 
«Se e quando il Quirinale chiederà un nostro coinvolgimento, lo ascolteremo con la massima attenzione».
 

Eppure Dario Franceschini spinge perché alle responsabilità non si sfugga. Lei la pensa nello stesso modo? Ci sarà un secondo round in cui il Pd potrebbe esserci?

 
«Non vogliamo sfuggire alla responsabilità. Ma non sarà necessario un governo di tutti perché, ripeto, leghisti e grillini hanno un accordo solido. Che era già evidente in aula, trasparente nelle cose che dicevano con toni simili e declinazioni uguali, prima della campagna elettorale».
 

Nella sfida per le nomine nel partito, è sempre Renzi il pigliatutto?

 
«Non è così. Non lo è stato nella scelta di Maurizio Martina. E poi il dibattito sulle quote per le minoranze interne non interessa davvero nessuno».
 

Ma i nuovi capigruppo che domani dovrete scegliere saranno due fedelissimi renziani come Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci?

 
«Dobbiamo scegliere persone adatte ai ruoli, non misurare il tasso di renzismo o anti renzismo. Questi sono nomi qualificati. Ce ne sono anche altri. Ma se Guerini sarà il mio capogruppo ne sarò molto contento».
 

Benché non sia più segretario, la leadership dem è ancora di Renzi?

 
«Renzi c’è e continuerà a esserci con la sua personalità e la sua storia. Ma non si è dimesso per scherzo. Vederlo nel tritacarne in cui la sinistra mette sempre i suoi leader mi irrita».
 

Il Pd rischia l’estinzione?

 
«Ho letto questa tesi. Penso che non siamo a rischio liquidazione, ma il partito ha bisogno di trasmettere un progetto forte per il paese».
 

Si è pentito di avere scritto questa legge elettorale?

 
«Se lo ricorda quando eravamo senza legge elettorale e i grillini e Forza Italia volevano il proporzionale? Io, sì. Con l’elettorato diviso in tre e il fallimento delle riforme costituzionali, ogni legge possibile avrebbe dato lo stesso risultato».


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