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Tutti insieme per le riforme: legge elettorale e una sola Camera - intervista del Corriere della Sera a Dario Franceschini

14 Marzo 2018



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Franceschini, e ora cosa succede?

«Ho ascoltato tutta la direzione del Pd, ho ascoltato gli altri partiti, e ho guardato con una certa invidia le certezze dei vari leader dopo un terremoto come questo. La verità è che siamo in un’impasse». 
Come se ne esce?

«Faccio una valutazione ottimistica, che con un po’ di buona volontà collettiva può diventare realistica. Una legislatura senza nessuna maggioranza di governo può apparire fallita in partenza; ma può rivelarsi la legislatura che segna la svolta della storia repubblicana».
Addirittura?

«Rovesciamo il punto di partenza. Fin dal primo giorno, la discussione è stata su quale governo fare, e lo è tuttora. Se invece proviamo a chiederci qual è l’obiettivo di questa legislatura, lo schema può cambiare».
Cioè? Il 4 marzo ha visto vincitori e vinti.

«La politica non è una corsa, per vincere non basta arrivare primi; per vincere bisogna avere la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. E la maggioranza non ce l’ha nessuno. Mi pare una buona occasione per evitare gli errori delle precedenti legislature sul tema delle riforme istituzionali».
Le riforme fatte a maggioranza?

«Quelle del centrodestra furono bocciate dal voto popolare, le nostre pure, proprio perché fatte a maggioranza. Ma è un grave errore politico pensare che la vittoria del No al referendum abbia voluto dire che le riforme non si faranno mai più. I motivi di quel No sono vari: chi era contrario nel merito, chi dava una valutazione politica, chi era contro Renzi. Ma una classe dirigente non può concepire di lasciare irrisolti i nodi di un sistema che non funziona, oggi più di prima».
Perché?

«Perché si è prodotto l’incrocio tra sistema bicamerale e tre poli politici; e non c’è legge elettorale che da sola possa risolvere il problema. Glielo dice uno che è stato capogruppo di minoranza, capogruppo di maggioranza, ministro per i Rapporti con il Parlamento: chiunque vada al governo non riesce a far funzionare il sistema».
I poli competitivi sono rimasti due, destra e 5 Stelle.

«Noi siamo sotto nei numeri, ma i poli sempre tre restano. E il momento di scrivere le regole tutti insieme. Le riforme a maggioranza non funzionano; ma siccome oggi nessuno ha la maggioranza, il quadro è perfetto per fare le riforme, perché nessuno le può imporre agli altri».
Pensa al superamento del bicameralismo?

«Non solo. Monocameralismo e legge elettorale. L’insieme di questi elementi può dare stabilità al sistema Paese. Non ho nessun titolo per impegnare il Pd: mi rivolgo a Di Maio, a Salvini, a Berlusconi, a Martina e al mio stesso partito; da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso. Questa può essere la legislatura perfetta».
Per fare le riforme ci vuole tempo. E ci vuole un governo.

«Il governo diventa figlio di questo schema. Dovrebbe accompagnare e acconsentire il processo. Certo non per un tempo infinito».
Un governo istituzionale? Di Maio l’ha già escluso.

«In questo schema possono esserci diversi tipi di governo. Non mi inoltro nella discussione sulle formule. Il tema compete al presidente della Repubblica. Faccio una proposta; vediamo i sì e i no all’idea di una legislatura costituente. Tenendo conto che invece i governi di cui si parla in questi giorni sono tutti governi contro natura».
Si parla di un accordo tra Lega e 5 Stelle.

«Sommare cose diverse è molto difficile. Può riuscire sul piano numerico. Ma sul piano politico cosa li accomuna?». 
La visione negativa dell’euro, dell’Europa, del sistema.

«Hanno raccolto il voto di protesta, ma hanno elettorati molto diversi, non complementari. Salvini vince al Nord, Di Maio al Sud».
Pd e 5 Stelle?

