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Le mie quote rilanceranno i film italiani. Ho le tv contro? Pazienza - intervista de la Repubblica al Ministro per i Beni Culturali e il Turismo Dario Franceschini

24 Novembre 2017




di Arianna Finos

La scommessa di Dario Franceschini: «Sono certo che in tre anni partirà un meccanismo virtuoso del nostro cinema e saranno tutti contenti, anche le tv», assicura nel suo ufficio al Collegio Romano.

 

Ministro, partiamo dalla questione più spinosa: quella delle quote per le televisioni.
«Con la nuova legge sul cinema c’erano stati già tanti miglioramenti, ma mancava la parte più importante: il collegamento tra tv e opere italiane. Era affidato a una legge che sulla  carta avrebbe potuto farlo, ma nella realtà non garantiva molto. Le quote c`erano, ma le sanzioni erano inapplicate. Ho preso il tanto decantato modello francese e l’ho riportato nel testo iniziale».

 

Provocando la sollevazione dei broadcast. Se lo aspettava?
«Assolutamente sì. Magari mi aspettavo una protesta non congiunta ma distinta. Sono riuscito in questo miracolo irripetibile: è la prima volta credo che tutte le tv, pubblica e private, firmano compatte una lettera di protesta… Pazienza. Se non ci fossero resistenze vorrebbe dire che la riforma è finta».

 

Quindi è andato avanti.
«L’impianto, con alcune mediazioni, è rimasto fortemente innovativo. La quota di opere europee sale dal 50 al 60 % in tre anni, sono previste opere italiane in prima serata: il 6 per cento per le private e il 12 per la tv pubblica. E poi ci sono gli investimenti».

 

Le tv ritengono che siete intervenuti sulla libertà di programmazione.
«La norma europea e quella italiana c’erano già. Io ho cambiato i numeri e reso vincolante il meccanismo del prime time, che è la vera sfida».

 

Sostengono che se sono obbligati a trasmettere cinema italiano, perdonò share e incassi pubblicitari…
«E quindi il presupposto è che il cinema italiano non sia adatto al grande pubblico? Strano perché la fiction nel frattempo è molto migliorata: va bene in prima serata e si vende all`estero. Se ci sei riuscito in tv perché al cinema no?».

 

Ci sono così tanti film italiani da grande pubblico e di qualità da riempire i palinsesti?
«Può darsi di no. Ma abbiamo messo un anno di moratoria, il 2018, proprio perché sono disposto a scommettere che questo meccanismo, l`incrocio tra obbligo d’investimento e obbligo di trasmissione, spingerà a produrre film di livello ma per il grande pubblico. Un meccanismo virtuoso che metterà in moto tutta la filiera: produttori, autori, tv. Ci siamo riempiti la bocca con il modello francese, che ha sempre valorizzato il proprio cinema, ora lo abbiamo preso come esempio. Tanto per gettare un sasso nello stagno: in Francia ci sono le quote di musica nazionale alla radio. Nella nostra legge sullo spettacolo dal vivo c’è una norma che mi consentirà di andare in quella direzione».

 

Intende farlo?
«Sarebbe giusto, sì. Bisogna trovare le modalità».

 

Cannes non accetta in concorso i film che non escono in sala. Cosa ne pensa?
«Che non si può fermare il vento con le mani».

 

Il nuovo decreto riguarda anche le piattaforme, Amazon, Netflix.
«Le tv si erano lamentate che non ci fossero. Da questo punto di vista siamo più avanti della Francia: chiediamo l`inserimento del 30 % delle opere europee nei cataloghi e che il 20 % dei ricavi siano investiti».

 

Questo sarà un anno terribile per gli incassi del cinema italiano.
«C’è più competizione con la tv, un problema di sale (su cui stiamo investendo) e poi la qualità dei film: se ne fanno troppi a basso budget, ma incassano solo quelli a alto costo. Dobbiamo spingere in questo senso. Gli investimenti delle tv servono proprio a questo».


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