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Fassino: non vuole l'unità chi fa la guerra a Renzi - intervista a Piero Fassino de Il Mattino

08 Ottobre 2017

La scissione ha già prodotto più costi che benefici. Se si vuole costruire una prospettiva unitaria, non si può continuare con l’antagonismo dentro il centrosinistra


Piero Fassino, la direzione del Pd ha dato via libera unanime al Rosatellum, che andrà in aula martedì. Secondo lei è una buona legge oppure, come dicono alcuni, a questo punto sarebbe meglio votare con il Consultellum? 

«Penso che il Rosatellum offra tre vantaggi. Primo: recupera un principio maggioritario, che nel Mattarellum era più alto, ma che grazie a un terzo di eletti nei collegi uninominali consente di recuperare un radicamento territoriale e un rapporto elettori-eletto andato perso negli ultimi armi. Secondo: supera le preferenze, meccanismo che nel tempo aveva manifestato patologie degenerative. Terzo: riconosce il valore delle coalizioni e spinge a realizzarle. Sono tre fatti positivi che il Consultellum non prevede».

È una legge contro MSS, che non si coalizza con nessuno? 
«E perché mai? Il Rosatellum non obbliga a fare coalizioni, lascia libertà di scelta. Ogni forza politica potrà decidere se presentarsi agli elettori da solo o in alleanza con altri».

Ci sono i muneri per far passare il Rosatellum anche al Senato?
«C’è l’accordo tra le principali forze politiche di centrosinistra e di centrodestra. Poi, certo, devono
esprimersi i parlamentari, e con decine di voti segreti ci sono incognite. Ma sarebbe un grave errore far cadere anche questo tentativo di legge elettorale, dopo il fallimento del sistema tedesco: il discredito ricadrebbe su tutti i partiti e nessuno se ne avvantaggerebbe».

Il governo farebbe bene a porre la questione di fiducia?
«Il voto di fiducia metterebbe al riparo dal rischio di franchi tiratori, ma è una valutazione politica che deve essere fatta dal premier e dall’esecutivo».

Altro punto dolente, dopo la legge elettorale, sono le alleanze. L’appello all’unità del segretario Renzi resterà lettera morta? 
«Io ho visto un esito molto positivo della direzione del Pd. Si è chiusa con un voto unanime anche sul secondo punto, che consiste nella volontà di costruire un centrosinistra largo. Ma è chiaro che per costruire alleanze non basta che le vogliamo noi: dipende anche dalla disponibilità delle altre forze del centrosinistra».

Appunto. Con Pisapia il dialogo è aperto, tanto che Mdp gli mette fretta sulle decisioni da prendere. Ma trova realistica l’ipotesi di matrimonio con Mdp al punto in cui sono arrivate le cose? 
«L’appello di Renzi è a tutte le forze di centrosinistra. Tutte. È un invito a essere consapevoli che queste saranno elezioni particolarmente complicate: i tre poli, secondo i sondaggi, hanno più o meno la stessa consistenza e dunque sarà una corsa che si concluderà sul filo di lana.
Quindi serve un’unità più ampia, non lacerazioni e divisioni che ci indeboliscano. Renzi è stato chiaro: i nostri avversari non sono a sinistra, ma sono i populismi e il ritorno della destra».

D’accordo, ma come si fa a stare insieme quando la contrapposizione è così plateale e sistematica?
«È evidente che se si vuole costruire una prospettiva unitaria non si può avere come principale caratteristica l’antagonismo dentro il centrosinistra. Dire che si vuole l’unità e fare la guerra a Renzi sono due cose che non stanno insieme. Se si accetta l’appello all’unità, tutti dovranno fare passi in questa direzione».

Lei è stato l’ultimo segretario dei Ds; conosce bene D’Alema, Bersani e tutti i protagonisti della nascita di Mdp. Si sarebbe aspettato un epilogo simile? 
«Ho sempre pensato che le scissioni appartengano a un altro tempo politico, quando i partiti erano forti, centrali e strutturati e nei partiti i cittadini si riconoscevano. Oggi, invece, c’è una grande crisi di rappresentanza e di fiducia. Se faccio poi un’analisi della scissione di Mdp sotto il profilo costi-benefici vedo che gli unici effetti prodotti finora sono l’aver diviso e indebolito il centrosinistra, il Pd e la maggioranza di governo, offrendo così ai nostri avversari qualche chances in più. A oggi, vedo solo costi e nessun beneficio».

Al di là delle dichiarazioni, e forse anche delle intenzioni, un’eventuale sconfitta di Micari in Sicilia picconerebbe la leadership di Renzi?
«Il traguardo di questa stagione politica sono le elezioni di primavera. Non sottovaluto il passaggio siciliano e la sua influenza sulla vita politica di questi mesi. Vedremo il risultato, ma la vera sfida per i leader – non solo per Renzi, ma per tutti – sono le elezioni politiche».

Lo scenario del dopo voto implica per forzale larghe intese? 
«L’Italia è l’unico Paese dove si pretende di sapere che governo ci sarà prima ancora delle elezioni. In Germania né la Merkel né Schulz hanno anticipato in campagna elettorale le future alleanze: si sono riservati di scegliere in base all’esito del voto. Ed è così in tutta Europa. Credo che questa regola andrebbe adottata anche in Italia: non si può fare il governo a priori prescindendo dalla volontà degli elettori».

Se il Pd vince, Renzi andrà a Palazzo Chigi oppure ci sono altre opzioni in campo? 
«In tutti i Paesi europei diventa premier di governo il leader del partito che ha vinto le elezioni, sia da solo che in coalizione. Non vedo perché in Italia si dovrebbe seguire una regola diversa».


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