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Matteo è il capitano ma vince la squadra - intervista a Dario Franceschini de Il Messaggero

06 Gennaio 2018

"Lavoro, lavoro, lavoro. Non possiamo rassegnarci a un sistema in cui i nonni e i genitori devono avere l’angoscia e il peso dei figli e dei nipoti senza lavoro"

DARIO FRANCESCHINI - Ph. Paolo Cerroni / Imagoeconomica


Musei, Franceschini: in 4 anni i visitatori sono passati da 38 a 50 milioni, risultato straordinario



di Alberto Gentili



Ministro Franceschini, settanta intellettuali hanno sottoscritto un manifesto per la tutela dei beni culturali, accusandola di aver puntato solo alla loro fruizione e sfruttamento commerciale. Cosa risponde?

«Sono quelli che in questi anni mi hanno sempre criticato. Non c’è nulla di nuovo. Quando fai delle riforme vere, come quella dei musei, delle sovrintendenze, del cinema, del settore dello spettacolo, trovi sempre qualcuno che protesta. Se andassero bene a tutti, sarebbero riforme finte».

Lei ha coniato la formula: “Con la cultura si mangia”.
«Più che altro ho cercato di smentire con i fatti la frase opposta di Tremonti: “Con la cultura non si mangia”. Abbiamo moltiplicato le risorse per il patrimonio culturale. Quando ho cominciato c’erano 40 milioni, oggi abbiamo avviato cantieri per 3,5 miliardi a favore della tutela. E’ naturale che ci siano i conservatori che resistono».

Chi la critica è dunque un conservatore?
«Io ascolto le critiche, ma in questo caso è una reazione decisamente ideologica a una legislatura scandita da riforme profonde. Cinque anni in cui si è finalmente capito che l’investimento in cultura, previsto dalla Costituzione, fa bene alle anime, alle menti e anche all’economia in quanto porta turismo, crescita economica, occupazione, industrie culturali e creative. Non dimentichiamo che quasi un terzo della crescita del Pil di quest’anno viene dal turismo che a sua volta è legato al patrimonio culturale. Non a caso all’ultima assemblea di Confindustria a rappresentare il governo è stato chiamato il ministro dei Beni culturali. In più sono orgoglioso che queste riforme abbiano ottenuto in Parlamento consensi più vasti di quelli del perimetro della maggioranza e che quando la cultura va in tv, come con la trasmissione di Alberto Angela sulle “meraviglie italiane” o la danza di Bolle, fa il pieno di ascolti. C’è un riavvicinamento ai consumi culturali: crescono libri, teatro, musei. Ecco, di fronte a tutto questo c’è un filone di pensiero che è non fare nulla e lasciare tutto così com’è».

Allarghiamo il campo. Il Pd narra del suo «buongoverno», ma l’ultimo sondaggio della Swg certifica che dal 2013 a oggi il gli italiani che si sentono “progressisti” sono scesi dal 30 al16%. Dimezzati, o quasi. Quale spiegazione si dà?
«Ciò deriva da un sostanziale superamento delle categorie di appartenenza cui eravamo abituati. Non c’è più lo schema semplice destra contro sinistra. Le forze populiste pescano trasversalmente. Quindi il confronto si è spostato dalle appartenenze ai contenuti dove però le differenze ci sono, eccome. E penso che quando hai governato una legislatura come ha fatto il Pd – una legislatura nata morta, senza una maggioranza, in piena crisi economica – garantendo una continuità nell’azione di governo, alle elezioni devi andarci orgoglioso: siamo l’unico gruppo dirigente in grado di governare un Paese difficile e complesso come l’Italia».

Eppure i sondaggi vi danno in calo e il Pd ha perso la sua capacità di attrazione: la vostra coalizione al momento è rachitica. Anche Bonino e Tabacci sembrano preferire correre da soli piuttosto che entrare nel centrosinistra…
«A questo non ci credo. Più Europa è una lista marcatamente europeista e una persona di grande credibilità internazionale come la Bonino, per forza di cose dovrà incrociare il proprio lavoro con il nostro. Riguardo ai sondaggi, sono andato a guardarmi quelli del dicembre 2012 e li ho confrontati con i risultati del febbraio 2013, scoprendo che ci sono distanze di 10-13 punti in più e in meno. Ciò dimostra che il mondo è cambiato, la mobilità elettorale ormai è enorme. E sono convinto che dobbiamo presentarci agli italiani dicendo: “Noi abbiamo fatto tutte queste cose che sono l’inizio di un percorso di crescita per il Paese. Volete che questo percorso sia concluso dal gruppo dirigente composto da Renzi, Gentiloni, da noi ministri? O volete mettere il Paese in mano a Di Maio o restituirlo a Berlusconi e Salvini“. La scelta è questa. Poche chiacchiere. Sono ottimista: gli italiani hanno già visto, con i loro occhi, la totale incapacità dei grillini quando sono stati chiamati a governare, come a Roma e a Torino. La politica è una cosa difficile: vivendo nella Capitale ho imparato che il detto “Nun se nasce imparati” è fondato sulla saggezza».

