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Subito una difesa comune in risposta al terrorismo - intervista de Il Messaggero al ministro della Difesa Roberta Pinotti

02 Ottobre 2017

Dopo le parole di Macron e Schauble, adesso servono i fatti




di Marco Conti

Subito una Difesa comune come risposta al terrorismo. Così il ministro della Difesa Roberta Pinotti in un un`intervista al Messaggero. «Bene l`accelerazione di Macron e Schauble: ora i fatti». E sulla situazione libica: «Haftar a Roma? Se vogliamo una Libia unita e pacifica siamo pronti a lavorare con tutti».

 

Ministro Pinotti al Consiglio Europeo di Tallinn è stato ribadito che entro fine anno sarà lanciata la “cooperazione permanente nella Difesa”. Quindi si comincia?
«E’ una buona notizia, da tempo era nell’aria che sul dossier della Difesa l`Unione Europa avrebbe potuto imprimere una nuova accelerazione ed ora si cominciano ad operare delle scelte. E’ il tempo del coraggio, non possiamo più essere timidi: la sicurezza è un`esigenza sentita dai cittadini europei che sanno che potranno essere tanto più protetti quanto più sapremo costruire sistemi di sicurezza e di difesa comuni».

 

Ad agosto del 2016 Lei e l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni avete scritto su Le Monde che occorre una “Schengen della difesa” per combattere il terrorismo. E’ una proposta coerente con il processo che si sta avviando?
«La nostra proposta di allora ha avuto il merito di aprire e di inserirsi in un dibattito che si stava avviando, ma appare oggi quanto mai concreta e attuale: l`idea delle cooperazioni rafforzate si basa sul fatto che le attivino gli Stati che ne sono convinti, questo non per escludere gli altri anzi il processo dev’essere inclusivo – ma per evitare che chiunque possa avere un potere di veto che fermi e rallenti il processo. Noi siamo consapevoli che solo un’ampia e condivisa visione politica sul futuro della Difesa europea potrà consentire di rispondere alle aspettative e fronteggiare i rischi che il nuovo quadro internazionale pone non soltanto all`Europa, ma al mondo intero».

 

Come si superano divergenze che negli ultimi cinquant’anni hanno impedito di mettere insieme eserciti ed intelligence?
«E’ intuitivo, anche per i non addetti ai lavori, che alla sfida che il terrorismo globalizzato pone al mondo civile e ai nostri valori dobbiamo rispondere in modo coeso e globale. I processi di integrazione nel campo della difesa e della sicurezza non rispondono più quindi soltanto ad un importante ideale di costruzione dell’Europa ma diventano impellente necessità per contrastare le minacce attuali. Serve una visione politica condivisa per la Difesa Europea. Per questo ho accolto positivamente le parole del Presidente francese Macron e del prossimo Presidente del parlamento tedesco Schauble. Le ho accolte con la speranza che adesso alle parole seguano i fatti».

 

Si parte da zero?
«Non proprio. L`istituzione di un fondo per la Difesa e la decisione assunta di costituire a Bruxelles una struttura permanente per la condotta e pianificazione delle missioni e operazioni militari non esecutive dell`Unione Europea (“Military Planning and Conduct Capacity” MPCC) rappresenta un’evoluzione certamente positiva».

 

Un po’ poco per una Unione per la Difesa europea?
«Certo, non basta ma è un inizio. L’Italia ritiene che si possa premere sull’acceleratore utilizzando finalmente le potenzialità offerte dallo strumento della Cooperazione permanente strutturata e con l`avvio di progetti finanziati dal Fondo di difesa europeo deliberato l`anno scorso. Sarà poi necessario far seguire all’attivazione della Cooperazione rafforzata iniziative concrete, anche nel campo della cooperazione industriale. Il dialogo intrapreso nel settore navale tra Italia e Francia dimostra che ciò è possibile e può essere fatto tenendo presente gli interessi di tutte le parti».

 

Lei ha incontrato di recente il generale Haftar, capo delle milizie libiche. Il nostro impegno militare in Libia potrebbe mutare?

«L’Italia riconosce pienamente l’Autorità del Consiglio presidenziale libico e del Presidente Al Serraj, ma ritiene che tutte le parti in causa debbano concorrere alla ricomposizione del quadro politico libico. Questa è la ragione per la quale il Governo ha ricevuto nei giorni scorsi anche il Generale Haftar. L’Italia vuole una Libia unita e pacifica ed è pronta a lavorare concretamente con tutti coloro i quali aderiscono sinceramente ad un percorso di stabilizzazione del Paese».


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