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Fassino: tocca a chi ha vinto assumersi la responsabilità di formare il governo - intervista de Il Mattino

10 Marzo 2018

Al Pd non servono capri espiatori o processi: cerchiamo piuttosto di capire perché tanti elettori si sono allontanati e come riconquistarli



di Federica Fantozzi


Piero Fassino, ex segretario dei Ds e sindaco di Torino, appena eletto nuovamente deputato. Lunedì è convocata la direzione del Pd. Lei che percorso vede per la successione a Renzi?

«Intanto la direzione prenderà atto delle sue dimissioni di Renzi. Poi incaricherà Martina di assumere la guida operativa del partito fino all’assemblea nazionale da convocare entro un mese. E si aprirà una prima riflessione sulvoto, che continuerà nelle direzioni territoriali. E ribadiremo che è responsabilità di chi ha vinto le elezioni indicare come intenda governare il Paese. Non spetta al Pd cui non si può chiedere di essere ruota di scorta»

L’idea di fare le primarie è uscita dall’orizzonte?
«Ci sarà l’assemblea nazionale che almeno allo stato attuale – dovrebbe eleggere un segretario come quando Franceschini subentrò a Veltroni dimissionario e quando Epifani sostituì Bersani. Un segretario nella piena titolarità delle funzioni. Poi si dovrà decidere quando convocare il congresso che per statuto culmina in primarie».

Congresso a scadenza naturale o anticipato?
«Lo deciderà l’ assemblea che è sovrana. Ora il compito più importante sarà gestire i passaggi istituzionali: dall’elezione dei presidenti delle Camere alle consultazioni al Quirinale fino al conferimento dell’incarico da parte di Mattarella. È una fase andrà che andrà gestita in modo collegiale con la partecipazione di tutte le anime del Pd e Martina ne sarà garante».

Zingaretti, Chiamparino, forse Delrio, in campo. Il ministro Calenda neo-tesserato. È un fermento positivo da cui ripartire?
«È la dimostrazione che il Pd ha un gruppo dirigente ampio e molte personalità con la caratura del leader: Martina, è stato un ottimo ministro dell’Agricoltura; Zingaretti, ha risanato una regione dissestata e ha appena rivinto le elezioni; Delrio, ex presidente Anci, è un ministro apprezzato, come altre personalità che vengono dall’esperienza di governo. Però evitiamo i totonomine. Al centro del dibattito mettiamo le ragioni della sconfitta e le idee per rilanciare partito e Paese. Non una corsa tra persone, ma un confronto tra piattaforme politiche».

L’alleanza con M5S è fuori dal tavolo?
«Esistono regole democratiche chiare: spetta a chi ha vinto le elezioni dire cosa vuole fare. Peraltro, a oggi non sappiamo nemmeno a chi Mattarella darà l’incarico. A noi non spetta il compito di indicare quale governo formare, né stiamo con il cappello in mano in attesa di qualche offerta. Le scelte toccano al centrodestra, che ha la maggioranza relativa dei seggi, o a M5S che è stato il partito più votato».

Che, per la verità, non hanno fatto ancora nessuna offerta formale…
«Esatto. Ma anche se arrivasse, ecco la risposta: avete vinto, la responsabilità di fare il governo è vostra, provateci».

I due vincitori troveranno un accordo?
«Vedremo. Sarà una loro scelta. A maggio bisogna approvare il Def. Si vedrà se vorranno riprendere la strada dell’aumento di deficit e debito pubblico che costerebbe cara ai cittadini».

Sinceramente, si aspettava la batosta elettorale?
«Il vento si capiva, anche se le dimensioni del terremoto sono andate al di là di ogni previsione. Le ferite causate da dieci anni di crisi non sono state sanate. L’Italia conosce una ripresa consistente di produzione, investimenti, export e anche di occupazione, i cui effetti però arrivano subito alle imprese, ma molto dopo alle famiglie».

Sulla vittoria grillina ha influito la speranza del reddito di cittadinanza?
«Al Sud c’è una situazione particolarmente acuta che si trascina da troppi anni. Gli elettori hanno deciso di dire basta a chi ha gestito il potere e di affidarsi a una forza che si presentava come radicalmente alternativa. Tanto più con una proposta “attrattiva” come il reddito di cittadinanza».

Si dice che i Cinquestelle corteggino Minniti. Eppure, la sua ricetta sull’immigrazione non ha fermato la Lega…
«Il successo della Lega è dovuto certo a due temi cavalcati con enfasi ansiogena: immigrazione e sicurezza. Minniti si è mosso in modo efficace e apprezzato, ma ha assunto l’incarico troppo tardi, quando ormai si era sedimentata nell’opinione pubblica l’idea di una nostra gestione inefficace».

Gli errori più gravi del Pd?
«Cene sono stati e li analizzeremo. Abbiamo sottovalutato l’impatto emotivo del fenomeno migratorio. Poi, abbiamo messo in campo riforme importanti e giuste su scuola e lavoro, che sono state però spesso percepite come perdita di tutele e diritti. Non basta che una riforma abbia obiettivi giusti perché sia riconosciuta giusta dai suoi destinatari. Una riforma va gestita nel rapporto quotidiano con i cittadini. Ma per farlo serve un partito radicato, mentre in questi anni il Pd ha conosciuto un forte infragilimento del rapporto con società e territori».

Tutta colpa di Renzi?
«Una sconfitta così grande chiama in causa la responsabilità dell’intero gruppo dirigente. Non servono capri espiatori o processi: cerchiamo piuttosto di capire perché tanti elettori si sono allontanati e come riconquistarli».


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