«Siamo andati avversari alle elezioni, rappresentiamo idee diverse. Si discute anche di governo di scopo. Ma chi lo sostiene? E lo scopo qual è? Senza una cornice di questo tipo, per quale motivo 5 Stelle e Lega dovrebbero sostenere un governo con Forza Italia e Pd? Qualsiasi formula si scelga è una formula posticcia».
Anche quella cui lavora Berlusconi? Governo di centrodestra con un premier che non sia Salvini e l’astensione del Pd.

«Finiremmo per sostenere un governo con la Lega: un’altra soluzione impossibile. La soluzione naturale è fermarsi e scrivere insieme le nuove regole di cui l’Italia ha bisogno. La debolezza per cui nessuno ha la maggioranza può diventare un punto di forza per fare riforme condivise. Approvate riforma costituzionale e nuova legge elettorale, si può tornare a votare. Chiunque vinca troverà un sistema che funziona». 
Quale legge elettorale?

«In un sistema monocamerale, o punti a una legge che dia la maggioranza al primo arrivato o punti a un sistema proporzionale, ma allora devi accettare che si stringano alleanze in Parlamento. Contaminare i due sistemi non ha funzionato: dopo lo scontro frontale nei collegi uninominali, è difficile mettersi insieme».
Perché non andrebbe bene una legge basata proprio sui collegi uninominali? Perché con il turno unico vincerebbe la destra e con il doppio turno i 5 Stelle?

«Con tre poli non c’è mai la certezza che si crei una maggioranza. Comunque se ne discuterà».
Le brucia la sconfitta nel collegio di Ferrara? Cos’è accaduto nell’Emilia-Romagna un tempo rossa?

«Il malumore, il disagio, le paure nel Nord sono sfociate nel voto alla Lega, nel Sud nel voto ai 5 Stelle. Le forze populiste fanno un’operazione abbastanza semplice: prendo le paure, le cavalco, le enfatizzo. E facile prendere i voti, più difficile governare. Per questo ora sono tentate dalle elezioni anticipate».
E se si tornasse davvero al voto?

«Non si risolverebbe nulla. Neanche per loro. Un partito può avere qualche consenso in più, un altro qualcuno in meno; ma l’impasse resterebbe».
Chi sarà il presidente del Senato? E della Camera?

«Si dovrebbero individuare figure di garanzie. Soprattutto se è una legislatura che parte cercando un terreno comune».
Secondo alcuni giornali, Renzi sospetta che lei sia d’accordo con i 5 Stelle per fare il presidente della Camera.

«A questo punto del mio percorso politico mi sento in uno stato d’animo da libero pensatore che non ha ambizioni. Ho letto quei retroscena e ci ho riso sopra. Sono certo che Matteo non abbia detto una cosa così falsa e offensiva». 
Chi comanda nel Pd? Quanto conta ancora Renzi?

«Renzi ha fatto un atto chiaro e coerente: si è dimesso. Ha preso atto del risultato. Ora c’è Martina: una persona equilibrata, di buonsenso. Sono certo che traghetterà il Pd sia nell’inizio legislatura sia nell’avvio del percorso di rifondazione del partito e del centrosinistra. In questo momento gli scenari «Le alleanze per un esecutivo di cui si parla in questi giorni sono tutte contro natura» dire collegialità uguale caminetto è una sciocchezza. Collegialità significa accantonare diffidenze e rancori. Martina è la persona giusta, ha bisogno di tutto il nostro sostegno».
Come sarà scelto il nuovo segretario? In assemblea o con le primarie?

«Vedremo la soluzione che spacca meno. Veniamo da una stagione di molti strappi e molte rotture; abbiamo bisogno di molta pazienza e molto ricuciture. Come dice l’Ecclesiaste: c’è un tempo per lanciare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per dividere e un tempo per unire. E sa cosa diceva Moro, quarant’anni fa, alla vigilia del rapimento?». 
Cosa diceva Moro?

«”Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità”. Così convinse i due vincitori delle elezioni che non avevano però la maggioranza, la Dc e il Pci, a sostenere il governo. Valeva ieri per Zaccagnini e Berlinguer, vale per i leader di oggi: approfittiamone per cambiare il Paese. Se prevale l’interesse generale, questa diventa la legislatura che cambia il sistema politico italiano».



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