Lei parla di lavoro di squadra. Spinge Renzi in secondo piano per stemperare quella scarsa empatia che innesca nell’opinione pubblica?
«Assolutamente no. Nelle squadre c’è un capitano e ci sono i giocatori e se i calciatori si passano la palla, la squadra vince. C’è chi deve giocare in difesa, chi in attacco, chi fa il capitano…».

Il renzianissimo Marcucci ha detto che Renzi è l’allenatore. Nel Pd si sta affermando l’idea che la panchina è il posto migliore per il segretario?
«No. Marcucci ha detto allenatore, ma di certo intendeva capitano. In panchina ci sono i giocatori che non giocano e Renzi giocherà eccome».

Ma come farete a rendere palese questa metamorfosi e annunciare urbi et orbi che si vota per il Pd e non per Renzi?
«Le due cose coincidono, non vanno poste in contrasto. Questa legislatura ha avuto tre anni di governo Renzi, un anno e qualcosa di governo Gentiloni e 9 mesi di governo Letta. Quindi i risultati sono di tutti. Capisco che comunicativamente sarà molto attrattivo nei prossimi mesi mettere zizzania nel gruppo dirigente del Pd. Ma l’operazione non riuscirà. Proprio perché siamo una squadra lavoriamo e badiamo al risultato».

Da ministro della Cultura ha voce in capitolo sulla Rai, la principale azienda editoriale del Paese. Renzi ora propone la cancellazione del canone. Cosa ne pensa?
«Non ho sentito fare proposte di questo tipo. Quando ci saranno ne discuteremo».

Ma l’abolizione del canone la trova favorevole?
«Proprio in queste ore c’è stata la prova di cosa deve essere un buon servizio pubblico: i boom di ascolti delle trasmissioni di Angela e di Bolle dimostrano che questa è la natura e la missione della Rai».

Fare uscire queste indiscrezioni non è rincorrere le proposte populiste di Berlusconi, Salvini e Di Maio?
«Ripeto, non commento indiscrezioni».

Come deve caratterizzarsi il programma del Pd? Come va deciso e illustrato all’opinione pubblica?
«Dobbiamo presentarci agli elettori, come dicevo, con una proposta di prosecuzione e di attuazione delle riforme che abbiamo fatto. Inoltre le forze progressiste e riformiste hanno un enorme spazio: mai come adesso si pone il problema delle diseguaglianze e del sostegno ai ceti più deboli. Ed è ciò che la gente, al di là dell’appartenenza partitica, chiede e si aspetta dalla politica: colmare i divari che crescono. Ciò è possibile solo con una grande opera di redistribuzione che solo il Pd è in grado di compiere».

La razionalità però non sempre alberga nell’urna, da qualche anno prevale la rabbia, il voto “di pancia” per i populisti.
«E’ il vero grande problema. Non c’è nulla di più facile che cavalcare le paure. Paura dell’immigrazione, del diverso, della perdita del lavoro e del benessere. Tutte paure vere, non inventate. Ma i populisti invece che avanzare proposte serie e concrete soffiano sul fuoco. Qual è la proposta per creare sviluppo e lavoro di Di Maio? E quella di Salvini?».

La flat tax, il reddito di cittadinanza, etc.
«Tutte proposte che prescindono dalla fattibilità delle misure, incompatibili con le regole europee e con la tenuta dei conti pubblici. Ricordano Totò che saliva sul water con il megafono e gridava. “Vota Antonio, vota Antonio”. Lui faceva ridere, questi fanno piangere».

C’è una misura in particolare che vuole inserire nel programma del Pd?
«Lavoro, lavoro, lavoro. Non possiamo rassegnarci a un sistema in cui i nonni e i genitori devono avere l’angoscia e il peso dei figli e dei nipoti senza lavoro. Una volta erano i figli che mantenevano i genitori quando cominciavano a lavorare. Ora accade il contrario: gli anziani danno fondo ai risparmi di una vita, la pensione, per mantenere figli e nipoti. Il lavoro non si crea con proposte strampalate, ma con la crescita economica e con regole nuove, com’è accaduto con il jobs act o anche nei settori della cultura e del turismo di cui mi sono occupato in questi anni. Se invece si vuole fare una gara a chi la spara più grossa, noi del Pd a questa gara non partecipiamo».


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