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Attenzione a non finire fuori strada. Noi sopra il M5S - intervista del Corriere della Sera a Paolo Gentiloni

02 Marzo 2018



Il presidente del Consiglio italiano non è «una Vespa in canottiera», come l’ha immaginato un comico americano per prenderci in giro. È un elegante signore, con qualche quarto di nobiltà, che le peripezie della politica hanno portato a Palazzo Chigi, trasformandolo a sorpresa nell’uomo politico più apprezzato nei sondaggi.
 

Presidente Gentiloni, ho appena ricevuto da lei una lettera, in quanto elettore di Roma, in cui mi invita a mettere la croce sul suo nome, ma non mi chiede di metterla sul simbolo del Pd. Vuol dire che si sente più uomo di coalizione che esponente di partito?

 
«No. Vuol dire che mi sono candidato in un collegio non blindato per il Pd perché ci abito da una vita e mi sembrava un segno di rispetto. Punto dunque anche sul mio consenso personale, e infatti la lettera me la sono pagata di tasca mia non avendo voluto fare, da premier, nessun fundraising. Poi sono anche capolista del Pd altrove e faccio sempre campagna per il mio partito. Detto questo io penso che non dobbiamo vergognarci di essere una coalizione. Anzi. Lo era l’Ulivo. Anche il primo Pd di Veltroni, a modo suo. I nostri elettori sentono forte il richiamo dell’unità tra forze diverse. Io ci credo. E infatti sono certo che la nostra coalizione, e spero anche il Pd da solo, supererà i Cinquestelle».
 

Anche Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta, hanno dato indicazione di voto per lei ma non con l’eccezione di Veltroni per il Pd.

 
«Non era scontato che personalità con storie così diverse, alcune delle quali hanno lasciato la politica attiva, scendessero in campo. Vuol dire che capiscono quanto è alta la posta in gioco. Stavolta la vera competizione è contro i populismi, quello dei Cinquestelle e quello che si è insediato nel centrodestra, una anomalia in cui convivono il Ppe e gli estremisti di destra. Mi auguro che lo capiscano anche le classi dirigenti, l’establishment di questo Paese. Mi domando dov’è. Mi sembra che si stia andando tra il disinteresse e il cinismo alle elezioni più importanti degli ultimi 25 armi, come se il voto fosse una gara di nuoto sincronizzato da guardare con distacco, tanto poi i giochi veri si fanno dopo. Non è così. Qui si sta decidendo se proseguire su una strada di economia di mercato, società aperta, welfare sostenibile, o se andare fuori strada».
 

In che senso?

 
«L’Istat ha certificato, insieme alla crescita economica, che nel 2017 abbiamo ridotto il deficit e il debito pubblico sul PIL. Dati importanti, che mi fanno ritenere che non dovremo fare alcuna manovra correttiva in primavera. Ma tra quaranta giorni il governo deve presentare il Def, e nei venti giorni successivi il Parlamento deve approvalo e trasmetterlo a Bruxelles. Il ministro Padoan lo sta già preparando, ma il punto è: che Def presentiamo? Io spero che le elezioni ci consentano di proseguire sulla strada intrapresa. Altrimenti fuori strada ci si va alla prima curva. Nel pieno della crisi del debito il giornale di Confindustria fece un titolo a caratteri cubitali: FATE PRESTO. Ecco, oggi servirebbe un FATE ATTENZIONE».
 

Voi dite che il Pd ha governato bene in questi cinque anni. Però soffre di una forte crisi di consenso, ammessa persino nel suo spot televisivo. Sbagliate voi o sbagliano gli elettori?

 
«Mi dò due spiegazioni. La prima è che governare costa in termini elettorali. Dal 1994 a oggi nessun governo in carica è stato confermato dal voto. Con noi il PIL è cresciuto e non di poco ma prima che questo si trasformi in un aumento della ricchezza pro capite, oggi ancora sotto i livelli di prima della recessione, ci vuole tempo e pazienza. La crescita è solo la premessa per affrontare i problemi sociali degli italiani, che restano seri. Però invertire la marcia sarebbe molto peggio, dopo tanti sacrifici. Dobbiamo invece aprire una nuova stagione di riforme».
 

La seconda spiegazione?

 
«Il Pd ha subito una sconfitta seria nel referendum, e purtroppo l’attuale legge elettorale ne è una delle conseguenze. Questo ha indebolito molto noi e la leadership di Matteo Renzi».
 

Lei si definirebbe ancora un renziano?

 
«Non so se mi sono mai definito un renziano. Ma ritengo che Matteo abbia fatto una straordinaria operazione di adeguamento dell’orizzonte culturale del Pd e un lavoro titanico a Palazzo Chigi. Con tutte le evidenti differenze tra noi, e nonostante qualche occasionale divergenza di opinioni, abbiamo dimostrato in questi 15 mesi di saper gestire i nostri rapporti e i nostri differenti ruoli con vantaggio per il Paese».
 

Si è chiesto perché lei ha un così alto indice di popolarità?

