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Ripartire dal territorio e dai temi sociali. Non dai nomi - la newsletter di Marina Sereni

13 Marzo 2018

Con le dimissioni di Matteo Renzi e la riunione della direzione nazionale di ieri per il Pd si apre una fase nuova. Una discussione seria, complicata ma non aspra, al termine della quale abbiamo affidato a Maurizio Martina, sulla base di una relazione sui risultati elettorali ripresa e condivisa da tutti , il compito di guidare il Pd fino all’Assemblea nazionale che sceglierà tempi e modalità per l’elezione del nuovo segretario. L’ordine del giorno votato a larghissima maggioranza, con sole sette astensioni,  indica la volontà di tutti di non cercare facili capri espiatori né impossibili scorciatoie e sottolinea la gravità del passaggio. La sconfitta elettorale è stata davvero di una portata straordinaria e non possiamo cercare alibi autoconsolatori. I numeri sono impietosi, vanno guardati in tutta la loro gravità. La responsabilità è di tutto il gruppo dirigente ed è proprio per questo che occorre un’analisi critica e autocritica. Il risultato del Lazio ci dice anche che la disfatta non è irreversibile ma, poiché siamo in presenza di una sconfitta profonda – sociale e culturale prima ancora che politica – sarebbe un errore andare alla ricerca di immediate rivincite.

C’è un’ondata di destra e antisistema che non riguarda soltanto il nostro Paese, ma noi abbiamo commesso errori politici gravi, soggettivi.  Nella discussione di ieri ne ho voluto sottolineare due che considero cruciali. Il primo riguarda la nostra difficoltà, incapacità a volte, di parlare alla vita reale dei ceti più deboli e meno garantiti. Ancora ieri la Banca d’Italia ha pubblicato la sua consueta ricerca sulle famiglie (che trovate qui)  dalla quale si conferma che – nonostante il miglioramento relativo degli indicatori economici e dell’occupazione – ci sono ancora profonde diseguaglianze e tantissime persone, in particolare tra i giovani, che vivono in condizioni di precarietà e insicurezza. Abbiamo messo in campo riforme e strumenti importanti – che io rivendico – pensati per migliorare questa situazione ma i loro effetti non sono ancora sufficientemente incisivi e la nostra “narrazione” ci ha fatto apparire come più attenti alle aree sociali più garantite e dinamiche. D’altra parte, quando ancora la crisi non era alle nostre spalle, abbiamo scelto di centrare la nostra attenzione sulla necessità di riformare le istituzioni. Lo dico autocriticamente perché, condividendo i tratti essenziali della riforma costituzionale, anche io ho sottovalutato allora quanto quella priorità ci portasse distanti dal sentimento e dalla vita reale di una buona parte degli italiani. Ecco perché ritengo che oggi la nostra ripartenza debba cominciare da qui, dai temi sociali: lavoro, povertà, sicurezza, immigrazione. Lo possiamo e dobbiamo fare nelle nostre comunità locali, cercando di capire i problemi e i disagi e cercando di costruire insieme dei progetti che facciano sentire le persone meno sole.

 

Il secondo nodo – collegato a questo – credo sia quello della nostra organizzazione sul territorio. Per anni abbiamo scritto documenti, fatto seminari e gruppi di lavoro sulla “forma partito” ma non abbiamo poi tratto davvero le conseguenze di questo dibattito. Non ci abbiamo creduto davvero sulla necessità di una presenza organizzata nel territorio che rendesse i nostri circoli antenne vitali, capaci di captare i segnali della società e di organizzare i cittadini per partecipare alla vita politica e aiutarci a costruire il cambiamento. Anzi, forse qualcuno ha perfino teorizzato che si potesse fare a meno di un partito organizzato e che bastasse la leadership. I risultati ci dicono che non era così.  Moderno, aperto, flessibile, capace di usare i nuovi mezzi messi a disposizione dalla rete: ricostruire il Pd partendo dal territorio è una emergenza assoluta.

 

Per queste ragioni ritengo che la fase nuova che si è aperta ieri nel Pd non possa precipitare nelle prossime settimane in una discussione sui nomi. Tutti ottimi, tutti autorevoli ma io – e credo come me tanti – voglio sapere “per fare cosa” non “con chi alla guida”. Sarà più difficile ma ne abbiamo bisogno a livello nazionale e anche nei livelli locali dove le divisioni nei gruppi dirigenti nostri sono da troppo tempo legate solo ai destini personali di questo o quello. Non saremo capaci di attirare nuove energie se non apriremo porte e finestre e se non lavoreremo sui contenuti prima che sugli incarichi di responsabilità che, tra l’altro, se non risaliamo la china della sconfitta saranno sempre di meno…

Infine la prospettiva politica e istituzionale della legislatura. Ho votato convintamente il documento conclusivo della direzione che parla di opposizione responsabile e rispetto delle prerogative del Capo dello Stato. Non può essere né sarà un Aventino istituzionale perché la democrazia per funzionare ha bisogno del concorso sia delle maggioranze che delle minoranze, tanto più in un passaggio in cui in realtà non c’è un vincitore. Non spetta a noi indicare soluzioni di governo. Proprio per questo credo sia del tutto fuori luogo suggerire ai “vincitori” di mettersi insieme. Questo lasciamolo fare a Steve Bannon, ideologo delle forze sovraniste. Noi semmai possiamo soltanto auspicare – perché abbiamo a cuore il destino del Paese – che l’Italia trovi il modo per portare in Europa, in questo momento così delicato, un contributo positivo.


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