 
«Premesso che non c’è niente di più effimero dei sondaggi: perché ho tentato di concentrarmi sui problemi del Paese, prima di tutto conoscendoli, di fare poche polemiche e molto gioco di squadra con i miei ministri, una squadra davvero di alto livello».
 

Di che cosa va più fiero?

 
«Di aver mostrato all’Europa il modo per fermare i flussi migratori incontrollati e gestiti dalla criminalità. Nel febbraio di un anno fa ci furono novemila sbarchi. Nel febbraio di quest’anno mille. E di aver cominciato a delineare come aprire la strada a flussi controllati, sicuri e forse perfino utili. Inoltre dò al mio governo il merito di aver saputo accompagnare, creando la giusta atmosfera, la ripresa economica, il cui merito principale è delle famiglie e delle imprese».
 

Si aspettava che gli immigrati, nonostante i successi di Minniti, diventassero la questione più calda della campagna elettorale?

 
«Sì. Il ritardo di consapevolezza dell’Europa è stato gravissimo. Il primo summit dedicato a questo problema, su pressione di Renzi, si è tenuto solo nella primavera del 2015, sull’onda emotiva del più grave dei naufragi davanti alle coste libiche. Del resto la Brexit ha vinto con parole d’ordine contro l’invasione straniera”; e dovunque in Europa lavoro e immigrati sono stati il cavallo di battaglia dei partiti populisti».
 

Lei gode di un certo rispetto in Europa. Ma perché l’Italia prende tanti colpi? Prima la sede dell’Ema, poi il caso Embraco, poi la nomina del vicepresidente della Bce?

 
«La frequenza con cui cambiamo governi conta. Nell’anticamera della Merkel ci sono i ritratti di sei predecessori. Al terzo piano di Palazzo Chigi c’è una galleria con le foto di 27 presidenti del Consiglio prima di me. Ma colpi non ne prendiamo, spesso tendiamo anzi a sottovalutare troppo il nostro peso reale. Ma scusi, per l’Ema siamo arrivati primi in una competizione tra 21 Paesi. Se la nazionale avesse perso la finale dei campionati mondiali con il lancio della monetina, qualcuno avrebbe mai dato la colpa all’allenatore?».
 

Lei sarebbe disposto a cedere ulteriore sovranità nazionale all’Europa?

 
«La metterei così: sarei disposto ad avere più sovranità europea. Non vorrei che questo gigante economico diventi un nano politico in un’area del mondo in cui cresce il peso di Russia, Turchia, Paesi del Golfo. Sono per più difesa comune e più armonizzazione fiscale nei confronti delle piattaforme americane del Web. Ma se invece per più sovranità europea intendono la nomina di un ministro delle finanze con il compito non di promuovere crescita e investimenti ma di controllare i bilanci dei Paesi discoli, allora rispondo che se lo possono dimenticare».
 

Giorgia Meloni dice che l’Italia dovrebbe lasciare Francia e Germania e fare un’alleanza con l’Ungheria e i Paesi del gruppo di Visegrad.

 
«Good luck. Ciò che davvero preoccupa l’Europa non è lo stato dei nostri conti pubblici ma proprio il rischio di questa saldatura tra la destra estrema e la destra moderata. Le ultime elezioni hanno scongiurato la minaccia populista in Francia e Germania, il timore è che il voto italiano possa invece rilanciarla».
 

Lei ha preso in giro il «governo ombra» dei Cinquestelle. Ma dica la verità, non prova un po’ di invidia per chi può indicare il nome del candidato premier?

 
«No, non li invidio. Innanzitutto perché avranno meno voti della nostra coalizione. Infatti nella tradizione inglese è chi va all’opposizione che presenta un governo ombra. Chi vince fa i governi veri. E poi è cambiata la legge elettorale, non siamo più ai tempi delle sfide Prodi-Berlusconi, e dunque trovo davvero ridicolo questo giochino che sono tutti candidati premier, dal leader di CasaPound in su. Ma de che?».
 

Accetterebbe di presiedere dopo il voto un governo di scopo, con dentro anche Forza Italia e Liberi e uguali. Come quello cui ha accennato Grasso, per cambiare la legge elettorale?

 
«Mi sottraggo a ogni dibattito sugli scenari per due ragioni. La prima è il rispetto delle prerogative del Capo dello Stato. La seconda è che il gioco di società sul dopo elezioni offusca e annebbia l’importanza del voto che gli italiani stanno per esprimere, perché sarà solo il voto a decidere che cosa accadrà».
 

Tornare alle urne una seconda volta sarebbe un rischio per il Paese?

 
«Il rischio più grave sarebbe un’affermazione delle forze populiste, e si può evitare solo votando per la coalizione di centrosinistra perché oggi queste idee prevalgono anche nel centrodestra. Un ritorno alle urne darebbe certo un’impressione di fragilità e instabilità, ma sarebbe peggio se si scegliesse la via del populismo».
 

Lei voterebbe un esponente dei Cinquestelle come presidente della Camera, soprattutto se risultassero il primo partito?

 
«Per eleggere il presidente dell’Assemblea di Montecitorio sarà necessaria una maggioranza. Vedrà che saranno i Cinquestelle a voler proseguire nella linea del loro poco splendido isolamento».


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